
Un presidente del Consiglio dovrebbe disporre delle sufficienti conoscenze costituzionali per sapere che della carcerazione o meno dei cittadini, dispone la magistratura, non il governo. Da cui non si comprende una presa di posizione tanto scomposta contro il giudice delle indagini preliminari di Milano che ha deciso della libertà di Sahir. Sempre che l’onorevole Meloni non si preoccupasse minimamente dell’ordinamento giuridico che regola le istituzioni repubblicane e volesse solo far sapere alla nazione da che parte stava fra i maranza che sfasciano le vetrine e i milanesi andati a passeggio in centro.
La scelta di cavalcare la piazza, tanto è suggestiva quanto pericolosa. Se ne accorsero il Pci e la Cgil, loro malgrado, nella seconda metà degli anni ’70 del secolo scorso. Il Pci venne scavalcato dal movimento studentesco, indiani metropolitani, autonomi. La Cgil prese la pietre in testa all’università di Roma. Il sogno di lotta e di governo si infranse presto e contro i fantasmi del Che argentino e del mescalero Geronimo. Altro che sacrifici e disciplina proletaria. I giovani che arraffano quanto possono dai negozi di lusso, sono meno romantici. Vai loro promettere il salario minimo. Quelli te lo ributtano in faccia. Desiderano arricchirsi almeno come Briatore. Non sono rivoluzionari. Sono i prototipi del turbo capitalismo.
Se c’era ieri una ragione per scendere in piazza, quella era contro il ministro Urso che aveva promesso di salvare l’Ilva chiusa proprio definitivamente nella mattinata. Aspetta che i portuali di Livorno, intenti ad ascoltare l’inviato speciale dell’Onu Albanese, si accorgano delle conseguenze sulla filiera dell’acciaio. Mandagli pure Pecoraro Scanio a dire che tanto si guadagna bene con il turismo. Togli i poli industriali all’Italia e finirai con il dare ai giovani sprovvisti di mezzi la prospettiva di fare a vita il cameriere o il portinaio d’albergo. Se proprio va loro bene, il pizzaiolo, il mastro pasticciere.
Berlinguer comprese l’errore commesso tragicamente di voler mobilitare l’universo mondo contro il vecchio nemico di classe. Allora si trincerò nelle fabbriche fra gli operai metalmeccanici. Venne sconfitto politicamente, ma almeno salvò la faccia. Oggi il nuovo segretario della Fiom nemmeno sembra preoccuparsi delle conseguenze della chiusura avvenuta a Taranto. Il tapino si sente alla page indossando una sciarpetta che inneggia al sette ottobre, giorno santificato da Allah. Poi si è scusato, non legge l’arabo. I pochi iscritti rimasti al suo sindacato possono dormire sonni tranquilli. Si sono scelti un leader che sbaglia prima ancora di mettere piede fuori di casa. Meglio per l’opposizione tirare dritto e puntare sul programma.
Riccardo Bruno
Direttore politico de “La Voce Repubblicana”


Libertà di dissentire nel rispetto delle istituzioni, delle persone e delle vetrine
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