
Legge elettorale: tutti d’accordo. Compreso il Quirinale. Togliersi dai piedi i piccoli partiti è stata una liberazione per i pilastri portanti delle coalizioni, a destra come a sinistra. Poi, certo, l’imponderabile esiste sempre. Oggi c’è Vannacci, ieri c’era Azione: qualcuno potrebbe ancora riuscire a conquistare qualche seggio in Parlamento. Ma, oltre il sano baccano della politica, difficilmente potrà andare. Con Italia Viva di Renzi che torna ufficialmente nel centrosinistra, come azionista di rilievo, si chiude – almeno per il momento – un’epoca. Sarà davvero così? Dopo l’approvazione della nuova, ennesima legge elettorale, sembra proprio di sì. I partiti minori possono protestare, unirsi, alzare la voce. Ma anche mettendosi insieme, difficilmente riusciranno a conquistare quelle poltrone rosso porpora sulle quali si decide davvero il potere. La società moderna ha bisogno di stabilità e governabilità. Guerre, calamità naturali, cambiamenti climatici e un mondo con otto miliardi di persone impongono agli esecutivi tempi e decisioni che non possono essere continuamente condizionati da maggioranze ballerine. È finita, dunque, l’epoca delle piccole e nobili minoranze che, nel dopoguerra, hanno spesso contribuito a fare la storia della Repubblica? Forse sì. E forse è proprio questo il punto. Il Quirinale, ad appena 24 ore dall’approvazione, ha già promulgato la nuova legge elettorale. E la Corte costituzionale? Vedremo. Ma, comunque vada, difficilmente ne cambierà l’impianto politico. Insomma, il dado è tratto. I partiti minori potranno essere assorbiti dai maggiori. Potranno portare voti, idee, uomini e qualche titolo sui giornali. Potranno persino diventare utili, in determinate circostanze.Ma difficilmente potranno dettare le regole del gioco. E di baccano, in questi mesi, ce n’è stato parecchio. Forse troppo. Perché è proprio quel baccano esagerato, quella grande “caciara” che Pannella avrebbe riconosciuto al primo colpo, a dover insospettire. La parola “caciara” appartiene ormai da tempo al linguaggio politico italiano. È entrata persino nei resoconti parlamentari. E quando la politica fa molto rumore, qualche volta vale la pena chiedersi che cosa stia cercando di coprire. Vuoi vedere che questa legge sia stata scritta riservatamente a più mani, da destra a sinistra? No. Questo sarebbe troppo. Ma una strizzatina d’occhio c’è stata. Forse più di una. Perché anche a sinistra hanno deciso di chiudere l’epoca Prodi e dell’Ulivo. Un Ulivo nato per battere Berlusconi e che oggi appare, semplicemente, fuori dal futuro. Soprattutto se lo si immagina dentro un sistema elettorale farraginoso, lento, incapace di rispondere con rapidità alle crisi politiche. Dalla caduta di un governo alle nuove elezioni non possiamo più permetterci tempi biblici. Un Paese moderno non può rimanere per mesi con il fiato sospeso mentre i partiti trattano, si dividono, si ricompongono e cercano, prima di tutto, il modo di sopravvivere. Ecco perché i governi, piaccia o non piaccia, devono durare cinque anni. Non fate caso al sistema inglese: caduto un governo, si va al voto in tempi rapidissimi. Noi siamo un’altra cosa. Ma anche in Italia, ormai, questo principio lo hanno capito tutti. A destra come a sinistra. Magari senza avere il coraggio di dirlo apertamente. La vera partita, allora, non è soltanto tra chi governa e chi sta all’opposizione. È tra chi vuole conservare un sistema nel quale ogni piccolo partito può diventare decisivo e chi, invece, vuole concentrare il potere politico nelle mani dei grandi schieramenti. È una scelta legittima. Ma è pur sempre una scelta. E sarebbe bene dirlo agli elettori. Senza nasconderla dietro formule tecniche, soglie, premi, collegi e definizioni incomprensibili. Perché quando una legge elettorale finisce per convenire, contemporaneamente, ai grandi partiti di destra e a quelli di sinistra, qualche domanda bisogna pur farsela. Non per forza per gridare allo scandalo. Ma almeno per capire chi, alla fine, abbia davvero vinto la partita. Forse è questo il dettaglio più interessante. I piccoli fanno rumore. I grandi fanno le leggi. E così, mentre i primi protestano, si indignano e cercano di conquistare l’ennesimo spazio politico, i secondi costruiscono un sistema nel quale quello spazio diventa sempre più piccolo. La nuova legge elettorale, al di là delle definizioni colorate e delle polemiche di giornata, potrebbe essere stata soprattutto questo: un gioco delle parti.

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