… E d’improvviso: “Venite!” urla;
e questa voce non ignota
a noi per sillabe risuona
scorrendo sopra il mare…
(Saffo, da frammento 83)
Flavia, ti scrivo. Come promisi a Irene. A Irene Fargo, delle cui apparenze ti svesti. Per esser integerrima della tua fragranza. Per essere incompresa. Irriconosciuta. Anche innanzi agli occhi delle tue figlie. Leggera, nello sguardo che si umilia. Alla fine, nel soffio della tua vita. Senza remore. Senza ritegni. Come il grigio dei capelli che non ti offende. Risplendendo, al chiaro del giorno. O, della notte. Mentre attendi che il sole, alle spalle, allunghi la tua ombra sul tragitto. E, la tua voce sia il cammino.
Flavia, ti scrivo. La mia anima, la mia poesia, è consolidata nelle parole che ieri hai segnato, gelosa, tra le tue scritte segrete. Piene dei profumi di una bibbia. Ancora intonsa, nei suoi sensi. O, sgualcita, nelle sue rivelazioni.
Flavia, ti scrivo. Perchè Dio è più grande della sua immagine. Perchè la tua voce non abbia risonanze. Ma, il risuono, vibrato, del fiore che calpesti. Del cieco dei salmi. Il gemito della solitudine. In cui ti apparti. In cui sprofondi il pianto. Che non ti appartiene.
Flavia, ti scrivo. Perchè tu sappia la sacra donna. Pure, madre. Offesa nella tomba. Dal ventre esumato. Poi, nelle fiamme. Impedita la sua destinazione. Gugliema di Boemia.
Flavia, ti scrivo. Perchè tu possa ascoltare Maifreda. Il grido da presso, nel tempo. Tua nuova sorgente. Tua nuova peregrinazione. Arsa, nell’impotenza della voce.
Favia, ti scrivo. Perchè ti sia potente l’anelito di Saffo:” “Venite!” urla; e questa voce non ignota a noi per sillabe risuona scorrendo sopra il mare”.
Flavia, ti scrivo. Perchè tu sia sacra donna. Del principio. Acqua che all’acqua versa. O, che alla terra flagella. Il Dio incompiuto. La rivelazione illusa.
Flavia, confesso, volevo dire e dirti del nostro amore. Nell’Amore Assoluto. Come dici. Della purezza tra i puri. Senza scandalo. E, visitare i percorsi diversi. Ascoltarti, nelle mie parole. Farmi leggere, nelle tue certezze.
Ma, Flavia, Welby giace! Non è più acqua, nè terra. Non ha peccato o pentimento. Per lui non trovo morali o leggi. Non trovo suoni o silenzi. Nè la sapienza cui ti affidi.
Immobile. Ascolta. Forse, Saffo. Piangendo la sacra donna. Inaccessibile. Che ripete in sè il parto. Immacolata. Nell’utero versato di liquidi e sangue. Ormai oltre, la densità corposa. Del richiamo. Dell’inganno. Dell’addio.
Ma, Flavia, Welby muore! Senza lo scorrere degli occhi sul tempo. Senza il respiro del quieto profumo di fiori. Di gelsomini. Colti al plenilunio. E, l’ombra della sua vita è più corta della piega del sudario che lo avvolge.
Anch’io, nacqui. E incominciai il viaggio della ricorrenza. Presentandomi. Avanti. Con le mani protese. Già racchiudendo, nel pugno, il segreto. Della memoria dell’uomo che vive per morire.
L’onda mi avvolgeva. Mi avvolse. Mi trascinò al destino. Solo Saffo, di lontano o nello stesso tempo, invocava: “Venite!”. Il canto ammoniva la mia onda irruenta e girovaga: la sacra donna, nel principio, è fine.
“… la luna dai raggi rosa
vince tutti gli astri, e la sua luce
modula sulle acque del mare
e i campi presi d’erba:
e la rugiada illumina la rosa,
posa sul gracile timo
e il trifoglio simile a fiore …”
Flavia, ti ho scritto. Per trovare tra le risorse del tuo cuore, il riverbero del tempo della “… luna dai raggi rosa …”.
Il tempo della sacra donna. Della fusione. Della incarnazione. Dell’annientamento. Della resurrezione. Del ciclo.
Il tempo di Welby.
Lasciamolo andare all’anelito!
franchini

Ognuno per la sua vita: questo scritto è stato organizzato e pubblicato avanti la notizia della scomparsa di Welby.
Avverto l’onere morale di intervenire. Per essere esplicito sul mio testo. In verità, per me, più esplicito della vita stessa, della mia vita stessa. Ho citato Welby in una lettera d’ “amore”, per l’amore. Dicendo, volendo dire, dell’amore estremo. Di scelta e di libertà assoluta verso il proprio destino. Condiscedendo, estraniandomi –per pudore e rispetto-, alle valutazioni che ciascuno fa della proprie scelte. Nell’insegnamento che vuole testimoniare ai propri simili, alla natura, a Dio –se si crede e si vuole-.
Il “venite!” di Saffo era ed è il grido della vita vissuta, sino allo stremo. Della vita che ha coscienza del suo svolgersi. Del suo compiersi -anche gioioso, anche casto, anche sensuale, anche disperato- in tutti i suoi momenti. Con la consapevolezza iniziale del suo termine.
Non si parla dei morti. Si può solo parlare di quel che si dice dei morti.
Così che non credo agli eroismi ed agli esempi. Non credo ai martiri, ai santi, agli eroi. Potrei, altimenti, elogiarmi di essere martire, santo, eroe.
Mi chiedo e chiedo -attendendo risposte attente- quale esempio mi diano e diano i giovani esseri, stretti nel polmone di acciaio. Indifesi. Dipendenti. Esclusi.
Perchè vogliano vivere. Perchè pensino, nella loro inedeguatezza, di essere esistenti.
Mi assorto. Su quella massa di esseri umani che sa di poter essere colpita dalla “morte improvvisa”. I cadiopatici. Tra cui sono. Assillati dal tempo di preghiera. Dall’ultima testimoniana. Che non potrà sopraggiungere.
In verità sono vicino agli esempi. Non agli abbandoni.
Welby ha deciso di abbandonare. Poteva desiderarlo e farlo. Il suo destino si è compiuto. così come voleva. Oltre ogni remora.
Ma, io ricordo gli occhi di mia zia. Avevo 16 anni. Tra i battiti di ciglia, dolcezza e paura. Avanzava la morte. Venne. Mi lasciò un amore. Che ora posso riservare. E, non fu eroina. Ma, persona.
Rispettiamo le scelte. Si comprenda. Ma non si creino eroi. La paura e il dovere sono altra cosa.
E la paura e il dovere non possono dissociarsi dall’amore. “Venite”?
franchini
Ogni donna, sacra o umana, brama la dichiarazione d’amore assoluto, che sia una promessa mantenuta…
Solo il tempo da ragione alla parola!