
Lo sputo è l’ultimo ingrediente di una campagna elettorale che promette di essere noiosa almeno quanto le precedenti. Una sfida nella quale i contendenti si accusano reciprocamente di essere responsabili della fine del mondo. Una specie di gara a chi riesce a scaricare sull’altro il peso delle proprie responsabilità. “Abbiamo trovato i conti da schifo”, dice la maggioranza. “Macché! I conti erano in ordine nonostante avessimo dovuto affrontare una pandemia”, risponde l’opposizione. E poi, immancabili, arrivano i condimenti della casa: magistratura politicizzata, comunisti, fascisti, complotti e una legge elettorale costruita apposta per fregare gli avversari. Almeno secondo i bianchi. I neri, naturalmente, sostengono che quella vergognosa fosse la precedente. Insomma, cambia il cuoco ma la minestra è sempre la stessa. Nel frattempo il mondo brucia. Intorno a noi si spara come se il domani fosse un lusso al quale possiamo tranquillamente rinunciare. Le conseguenze, però, non restano confinate nei telegiornali. Arrivano puntuali al distributore di benzina, davanti alle bollette e soprattutto alla cassa del supermercato. È lì che la geopolitica smette di essere una parola difficile e diventa una questione molto concreta: quanti soldi ci sono rimasti nel portafoglio? “È colpa di quei bastardi di Hormuz”, si giustifica il Governo. “Macché! Sono i miliardi buttati negli armamenti che ci hanno impoverito”, replica l’opposizione. E giù sputi. Perché quando finiscono gli argomenti comincia lo spettacolo. Si passa dalle responsabilità politiche agli insulti personali. Dalle proposte alle provocazioni. Dalle idee agli schizzi di saliva. Una gara a chi sputa più lontano che ricorda quelle che facevamo da bambini quando si cercava di superare i due metri facendo pipì in compagnia. Solo che allora eravamo bambini e nessuno pretendeva di governare un Paese. Oggi invece siamo davanti a una classe politica che sembra aver smarrito persino il senso della misura. E non è soltanto una questione di educazione. È qualcosa di molto più serio. Quando il confronto democratico si riduce alla delegittimazione dell’avversario significa che la politica ha rinunciato a fare il proprio mestiere. Non cerca più di convincere. Cerca soltanto di screditare. Non prova a costruire un consenso ma a demolire quello degli altri. Il risultato è un Paese trasformato in un enorme ring dove ognuno ha il suo angolo, il suo pubblico e il suo nemico da abbattere. Il cittadino viene convocato soltanto quando serve un voto o quando bisogna riempire una piazza. Per il resto può tranquillamente arrangiarsi con stipendi insufficienti, servizi pubblici in affanno e una qualità della vita che arretra. L’importante è che non perda di vista il nemico. Perché se cominciasse a guardare nella direzione giusta potrebbe accorgersi che il problema non è sempre quello che sta dall’altra parte dello schieramento. Il popolo intanto scende in piazza con il solito forcone fatto di parole. Urla, slogan, indignazione e promesse. Si divide in tifoserie come se la democrazia fosse un campionato di calcio. Si discute di chi abbia rubato più palloni mentre il campo sta andando a fuoco. La Classe Dirigente invece prende spunto da Napoli milionaria e aspetta che passi la nottata. Sorseggia buon vino d’annata e osserva la scena con la tranquillità di chi sa che, comunque vada, non sarà chiamato a pagare il conto. Perché c’è una certezza che accomuna molti protagonisti della nostra politica: chiunque vinca, i privilegi difficilmente finiranno in discussione. Cambieranno le poltrone, forse i nomi sulle porte e certamente le dichiarazioni alla stampa. Ma il meccanismo continuerà a funzionare. Perché il vero miracolo della politica italiana è riuscire a cambiare tutto senza cambiare quasi niente. E noi restiamo lì. A dividerci per un colore, una bandiera o una dichiarazione. A difendere chi non ci difende e ad attaccare chi probabilmente non conosciamo nemmeno. Ci indigniamo per uno sputo e magari dimentichiamo le tante umiliazioni quotidiane che subiamo senza che nessuno si preoccupi di chiedere scusa. Ecco perché questo episodio, per quanto miserabile, racconta qualcosa di più grande. Non è soltanto il gesto di qualcuno che ha perso il controllo. È il simbolo di un confronto pubblico che ha perso il rispetto. E quando il rispetto scompare dalla politica finisce inevitabilmente per scomparire anche dalla società. La domanda allora non è chi abbia sputato per primo. La domanda è perché continuiamo ad accettare che questo sia il livello del nostro dibattito pubblico. Perché alla fine delle guerre, delle polemiche e delle campagne elettorali resta sempre un conto da pagare. E non lo pagano quelli che si sputano addosso davanti alle telecamere. Lo pagano quelli che rinunciano a una visita medica, quelli che fanno i conti prima di riempire il carrello della spesa e quelli che lavorano senza riuscire a immaginare un futuro migliore. E allora avanti con gli sputi. Che almeno quelli non costano nulla. È questo il valore aggiunto che quest’anno siamo riusciti a portare alla campagna elettorale: un Paese che avrebbe bisogno di una classe dirigente capace di guardare lontano e che invece continua a guardarsi le scarpe per evitare di vedere dove è finito. Noi in piazza a sputarci in faccia. Loro ad aspettare che passi la nottata. Ma forse, questa volta, sarebbe il caso di svegliarci prima.
Angelo Santoro


“La mente”, che cosa strana che è
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