C’è una donna. Messaggera di una nota e di un colore. Tra lunghi. Morbidi capelli da accarezzare. Filari di pazienze corrose. Compiante. Perdonate.
Una donna sconosciuta. Ambita. Tra gli ori barocchi di una chiesa rinascimentale. O. A nascondino. Tra le colonne del pronao.
Patrizia.
La giovane. Vergine. Il martirio è ancora suo. Oltre la grata della clausura. Nelle rughe dei sugheri ingannatori. Dei presepi. A San Gregorio Armeno.
Vago. Travolto dal si bemolle di Ciajkovskij. Infuso nel rosso porporino. Vago. Nelle mia immobilità. Prossima alla assoluta incertezza del ritorno. Del giro. Tra la nota e il colore.
Così, ti scrivo. Con paura. Di essere imprigionato. O. Già prigioniero. In una condanna vorticosa di inseguimenti. Di rinunce. Di prese.
Vago. Ma so vedere sotto gli abiti. Scarnifico. Sono odiato. Forse temuto.
Vago. D’incontro. Ad un cumulo di miscellanea equivoca. Di profumi e di tanfi. Di abiezioni e di slanci.
Confesso: ho paura.
Ancora. Confesso: questa paura mi esalta. La mia sensibilità, ebra. La mia lucidità, esasperata. La mia potenza, infinita.
Ancora. Nuovamente. Confesso: la mia felicità si compie. Nella vittoria o nella sconfitta che verrà.
E’ questo il senso? Dei “giorni a scacchiera di mosse e contromosse”. Potrò, allora, chiedermi se le alterne paure sono preludio ad alterne felicità. Se è rovescio il nesso, che pure le separa. Se nella paura è la soluzione suprema. Assoluta.
Se, è la felicità della paura?
Il si bemolle tumulta. Sfibra la presenza di me. In questa tarda ora notturna. Si adegua tra tremanti spire di fumo. Tinte del rosso porporino. Eruttato dagli agnelli o dai cuori. Sacrificati al tuo riposo. Patrizia.
Hai paura? Oh, si! Hai paura! E se non avessimo paura delle fosche giornate e delle adescanti notti. Dei tremori dei venti. Se non avessimo paura del nemico, dell’imprevedibile, della viltà, dell’odio, della mancanza di un dio protettore e salvifico, dei nostri errori, delle nostre ingenuità, dei nostri rancori, dei nostri, dei nostri, dei nostri niente. Dei nostri ripetuti niente. Quale eden immaginifico ci accoglierebbe? Come conosceremmo la felicità dell’essere umani? Vivi di sensi. Di immagini. Di suoni.
Il peccato. La paura del peccato ci ha reso felici. Tra disonori e purificazioni. Tra sporcizia e abluzioni.
La felicità della paura? E’ questo il suono? Che hai avvertito incalzante? Che ti penetra rendendoti schiava e gravida di te stessa?
Sono sull’orlo. Tremo. Non so cosa scrivere. Nè perchè. Nulla ha più il nostro senso. Al di là del nostro senso. Perchè il limite non ha prosiegui. Non ha ritorni.
La felicità è umana. Non sappiamo essere oltreumani. Tiranneggiati dal limite. Ripiegati. Indifesi. Contriti. Annichiliti. In una notte di isolato stupore, assaporiamo la felicità dei nostri nomi. Lo stesso senso.
Mentre i predatori all’agguato hanno la paura del tempo del digiuno. Mentre le prede allungano la potenza della corsa nella paura dell’artiglio.
Entrambi hanno paura. Entrambi, privati, morirebbero.
Leggimi. Trema. Sii felice.
per Patrizia
franchini

Se parlando di interiorità non sappiamo fermarci si finisce a disquisire di interiora. Senza accorgercene. Rambaldo
ha un sapore meno oltreumano questa tua confessione di uomo prigioniero. Che insegue e fugge l’inafferrabile condizione umana,così rischiosa …ma non è il rischio l’esperienza più inebriante? Pensa, come saltare in un anello di fuoco e uscirne indenni.Che libidine! Ho sempre guardato ai trapezisti come persone che nuotano nella”la felicità della paura” sfidando e vincendo.Ma.. forse sarà che chi è disposto a toccare il fondo, il fondo non lo tocca mai
Gentile Patrizia.
se vuoi, quando vuoi, scrivimi.
La mia mail : franchiniumberto@virgilio.it.
Con gli auguri sinceri di ogni bene alla giovane figlia ed alla madre.
