Etere
Etere (greco antico: ᾿Αιθήρ, Aithḗr) è una divinità primigenia della religione e della mitologia greca. È la potenza divina del cielo superiore e più puro, della luminosità del giorno. Si tratta della divinità dell’aria superiore che solo gli dei respirano, in contrapposizione all’aria respirata dai mortali (in greco ᾿Αήρ, aḗr).
Esiodo nella sua Teogonia (v. 124-125) lo indica come figlio Erebo (Ερεβος, le Tenebre) e Nyx (Nύξ, Notte) e fratello di Hemere (Ἠμἐρα, il Giorno).
Acusilao Erebo e Notte sono figli di Chaos e generano Eros, Etere e Metis (Μῆτις).
Igino, mitografo di lingua latina del II secolo d.C., nelle Fabulae [scrive che era figlio di Caligine (Tenebre) e di Chaos.
Da Giorno (Dies) ebbe come figli la Terra e il Cielo (Caelum) e i l Mare. Mentre dalla figlia Terra ebbe come discendenza: Dolore (Dolor), Inganno (Dolus), Ira, Lutto (Luctus), Menzogna (Mendacium), Giuramento (Iusiurandum), Vendetta (Ultio), Intemperanza (Intemperantia), Disputa (Altercatio), Dimenticanza (Obliuio), Ottusità (Socordia), Paura (Timor), Superbia, Incesto (Incestum), Battaglia (Pugna), Oceano (Oceanus), Themis, Tartaro (Tartarus), Ponto (Pontus), i Titani (Titanes) e le tre Furie (Furiae).
Etere nell’orfismo
Una teogonia di stampo orfico, quella attribuita a Ieronimo e a Ellanico di datazione incertae che viene riportata nel modo più esauriente da Damascio nel VI secolo d.C., così presenta la genesi del cosmo:
all’inizio vi è l’acqua (hýdōr ὕδωρ) e la materia (hýlē ὕλη); da questi si condensa la terra (gē γῆ);
prima di questi non c’è nulla, osserva Damascio, forse perché il “prima” è di natura “indicibile” quindi tramandato segretamente;
dall’acqua e dalla terra prese origine un serpente (drákōn δράκων) avente la testa di un toro e quella di un leone e in mezzo tra queste il volto di un dio, aveva anche le ali poste dietro le spalle, il suo nome era Tempo (Χρόνος, Chronos) privo di vecchiaia (agèratos ἀγήρατος), e ma ebbe anche il nome di Eracle (Hēraklēs, Ἡρακλῆς);
a questo serpente era congiunta Ananke (Ἀνάγκη, Necessità) incorporea, per natura identica ad Adrastea (Ἀδράστεια), con le braccia aperte a contenere (“ne raggiunge i limiti”,peráton) tutto il mondo (kosmoi);
Tempo, il serpente, è padre di Etere umido, di Chaos senza limiti e di Erebo nebbioso; in questa triade Tempo genera l’uovo;
dall’Uovo nasce un essere dall’aspetto sia femminile che maschile, con le ali d’oro, le teste del toro sui fianchi, un enorme serpente sul capo somigliante a tutte le creature selvatiche, questo essere conteneva in sé tutti i semi delle creature future, il nome di questo essere nato dall’Uovo era Protogono (Πρωτογόνος, Protogonos), anche chiamato Zeus o Pan (Πάν).
Una ulteriore teogonia orfica emerge dai Discorsi sacri (hieroi logoi, in ventiquattro rapsodie detta anche Teogonia rapsodica), di cui diversi autori neoplatonici riportano alcuni passi attribuiti a Orfeo ma probabilmente frutto di una rielaborazione di materiale arcaico avvenuta tra il I e il II secolo d.C..
Tempo (Χρόνος, Chronos) genera Etere e quindi un chásma (baratro, χάσμα) grande che si estende qua e là;
poi il Tempo per mezzo di Etere forma un “Uovo d’argento”;
dall'”Uovo d’argento” emerge Fanes (Φάνης, Phanes), ermafrodito, dotato di quattro occhi, con ali d’oro e munito di diverse teste di animali;
Fanes regna con Nyx (Notte) sua paredra, madre e figlia, dal potere mantico;
Notte genera Gaia e Urano, trasmettendo il potere regale a quest’ultimo;
Gaia e Urano generano Kronos che castra il padre strappandgli il potere regale;
il seguito è simile alla Teogonia esiodea fino a Zeus che inghiotte Fanes divenendo il Tutto;
Zeus riavvia una nuova teogonia, in questo nuovo processo il re degli dèi sposa Demetra che ha una figlia, Persefone, da Persefone, Zeus ha un nuovo figlio Dioniso che sarà protagonista nella nascita del genere umano:
« Presso Orfeo sono tramandati quattro regni: primo quello di Urano, che ricevette Crono, una volta che ebbe evirato i genitali del padre; dopo Crono regnò Zeus, che scaraventò nel Tartaro il genitore; in seguito, a Zeus successe Dioniso che, dicono, i Titani gravitanti intorno a lui dilaniarono, per una macchinazione di Era, e si cibarono delle sue carni. E Zeus, colto dallo sdegno, li folgorò e, generatasi la materia dalla cenere fumante da essi prodotta nacquero gli uomini; dunque, non bisogna che facciamo morire noi stessi, non solo come sembra dire il mito, perché siamo in un carcere, il corpo (questo infatti è chiaro), e non lo avrebbe detto affinché restasse segreto, ma non bisogna far morire noi stessi, anche perché il nostro corpo è dionisiaco: infatti noi siamo parte di lui, se è vero che siamo formati dalla cenere dei Titani, che ne mangiarono le carni. »
(Olimpiodoro. Commento al Fedone di Platone; fr. 220 Orfici. Testimonianze e frammenti nell’edizione di Otto Kern, p. 509)
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