
La rivoluzione del lavoro è già iniziata e, contrariamente a quanto abbiamo immaginato per decenni, non parte necessariamente dalle fabbriche. Parte dagli uffici. L’intelligenza artificiale sta facendo qualcosa che nessuna precedente rivoluzione industriale aveva fatto con questa rapidità: automatizzare una parte del lavoro concettuale. Scrivere, analizzare, tradurre, programmare, organizzare informazioni, preparare documenti, rispondere ai clienti e sviluppare elaborazioni che fino a ieri richiedevano ore di lavoro umano possono essere prodotte in una frazione del tempo. Non significa che domani scompariranno intere professioni, ma significa qualcosa di economicamente altrettanto importante: serviranno meno persone per svolgere la stessa quantità di lavoro. L’ILO calcola che circa un lavoratore su quattro nel mondo svolga già una professione con qualche grado di esposizione all’intelligenza artificiale generativa e individua proprio nelle professioni amministrative e impiegatizie la fascia maggiormente esposta.
È questo il vero salto. Se dieci persone possono produrre quello che prima richiedeva cinquanta dipendenti, la questione non è se l’intelligenza artificiale abbia “rubato” quaranta posti di lavoro. Quei quaranta posti possono semplicemente non essere più creati. Meno assunzioni, meno sostituzioni, meno personale amministrativo e strutture aziendali progressivamente più leggere. Il Fondo monetario internazionale stima che nelle economie avanzate circa il 60% dell’occupazione sia esposto in qualche misura all’intelligenza artificiale, proprio perché una quota molto elevata del lavoro è ormai costituita da attività cognitive.
Il paradosso è che a risentirne meno, almeno nel breve e medio periodo, potrebbero essere proprio molti lavori manuali. Un elettricista, un idraulico, un falegname, un meccanico, un muratore o un artigiano specializzato lavorano dentro una realtà fisica irregolare, fatta di problemi diversi, errori precedenti, materiali differenti e situazioni difficilmente standardizzabili. Automatizzare una fattura è relativamente facile. Mandare una macchina in un appartamento costruito cinquant’anni fa a capire perché un impianto è stato modificato male nel 1997 è un’altra faccenda. Il lavoro manuale qualificato, che per anni abbiamo considerato destinato alla marginalità, potrebbe quindi rivelarsi molto più resistente di una larga parte del lavoro da scrivania.
Ed è proprio qui che la rivoluzione tecnologica incontra quella politica. Il socialismo novecentesco, nelle sue differenti declinazioni, aveva costruito gran parte della propria architettura intorno alla società industriale: grandi masse di lavoratori salariati, concentrazione della produzione, identità professionali relativamente stabili, sindacati forti e uno Stato che interveniva nella redistribuzione del reddito prodotto dal sistema. Quella struttura sociale esiste ancora, ma da decenni si sta progressivamente frammentando. La diffusione dei servizi, del lavoro autonomo, delle professioni digitali, delle imprese globalizzate e delle catene produttive internazionali ha già indebolito il vecchio rapporto lineare tra capitale, fabbrica e massa salariale. L’automazione concettuale accelera enormemente questo processo.
È in questo senso che si può parlare della crisi, e secondo alcuni della fine, del socialismo novecentesco. Non perché siano scomparse le disuguaglianze e neppure perché sia diventata inutile la redistribuzione. Al contrario. Il problema è che viene progressivamente meno il soggetto economico intorno al quale quel modello era stato organizzato: il lavoratore salariato di massa. Se una parte crescente della ricchezza viene prodotta da aziende con pochissimi dipendenti rispetto al valore generato, diventa molto più difficile pensare la redistribuzione esclusivamente attraverso salario, occupazione stabile, contrattazione collettiva e tassazione del reddito da lavoro. Anche il potere contrattuale tradizionale del lavoro tende a indebolirsi quando diminuisce la quantità di lavoro necessaria alla produzione.
Il cortocircuito è evidente. Un’azienda automatizzata può produrre più valore impiegando meno persone. Dal punto di vista aziendale è un successo: cresce la produttività e diminuiscono i costi. Ma ciò che è razionale per la singola impresa può diventare problematico quando viene moltiplicato per un’intera economia. I lavoratori sono anche consumatori e contribuenti. Se diminuisce progressivamente la quota di reddito distribuita attraverso il lavoro, bisogna trovare altri meccanismi attraverso i quali mantenere domanda, gettito fiscale e sostenibilità dello Stato sociale. Non è un problema di destra o di sinistra, ma di funzionamento del sistema economico.
Questo non significa automaticamente che la soluzione sia più Stato o meno Stato. Ed è precisamente qui che le categorie politiche del Novecento iniziano a mostrare la loro età. Tassare maggiormente il capitale, allargare la partecipazione dei lavoratori alla proprietà delle imprese, ridurre l’orario di lavoro, rafforzare i servizi pubblici, introdurre nuove forme di sostegno al reddito oppure lasciare al mercato il compito di creare nuove professioni sono risposte politiche molto diverse allo stesso problema. Nessuna discende automaticamente dalla tecnologia. La tecnologia cambia il terreno sul quale quelle scelte dovranno essere compiute.
Anche l’idea tradizionale secondo cui la lotta politica consista essenzialmente nel dividere in maniera diversa il reddito prodotto dal lavoro rischia quindi di diventare insufficiente. La domanda futura potrebbe essere molto più radicale: come distribuire una ricchezza che richiede quantità sempre minori di lavoro umano per essere prodotta? Se cento lavoratori vengono sostituiti non da cento robot, ma da venti lavoratori immensamente più produttivi, il problema non è soltanto proteggere gli altri ottanta. È capire quale posto economico avranno in un sistema che potrebbe non averne più bisogno nella stessa misura.
È questo che rende l’attuale trasformazione molto più profonda di una semplice innovazione tecnologica. La rivoluzione industriale aveva automatizzato i muscoli, l’informatica aveva automatizzato il calcolo, l’intelligenza artificiale comincia ad automatizzare una parte del pensiero applicato al lavoro. E quando cambia il modo in cui una società produce ricchezza, prima o poi cambiano anche le categorie politiche con cui quella ricchezza viene organizzata e distribuita.
Il socialismo novecentesco nasceva dalla fabbrica. Il capitalismo contemporaneo si sta progressivamente spostando verso capitale tecnologico, conoscenza, dati e automazione. Continuare a leggere il XXI secolo esclusivamente con le categorie nate davanti ai cancelli delle grandi industrie del XIX e XX secolo rischia quindi di spiegare sempre meno ciò che accade fuori da quei cancelli. La vera battaglia politica dei prossimi decenni non sarà probabilmente tra chi vuole o non vuole le macchine, ma intorno a una domanda molto più concreta: quando per produrre la stessa ricchezza servirà una frazione del lavoro umano di oggi, attraverso quale meccanismo quella ricchezza continuerà a circolare nella società?
Andatela a spiegare a Landini Schlein, Cconte, Bonelli e Fratoianni…
Piero Terracina

Il socialismo in realtà non è promozione del lavoro salariato, ma liberazione dal lavoro salariato e dal conseguente sfruttamento che esso genera.
Il progresso tecnologico, se opportunamente governato e pianificato, può essere funzionale a questo.
il socialismo infatti governa l’economia e la pone al servizio della comunità.
La Repubblica Popolare Cinese è attualmente l’unico Paese che ha pienamente compreso questi aspetti e la sua politica sta andando in questo senso.
Ed è pressoché la prima potenza mondiale.