
Conformazione e organizzazione del territorio condizionano il pensiero di qualunque essere umano, scienziato compreso.
Chi, nel mondo della cultura, volesse conferma di quanto l’organizzazione del luogo in cui vive gli modella il cervello, cambi habitat. Ma se non può cambiare casa paese o stato, modifichi l’ordine delle cose in casa sua.
Faccia spazio e ospiti sulla sua scrivania, (per averli a portata di mano in caso di emergenza) un martello, due chiodi, una sega per falegname, un barattolo di colla, la cazzuola da muratore, cercafase e nastro isolante da elettricista, la forbice da potatore, rubinetto e chiave a pappagallo da idraulico, la cassetta dei ferri del meccanico, e nel giro di una settimana incomincerà a pensare con una testa che non riconoscerà più come sua.E se dovesse avanzare spazio sopra o sotto la scrivania, sarà tentato di ospitare pure la zappa del contadino, il campanaccio del pastore, la rete del pescatore e l’ascia del boscaiolo. Senza trascurare le attrezzature da fabbro.
Prima di un anno sarà tanto scandalizzato della complessità del suo pensiero, da sospettare che notte tempo possano averle smontato e sostituito la testa pensante con una doppia pensante efacente. Grazie alle modifiche apportate al suo habitat, sarà tentato almeno dieci volte al giorno di alternare pensiero e azione. E passando dal dire al fare e viceversa, capirà che a separarli non è un piccolo mare quanto la vasca da bagno di casa sua, ma tutti gli oceani del pianeta..Il rubinetto gocciola e tenterà di cambiare la guarnizione. Poi appenderà un quadro abbandonato per mancanza di chiodo e martello. luciderà una maniglia, incollerà una sedia, lubrificherà le cerniere cigolanti di una porta, avviterà il bullone allentato dell’auto, andrà a zappare le aiuole del suo giardino, toglierà i rami secchi dagli alberi e alla lunga la sua testa, sbattuta in tutte le direzioni dai problemi reali mai immaginati, mai visti e mai affrontati, sarà indotto a pensare ad un livello di complessità a dir poco sconosciuto.
Noi umani ci illudiamo che sia il nostro pensiero a modellare l’habitat in cui scegliamo di vivere. Invece è l’habitat che oltre ad influenzare pesantemente la nostra salute, modella e indirizza il nostro pensiero.
L’unico attore del mondo è la natura, la flora e la fauna animale e le nostre inevitabili reazioni adattative, alla ricerca del massimo rendimento col minimo costo. Reagiamo agli stimoli ambientali e culturali, materiali e psicologici, anche quando ci illudiamo di agire da primi attori e persino da registi autonomi e responsabili.
Separare culturalmente il pensiero dall’azione è come staccarsi mezzo cervello e buttarlo per lo smaltimento nel secchio dell’umido. Ecco perché l’intellettuale non può sapere quanto è difficile passare dal pensiero all’azione. E anche chi si dedica solo ai lavori manuali, non può capire quanta fatica costa pensare razionalmente.Insomma, stringi stringi, a questo mondo razionalmente non ha mai pensato nessuno. Tant’è che l’intera umanità, crede di progredire nella civiltà usando più neuroni che muscoli, ma regredisce sempre più nella barbarie della stupidità, dell’egoismo e della guerra.
E pure questo problema è di una semplicità sconcertante.Dio ha creato tutti gli esseri viventi dal batterio al dinosauro con un istinto universale e incancellabile “la fame dicibo o morte“: con la certezza di morire se non si lavora per produrlo.
Poi i più furbi si sono inventati la “fintafame di sapere“, col potere di obbligare il resto dell’umanità a lavorare per mantenerli a caviale, champagne e miliardi.
Se Dio avesse voluto diversificare i manovali dagli intellettuali avrebbe creato i primi con l’obbligo di saziare lo stomaco o morire e i secondi con l’obbligo di saziare il cervello o morire. Invece di scarsa conoscenza non è mai morto nessuno. Di fame si continua a morire da quando Socrate inventando la filosofia ha allagato il mondo di intellettuali e separato pensiero e azione.
E oggi è persino legale che chi produce cibo possa morire di fame avendo il dovere di garantirlo prima a chi produce parole, “aria fritta“, a chi si finge “affamato di sapere”.
Le teste d’uovo: burocrati, politici, industriali e banchieri si sono ritagliati a norma di legge il privilegio di farsi nutrire e arricchire da chi lavora fisicamente.Gli eretici cercano di capire se c’è un rotto della cuffia da cui salvare il salvabile, ma “il rotto” non c’è più.La rivoluzione non è più replicabile in nessun angolo del pianeta, nemmeno quanto un mattone 25×25.E la ragione è presto detta. Una volta pensatori e potenti erano due razze che si guardavano in cagnesco. Oggi sono razza unificata: compagni di merende.I Rousseau, Montesquieu, Voltaire, Robespierre e i Luigi XVI sono tutti gemelli solidali, partoriti col cordone ombelicale annodato, per essere compagni di merende inseparabili, alla faccia dei “cani sciolti” che di notte sognano ancora, per la salvezza dell’umanità, “contrattisociali” e “separazioni dei poteri” degni di questo nome.Campa cavallo!
