
Le parole sono rotolate fuori dalla bocca di Donald Trump con la pesantezza di un verdetto medievale, di quelli che non ammettono repliche, che non lasciano spazio ai ricami della diplomazia felpata. È una minaccia? Un bluff? O l’ennesimo atto di un cinico pragmatismo che si traveste da apocalisse?
Significa anzitutto guardare in faccia la realtà senza i paraocchi del politicamente corretto.
Da una parte c’è lui, il miliardario prestato alla storia, l’uomo che concepisce il mondo come un gigantesco tavolo da poker dove chi urla più forte e possiede più fiches detta le regole del gioco. Trump non parla il linguaggio dei trattati, dei corridoi dell’ONU fumosi e ipocriti. Parla la lingua brutale dei rapporti di forza. “Firmate o sparite”. È la logica dell’aut-aut. Semplice. Primitiva. Spaventosa.
Dall’altra parte c’è la teocrazia di Teheran. Un regime che ha sequestrato la splendida Persia, (oggi quel paese si chiama Iran) trasformandola in una prigione a cielo aperto retta dal fanatismo e dal ricatto nucleare. Un regime che odia l’Occidente, ne disprezza la libertà e la decadenza, ma che al tempo stesso ha bisogno di quel nemico per giustificare la propria esistenza miserabile.
Cosa succederà adesso? Il tycoon di Washington crede davvero di poter cancellare con un tratto di penna, o con la spinta di un bottone, un’intera civiltà? Perché l’Iran non è solo il turbante nero di una guida suprema; l’Iran è la carne, il sangue e la memoria di un popolo fiero che ha resistito ai secoli. Ma Trump questo non lo sa, o forse non gli importa. A lui interessa l’accordo, il deal, il trofeo da sbandierare davanti alle telecamere per nutrire il proprio ego e rassicurare i propri elettori.
Ci vuole un coraggio disperato per guardare questo scenario e non provare un brivido lungo la schiena. Perché quando i giganti si minacciano di annientamento, a pagare il prezzo non sono mai i leader rintanati nei loro bunker dorati o nei loro uffici ovali. A pagare sono sempre le donne senza velo che sognano la libertà, i giovani che vogliono vivere e non morire per un dogma, la povera gente schiacciata tra il delirio di onnipotenza di un presidente americano e l’ostinazione cieca di un tiranno religioso.
La decisione è presa, dice lui. Ma la verità è che quando la storia viene ridotta a un ultimatum così feroce, abbiamo già perso tutti. Abbiamo perso la dignità di pensare, lasciando che a governare il mondo sia solo la legge del più forte.
Giuseppe Basilico

la facilita’ con cui passi dal sangue e dalla cultura al turbante nero e’ veramente stupefacente…solo che non si capisce da che parte stai..
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