
Scampata la sconfitta referendaria nel mese di marzo la magistratura inquirente ha ripreso a macinare contribuendo con particolare energia al clima repressivo che si registra nel paese in un combinato disposto che sembra fondere la tensione internazionale e le nostre vicende domestiche. È inutile sforzarsi di ripetere che la violenza utilizzata come atto politico, come atto di protesta, come strumento difensivo che diventa offensivo è esecrabile in ogni dove e vale per gli Stati come per gli individui, la violenza che rifiuta il dialogo, è un’espressione primitiva.
La ricerca ossessiva del “grande vecchio” che sopraintenderebbe alle manifestazioni di massa giovanili che dal resto dell’Europa sono planate anche nel nostro paese ha finito per generare un dibattito distopico.
Anziché colpire il crimine e le cause che lo generano ( Tough on crime, tough on the causes of crime) come disse Tony Blair manifestando fermezza contro la criminalità e impegnandosi a combattere i fattori sociali che la generano sono andati alla caccia degli agenti esterni che avrebbero provocato queste manifestazioni violente e addirittura si è finalmente giunti in brevissimo tempo alla scoperta del cattivo maestro in salsa islamica: un giovanotto di poco più di trent’anni, studioso e influencer sulle giovani generazioni di provenienza magrebina. Come ha sapientemente scritto Giuliano Ferrara sul foglio, Penna abitualmente ruvida nei confronti del fondamentalismo islamico e delle ragioni dell’irredentismo palestinese,
“….La documentazione che eventualmente incastri Siher deve essere inoppugnabile, la galera non si richiede con leggerezza, per uno della bassa bresciana venuto dal Marocco, e per sua moglie mediatrice culturale, così è detto e sottoscritto. Per esempio l’espressione usata dall’esimio dottore Viola e dai suoi colleghi, che identifica Siher come “mente del canale social 17 ottobre”, specie se associata come definizione all’idea di una eccezionale expertise nell’organizzare rivolte di piazza tali da “poter sviluppare una strategia rivoluzionaria”, be’, manco fosse un redivivo Toni Negri, o un Karl Radek, uno Zinoviev, un Trotzkij, l’impressione è che siamo allo stadio prenatale di un certo analfabetismo politico-insurrezionale”.
Ferrara ha messo più di un punto interrogativo su questa gravidanza isterica rinnovata di provvedimenti abnormi tesi a definire un quadro di presupposta presupposta matrice terroristica ad una discutibile ma rudimentale azione di propaganda politica rivolta a piccoli gruppi di manifestanti certamente disorganizzata e del tutto estranea all’idea di un sovvertimento dello Stato per via di manifestazioni contro il carovita con i conseguenti tumulti che hanno investito esercizi commerciali e colpito le forze dell’ordine.
Ma alla Procura non è apparso vero di poter offrire in pasto all’opinione pubblica il classico mostro da sbatter in prima pagina
Meglio ancora se è marocchino.
A rovinare la tesi del capro espiatorio da offrire alle tricoteuses odierne e’ stato un GIP che ha ritenuto insufficienti le prove per tenere in carcere il giovane studioso.
Furibondo il Governo che aveva fatto del garantismo la cifra dei propri interventi sul terreno della Giustizia, sollevato un certo mondo perdonista a prescindere.
Noi dobbiamo essere moderatamente convinti che con questa radicalizzazione non si arriverà alla soluzione reale delle questioni. Che non sono solo di ordine pubblico.
La protesta giovanile esiste; derubricarla come fosse puro atto insurrezionale o addirittura terroristico non aiuta a capire di che si tratta veramente e fa il gioco di chi vuole mantenere un clima artefatto da paese in stato d’assedio.
Un tempo si chiamava “strategia della tensione” riproporlo oggi significa non aver letto e compreso bene le Storie di Ieri affinché non si ripropongano più.
Bobo Craxi


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