tuo,
franchini
Grazie Luisa Errico. Grazie Franchini. Grazie di avere antenne riceventi così generose da definirmi ‘splendida’. No, non credo proprio di essere tale. Se ancora sono, sono una che insegue la normalità come il più ambito dei traguardi. Se ancora sono, è perchè i dolori più atroci che Dio, o il Caso, o chi per loro mi hanno fornito in assoluta abbondanza, mi hanno trafitto da parte a parte, lasciandomi senza respiro per tanto tempo. Non li ho respinti e mi sono lasciata trapassare, infierire, oltraggiare. Credo sia la sola possibilità al superamento, posto che mai ci sia un superamento. La dimensione del dolore credo sia una grande prova che l’esistenza ti propone. PatriziaPoi, penso sia avvenuta una rinascita. A mia insaputa. Forse è stata – ma credo sia così – la presenza di una figlia ancora ragazza giovane per la quale vale la pena di vivere e lottare col dolore e ogni volta che la guardo dentro quei profondi occhi color muschio, rivedo il padre che per quei pochi anni che l’ha cresciuta insieme a me, le ha trasmesso tanta forza e tanta saggezza. E’ stata lei a sostenermi nel recente dolore della perdita e Dio sol sa quanto soffrisse. I figli ci proteggono. Perchè parlo di rinascita? Perchè una volta tanto guardo i fatti. E i fatti lo dimostrano. Una come me che da 16 mesi lotta contro il dolore, la depressione, la fatica di andare avanti in un mondo che è diventato vuoto,e ogni mattina alzandosi per andare al lavoro ha paura di tutto: che le caschi un tegolo in testa, che venga investita dal tram, di svenire per strada e tanto altro. Ecco, questa persona ,che sono io, ritiene di non poter ancora lasciare questo mondo perchè deve portare a termine un mandato troppo importante che il padre di sua figlia le ha raccomandato: crescerla al meglio. Poi se ne potrà anche andare. E allora lotto e vado avanti. Tutto quanto detto s’interrompe, circa un mese fa quando, d’improvviso e non se per decreto divino o per finalmente e dolorosamente conseguita maturità , ecco che una grande pace mi scende liquida dentro. Silenziosa mi cola nell’anima, nel cuore, nello stomaco, ma più di tutto nella testa. Rifletto: ho versato un oceano di lacrime ma sono riuscita a fare tutto. Parlo di tutte quelle dolorose ed esosissime pratiche che seguono una perdita familiare. Ne avevo terrore perchè difetto di spirito pratico. Ho sistemato giuridicamente mia figlia, poi le carte, poi il lavoro di mio marito e tantissime altre cose che non basterebbe tutta la notte per raccontarle. Ce l’ho fatta.Chi ci è passato lo sa com’è difficile tutto questo.
Poi, appunto, mi sono presa questa pausa. Solo un giorno, però intero. Una domenica di circa un mese fa ,quando mia figlia era fuori casa, mi sono seduta nello studio di casa mia e ho riletto tutte le lettere scritte a mano da mio marito in brutta copia e poi spedite a Repubblica, verso la metà degli anni ’80. Mi sono tornate alla mente tutte le nostre chiacchierate sull’Italia di allora, il suo ideale Socialista, la sua passione politica, la sua onestà di propositi e di azioni, il suo appassionato fervore nel raccontare. Non piangevo ma provavo una grande commozione. Eccolo…l’ho sentito accanto a me. Non fisicamente, ma c’era. La sensazione è stata bellissima ed è la prima volta che la racconto. Un contatto. Una paura folle. La mia razionalità che spinge forte e chiede prove a sua salvezza perchè corrotta dalla fede in un credo non dimostrabile al quale in quel momento mi sono affidata, ma ogni credo non lo è per sua natura. Il non sapere cosa fare di quel momento. Se lasciarmi andare, oppure inibirlo. Alla fine l’ho vissuto, per intero.Anche perchè non avevo scelta. Finchè è durato:circa 1 minuto, forse qualche secondo di meno.
Da quel momento nulla è cambiato della mia vita di tutti i giorni ma moltissimo all’interno della mia spiritualità che ha preso a colorarsi di viola-glicine e ogniqualvolta chiudo gli occhi, in un momento qualunque della giornata in cui, quasi magicamente, entro in contatto con quel grande Qualcosa che non so definire, provo un’armonia che molto ricorda la musica che io da sempre tanto amo…..o forse anche il dolore troppo a lungo protratto chiede il suo riposo e cede il passo ad una timida serenità che, fra un tip-tap e l’altro sulle nuvole , scende Giù e vuole prendere il suo posto. Ed è stato così che, silenziosa e birichina, mi si è sistemata dentro.Credo di essere stata fortunata all’interno di tante sfortune, anche se so molto bene che la vita è tutta una fluttuazione di stati molto diversi fra loro e nulla è stabile nè duraturo.
Hai ragione cara Luisa a dire che non si sa dove si va ma bisogna andare…e anche tu, Franchini, nei tuoi bellissimi viaggi cosmici hai colto nelle infinite possibilità del ‘forse’ la sola risposta possibile a tutte le nostre paure: il non saper nè sapersi rispondere.
Buonanotte e ancora grazie.
Io ho paura, sempre, ma non mi fa sentire felice, mi fa sentire in movimento , proiettata verso un domani immaginifico come lo definisci tu, ma sicuramente fondamentale per la mia crescita.
E vado, dove?! non lo so … ma so di dover andare.. di dover seguire il fiume per trovare il mio posto .Poi mi accorgo che ogni transito lascia un segno e cambia gli assetti, le direzioni e diventa l’inizio di un nuovo cammino. Come fare a fermarsi in un mondo frammentato che ci riconosce a pezzetti, in un mondo liquido dove le nostre emozioni camminano, incrociano, si sfamano e poi restano di nuovo sole… Come fare a non avere paura?! Non lo so.
Ho paura ma non sono felice.
Patrizia e’ una donna splendida.
Grazie.
Patrizia?
E’ una colonna.
Più di vent’anni or sono,Le scrivesti una prima lettera.Te ne ricordi?
Volle consegnarmela,la serbo tra le mie cose più sacre,Uomo.
Ti ho letto, come mi hai chiesto. Ma in realtà non avrei dovuto: la paura della felicità non è mia, ma di chi ne fa un alibi per evitare di vivere con pienezza, e per continuare a scappare dalla chiarezza delle cose. Tu hai ragione, dunque sono felice per Patrizia, donna di rara fortuna, a quanto pare.