
Donald Trump si è presentato all’Assemblea generale delle Nazioni Unite con il consueto repertorio: America fortissima, avversari in ginocchio, guerre gestite, economia splendida e leadership mondiale ristabilita. Insomma, tutto magnifico. Talmente magnifico che, mentre parlava, parte della platea ha pensato bene di alzarsi e andarsene. Le delegazioni di Iran e Cuba hanno lasciato l’aula durante il suo intervento. Naturalmente si è trattato di una protesta politica e non di un giudizio collettivo dell’ONU, ma l’immagine resta piuttosto efficace: Trump raccontava al mondo la propria irresistibile forza mentre alcuni dei destinatari del messaggio preferivano direttamente l’uscita.
Il problema, però, non sono due delegazioni che abbandonano la sala. Quello è folklore diplomatico. Il problema vero è ciò che sta accadendo negli Stati Uniti. L’ultimo sondaggio Reuters/Ipsos porta l’approvazione di Trump al 32%, il livello più basso registrato nella sua carriera politica da quella rilevazione. Sul costo della vita l’approvazione precipita al 17%, mentre anche tra i repubblicani compaiono segnali di erosione. Qui l’ironia finisce, perché i numeri hanno il brutto vizio di non applaudire.
Eppure all’ONU Trump ha continuato a utilizzare la stessa comunicazione dei tempi migliori: vittorie ovunque, avversari domati, problemi risolti e America nuovamente padrona del tavolo. Solo che oggi il tavolo sembra decisamente meno stabile. La guerra con l’Iran pesa, il costo della vita pesa, le promesse di rapida soluzione dei conflitti internazionali si stanno scontrando con una realtà molto meno docile degli slogan elettorali. Anche sull’Ucraina la famosa capacità di chiudere rapidamente la partita si è trasformata in qualcosa di molto più complicato. La realtà, come spesso accade, non legge Truth Social.
Trump continua quindi ad alzare il volume mentre il consenso scende. È una tecnica politica vecchia quanto il mondo: quando la realtà comincia a diventare scomoda, si racconta una realtà ancora più grande, più spettacolare e possibilmente piena di superlativi. Il discorso all’ONU ha dato proprio questa impressione. Non quella di un presidente che sente di avere il vento alle spalle, ma di un presidente che ha bisogno di ripetere continuamente quanto sia forte. E quando un leader deve ricordare ogni cinque minuti a tutti quanto è potente, qualche dubbio comincia inevitabilmente a venire.
Trump naturalmente resta presidente degli Stati Uniti, conserva una base repubblicana importante e dispone della macchina politica e militare più potente del pianeta. Sarebbe quindi prematuro scriverne il necrologio politico. Ma una cosa appare molto meno discutibile: il consenso sta scendendo pesantemente e il personaggio comincia a mostrare quella curiosa caratteristica tipica di molti leader in difficoltà. Più i numeri peggiorano, più il racconto diventa trionfale.
All’ONU Trump ha descritto un presidente in piena ascesa. Fuori dall’ONU, per ora, i numeri raccontano esattamente la direzione opposta.
Piero Terracina

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