
“Israele, difendendosi, difende anche molti dei Paesi i cui delegati hanno appena lasciato quest’aula”. È più o meno questo il messaggio con cui Benjamin Netanyahu ha reagito alla fuga di decine di delegati durante il suo intervento all’Onu. E allora?
Dobbiamo alzarci in piedi, applaudire e magari chiedere scusa per aver disturbato? È un po’ questa la sensazione che lascia, almeno a me, la postura internazionale del primo ministro israeliano. Quella di chi entra in una stanza sapendo già di avere l’ultima parola. Anche quando gli altri, uno dopo l’altro, decidono di uscire. All’Onu è andata più o meno così.
Quando Netanyahu ha iniziato il suo intervento, decine di delegati hanno abbandonato l’Aula. Una scena che aveva quasi il sapore del teatro. Netanyahu ha continuato a parlare e ha definito “codardi morali” quelli che se ne erano andati, invitando chiunque condividesse la loro posizione a fare altrettanto. Io probabilmente sarei uscito anch’io. Non perché Israele non abbia il diritto di difendere i propri cittadini. Ce l’ha.
Ma questo diritto non significa che ogni decisione presa in suo nome debba essere considerata automaticamente legittima o indiscutibile. E soprattutto non significa che ogni critica debba essere trattata come un’aggressione. Perché qui siamo arrivati a un punto curioso. Ogni volta che si discute delle azioni del governo israeliano saltano fuori la storia, la Bibbia, l’Olocausto, la persecuzione degli ebrei, il diritto all’esistenza.
Tutte cose reali. Terribili. Sacrosante. Ma che c’entrano con quello che accade oggi? La memoria serve a evitare che gli orrori si ripetano. Non a mettere un lucchetto alla discussione politica. E noi, nel frattempo, siamo qui. A migliaia di chilometri di distanza, con le nostre bollette, i nostri stipendi che non bastano, le nostre economie che arrancano e una guerra dopo l’altra che rischia di avere conseguenze anche sulle nostre vite. Basta che il Medio Oriente si scaldi un po’ e il prezzo dell’energia comincia a ricordarci che la geografia, quando vuole, sa essere molto democratica.
Mi sono sinceramente stancato della gara a stabilire chi sia il buono e chi il cattivo. Hamas ha commesso atrocità e non può essere confuso con la popolazione palestinese. Il governo israeliano ha il diritto di proteggere i propri cittadini, ma questo non significa che ogni sua decisione debba essere considerata automaticamente legittima o indiscutibile. E soprattutto non significa che i civili palestinesi debbano pagare un prezzo infinito per le azioni di Hamas. Non è così difficile da capire. Il punto è che la guerra tende a semplificare tutto. Noi e loro. Vittime e carnefici. Buoni e cattivi. La politica invece dovrebbe avere il compito opposto: complicare le cose abbastanza da ricordarci che, dall’altra parte delle statistiche, ci sono esseri umani. E allora viene da chiedersi: che fine hanno fatto tutti i progetti, le promesse, gli appelli per restituire un futuro ai bambini di Gaza? Che futuro può avere un bambino cresciuto tra macerie, paura, lutti e allarmi? E quale futuro può avere un bambino israeliano educato a considerare il vicino come una minaccia permanente? Qualcuno pensa davvero che tra vent’anni quei bambini dimenticheranno ciò che hanno visto? La pace non si costruisce convincendo una generazione che l’altra è il nemico. E neppure trasformando ogni critica in un attacco all’esistenza di Israele.
Poi ci sono anche le nostre priorità. Noi occidentali possiamo avere rispetto per la storia e per il dolore degli altri, ma non possiamo vivere eternamente dentro le guerre degli altri. Soprattutto quando quelle guerre diventano anche un problema nostro. E qui c’è un’altra questione che mi lascia perplesso. Netanyahu continua a presentarsi sulla scena internazionale mentre nei suoi confronti è tuttora in vigore un mandato d’arresto della Corte penale internazionale. È un fatto giuridico. Non un’opinione politica. E proprio per questo dovrebbe essere preso sul serio, senza trasformarlo né in una condanna preventiva né in una medaglia al valore. Ma allora, quando sento dire che Israele, combattendo, starebbe difendendo anche noi, la risposta che mi viene spontanea è molto meno diplomatica.
Bene. Difendetevi. Ma io non sono Israele. Io sono uno che vorrebbe andare al distributore senza scoprire che l’ennesima crisi internazionale gli è arrivata direttamente nel serbatoio. Sono uno che vorrebbe vedere i bambini giocare invece di imparare a distinguere il rumore di un’esplosione da quello di un allarme.
E sono uno che, francamente, non ha più voglia di scegliere quale bambino debba avere più diritto di vivere. Perciò fate pure tutte le guerre che ritenete indispensabili. Spiegatecele con la storia, con la sicurezza, con la Bibbia, con la geopolitica e con mille ragioni. Ma almeno non pretendete che il resto del mondo applauda. “Israele difende anche voi”. Va bene. Ma noi, semplicemente, siamo stanchi. E chissenefrega, finalmente, di chi pretende di avere sempre l’ultima parola.
Angelo Santoro

Il mondo è al contrario.
Arrestano Susan Sarandon per una manifestazione pacifica.
Nethanyau che ha bombardato e ucciso civili e bambini è a piede libero.
Questo è il mondo di oggi e forse anche di ieri.
La solita merda. Oggi ancora di più però.
E c’è anche chi lo difende.
Che tristezza.