
Il Comitato norvegese del Nobel ha deciso di premiare Navi Pillay, assumendosi una responsabilità che nessuna motivazione ufficiale potrà cancellare. Oslo, che pretende di rappresentare la massima autorità morale in materia di pace e diritti umani, assegna il proprio riconoscimento più prestigioso a una personalità il cui operato è stato coinvolto in una grave controversia sull’antisemitismo. Una vicenda pubblica, documentata e certamente conosciuta dal Comitato, che ha comunque deciso di procedere con il riconoscimento.
Nel 2022 Miloon Kothari, membro della commissione ONU presieduta da Pillay, parlò di una «lobby ebraica» capace di influenzare i social media e finanziare campagne contro gli investigatori delle Nazioni Unite. Un riferimento al presunto controllo ebraico sull’informazione che richiamava uno degli stereotipi più ricorrenti dell’antisemitismo. Pillay difese il collaboratore sostenendo che le sue dichiarazioni fossero state travisate, mentre l’amministrazione Biden, attraverso Deborah Lipstadt e Michèle Taylor, condannò pubblicamente quelle parole. Intervenne anche il presidente del Consiglio ONU per i diritti umani e Kothari dovette scusarsi. Oslo ha evidentemente ritenuto che tutto questo non meritasse particolare considerazione.
Nel settembre 2025 Pillay, alla guida della commissione internazionale d’inchiesta dell’ONU, ha pubblicamente accusato Israele di genocidio nella Striscia di Gaza, attribuendo alle autorità israeliane l’intenzione di distruggere, almeno in parte, la popolazione palestinese. Una conclusione investigativa gravissima, contestata da Israele, che non costituisce una sentenza definitiva di un tribunale internazionale. Una distinzione sostanziale che nel dibattito pubblico viene frequentemente ignorata, trasformando un’accusa in una colpevolezza ormai acquisita.
Anche il trattamento delle informazioni provenienti da Gaza merita una contestazione precisa. Le Nazioni Unite utilizzano dati sulle vittime forniti dal Ministero della Sanità locale, inserito nell’amministrazione controllata da Hamas. Non parliamo del ministero di uno Stato sovrano riconosciuto, né di un’autorità politicamente indipendente, ma di una struttura che opera sotto il governo di un’organizzazione terroristica che miscela sapientemente miliziani civili con scudi umani, metodo per altro assolutamente vietato dai protocolli internazionali di Ginevra. L’ONU attribuisce quei numeri alla fonte, specificando in diversi documenti che non sono stati verificati autonomamente. Quando però vengono ripresi dalla politica e dall’informazione, finiscono spesso per essere presentati come dati ufficiali delle Nazioni Unite, acquistando un’autorevolezza ben diversa da quella originaria.
Il rischio di una legittimazione indiretta è evidente. Se le statistiche di un’amministrazione controllata da Hamas diventano riferimenti del confronto diplomatico internazionale grazie all’autorevolezza dell’ONU, anche la struttura che le produce beneficia di quella credibilità. Un’organizzazione terroristica può così vedere accreditati i propri apparati amministrativi senza ottenere alcun riconoscimento diplomatico. L’utilizzo dei dati non equivale formalmente a riconoscere Hamas, ma il loro peso politico impone verifiche indipendenti e criteri rigorosi, soprattutto quando vengono impiegati per sostenere accuse di portata internazionale.
Parliamo della stessa Hamas che il 7 ottobre 2023 ha massacrato civili israeliani, sequestrato uomini, donne e bambini e provocato una guerra devastante. Un’organizzazione che ha costruito una vasta infrastruttura militare e una rete di tunnel all’interno di un territorio densamente popolato, subordinando il destino di oltre due milioni di gazawi alla propria strategia di guerra. Una popolazione governata da anni con le armi, senza libere elezioni e senza possibilità di sottrarsi al potere dell’organizzazione. Eppure, nel confronto internazionale, le responsabilità di Hamas finiscono spesso in secondo piano, mentre Israele viene sistematicamente posto sul banco degli imputati.
Il Nobel a Pillay si inserisce in questo clima. Guterres e Ramaphosa applaudono, mentre in Italia il Movimento 5 Stelle e Angelo Bonelli accolgono favorevolmente il riconoscimento, rilanciando le accuse contro Netanyahu. Il governo italiano ha invece ribadito il proprio sostegno alla Corte penale internazionale, opponendosi alle sanzioni americane contro l’istituzione. Netanyahu e UN Watch contestano duramente la decisione di Oslo, mentre lo scontro sulla giustizia internazionale viene ormai utilizzato per liquidare come politicamente strumentale qualsiasi obiezione sull’imparzialità delle istituzioni coinvolte.
L’antisemitismo viene solennemente condannato nei comunicati ufficiali, nelle commemorazioni e nelle dichiarazioni istituzionali, ma quando coinvolge personalità prestigiose cominciano le giustificazioni, le interpretazioni e i distinguo. Le responsabilità vengono ridimensionate e chi protesta finisce per essere accusato di voler screditare le istituzioni. Il prestigio personale diventa così una protezione assai più efficace dei principi che quelle stesse istituzioni dichiarano di difendere.
Il riconoscimento a Navi Pillay è stato annunciato il 9 ottobre, esattamente quarantaquattro anni dopo l’attentato terroristico palestinese al Tempio Maggiore di Roma, nel quale venne assassinato Stefano Gaj Taché, un bambino ebreo di appena due anni. Una coincidenza di calendario particolarmente amara. Nel giorno in cui si commemora una delle vittime innocenti del terrorismo palestinese in Italia, Oslo celebra una figura la cui gestione delle accuse di antisemitismo all’interno della propria commissione continua a sollevare contestazioni.
Il Comitato norvegese aveva ogni diritto di premiare Navi Pillay, ma anche la responsabilità di valutare le controversie che ne accompagnano l’operato. Ha scelto di celebrarne il prestigio senza affrontarle pubblicamente. Il Nobel non rende indiscutibili le conclusioni della commissione da lei presieduta, né il prestigio delle Nazioni Unite può sostituire l’accertamento indipendente dei fatti o cancellare le responsabilità di chi ha trascinato Gaza nella guerra.
Oslo ha distribuito il proprio riconoscimento morale, ma non per questo può pretendere che il resto del mondo rinunci a giudicare le sue scelte. Il Nobel conserva il proprio prestigio soltanto finché i principi che dovrebbe rappresentare valgono per tutti, senza eccezioni dettate dalla convenienza politica.
Piero Terracina

Il Nobel a una persona che si è battuta per i diritti umani.
L’antisemitismo è una cosa seria. E non può essere usata come arma di propaganda.
Occorre EQUILIBRIO e RAGIONE.
Il tempo della propaganda dovrebbe avere fine.