Franco Luceri
Commento del prof Carlo di Stanislao
L’habitat che ci pensa dentro
«Noi formiamo le nostre costruzioni e poi sono esse a formare noi.»
— Winston Churchill
Il testo di Franco Luceri ha il merito di mettere in discussione una separazione troppo comoda: quella tra pensiero e azione, tra cultura e manualità, tra individuo e ambiente. L’immagine della scrivania che si riempie progressivamente di strumenti è ironica, ma contiene un’intuizione profonda: cambiare ciò che ci circonda significa anche modificare le occasioni percettive, operative e cognitive alle quali siamo continuamente esposti.
L’habitat non è dunque un semplice sfondo della vita: è un ambiente che ci sollecita, ci vincola e ci insegna. Il passaggio dalla riflessione all’esperienza concreta può ampliare il pensiero proprio perché lo costringe a confrontarsi con resistenze, errori, materia e conseguenze.
La provocazione finale, volutamente aspra, invita a interrogarsi su una questione essenziale: una civiltà che separa troppo il sapere dal fare rischia di impoverire entrambi. Il valore del testo sta soprattutto in questo invito a ricomporre ciò che l’abitudine culturale ha diviso.
Prof Carlo di Stanislao

Questo testo è una riflessione lucida, provocatoria e profondamente filosofica sul determinismo ambientale, sul rapporto tra pensiero e azione e sulla critica sociale delle classi intellettuali e di potere.
L’autore demistifica l’illusione antropocentrica dell’autonomia decisionale, offrendo una visione cruda ma pragmatica della condizione umana contemporanea. Ecco un’analisi strutturata dei nuclei concettuali principali del brano:
1. Il Determinismo dell’Habitat (Spazio e Cervello)
La tesi di partenza rovescia il senso comune: non è l’uomo a plasmare l’ambiente, ma l’ambiente a plasmare la mente umana.
• L’esperimento mentale della scrivania: L’autore propone una stimolazione cognitiva forzata attraverso la modifica dell’ecosistema domestico. Introdurre attrezzi manuali (martello, cazzuola, zappa) nello spazio tipico dell’intellettuale non è solo un cambio di arredamento, ma una riconfigurazione sinaptica.
• La complessità del reale: L’urto contro i problemi materiali (un rubinetto che gocciola, una sedia da incollare) costringe il cervello a uscire dall’astrazione logica per entrare nella complessità caotica della materia.
2. La Frattura tra “Dire” e “Fare”
L’autore individua nella separazione tra pensiero e azione il peccato originale della cultura occidentale, facendolo risalire storicamente a Socrate e alla nascita della filosofia.
• Mutilazione cognitiva: Considerare il pensiero puro superiore all’azione manuale viene paragonato a “staccarsi mezzo cervello”.
• Incomprensione reciproca: Esiste un’asimmetria insuperabile; l’intellettuale non comprende la resistenza fisica della realtà, così come il manovale fatica a cogliere la fatica dell’astrazione razionale. Questa scissione produce un’umanità che si crede civile ma regredisce nella barbarie e nell’egoismo.
3. L’Involuzione Biologica e l’Istinto della Fame
Viene introdotta una chiave di lettura biologica ed evolutiva.
• L’unico imperativo universale: La fame (il bisogno di cibo) è l’unico istinto reale programmato per la sopravvivenza, che richiede sforzo fisico.
• La “finta fame di sapere”: Viene descritta come un costrutto artificiale e parassitario. L’autore sottolinea con amara ironia che “di scarsa conoscenza non è mai morto nessuno”, mentre di fame si muore ancora. La cultura e l’astrazione sono diventate lo strumento con cui una minoranza si fa mantenere dalla maggioranza che produce beni tangibili.
4. La Critica Politica: L’Unificazione delle Élite
La parte finale del testo abbandona la speculazione antropologica per mappare l’attuale scenario sociopolitico, decretando la fine di ogni speranza rivoluzionaria.
• La fine dell’opposizione critica: Nel passato, i pensatori (come gli illuministi Rousseau, Montesquieu, Voltaire) erano un contropotere rispetto ai sovrani (Luigi XVI). Oggi, l’alleanza tra intellettuali, burocrati, politici e banchieri ha creato una “razza unificata” di “compagni di merende”.
• L’impossibilità del cambiamento: Le teorie classiche della democrazia moderna (il Contratto Sociale o la Separazione dei Poteri) sono ridotte a utopie per “cani sciolti”. Il sistema è ormai ermetico, privo di crepe (“il rotto della cuffia non c’è più”) e non più modificabile attraverso i vecchi paradigmi rivoluzionari.