
Le proteste degli autotrasportatori, le tensioni nelle piazze e il malcontento che attraversa il Paese riportano al centro una domanda scomoda: di quale sicurezza stiamo parlando, e soprattutto per chi?
In Campania, in Sicilia e in altre zone d’Italia, tanti lavoratori denunciano costi sempre più difficili da sostenere, margini ridotti e un futuro sempre più incerto. Quando chi lavora non riesce più a far quadrare i conti, liquidare tutto come un problema di ordine pubblico significa ignorare le ragioni profonde della protesta.
Questo non significa giustificare ogni forma di protesta. La violenza e le intimidazioni non possono diventare strumenti normali di rivendicazione, ma è altrettanto sbagliato confondere il dissenso con la violenza e trattare ogni manifestazione di rabbia come una minaccia da reprimere.
Il cosiddetto decreto Sicurezza ha riacceso il dibattito sui limiti del diritto di manifestare e sugli strumenti a disposizione dello Stato per mantenere l’ordine pubblico. Il punto, però, non è negare la necessità di regole, ma chiedersi se nuove misure repressive siano davvero sufficienti a risolvere problemi economici e sociali che continuano ad aggravarsi. Una democrazia dovrebbe saper distinguere chi commette violenze da chi scende in piazza per chiedere condizioni di vita e di lavoro dignitose.
La sicurezza, infatti, non può essere soltanto quella delle strade sgombre e delle proteste silenziate: deve essere anche la sicurezza di poter lavorare senza essere schiacciati dai costi, pagare le bollette e guardare al futuro senza paura.
In questo quadro si inserisce anche il ruolo del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, chiamato a esercitare le proprie prerogative costituzionali nel rispetto degli equilibri istituzionali. Il confronto sulle leggi e sulla loro compatibilità con i principi costituzionali resta essenziale, soprattutto quando sono in gioco diritti fondamentali come la libertà di espressione e di manifestazione.
A ricordarci quanto sia importante guardare oltre le immagini degli scontri è intervenuta anche l’eurodeputata spagnola Irene Montero, che il 22 ottobre, al Parlamento europeo, ha criticato quei rappresentanti politici che si indignano per un cassonetto bruciato o un sampietrino divelto, mentre milioni di persone affrontano difficoltà economiche, affitti insostenibili e servizi pubblici sotto pressione. Il senso delle sue parole è netto: se si invoca il pugno duro contro i giovani che protestano, ma non si interviene con la stessa determinazione contro speculazione, grandi interessi economici e disuguaglianze, allora la politica rischia di diventare parte del problema anziché della soluzione. Un intervento duro, certamente, ma che pone una domanda difficile da liquidare: è sufficiente ripristinare l’ordine nelle strade se le ragioni del malcontento restano irrisolte? La sicurezza è necessaria, ma lo è altrettanto la capacità delle Istituzioni di distinguere la violenza dal dissenso e di affrontare le condizioni economiche e sociali che alimentano la protesta.
Anche le rivendicazioni degli autotrasportatori meritano di essere ascoltate nel merito. Carburanti, pedaggi, manutenzione dei mezzi e costi di gestione possono mettere in seria difficoltà le imprese, soprattutto quelle più piccole. Per questo una parte del settore chiede interventi specifici e misure capaci di riconoscere le loro particolari esigenze. Il confronto, però, non può ridursi a una contrapposizione tra chi protesta e chi governa: servono tavoli concreti, impegni verificabili e soluzioni che non scarichino sempre il peso delle crisi su lavoratori, famiglie e piccole imprese. Anche le notizie che circolano sui social, comprese le presunte minacce rivolte ai manifestanti da rappresentanti delle Istituzioni, devono essere verificate prima di essere presentate come fatti accertati. La gravità di certe accuse impone precisione, non superficialità.
Un Paese non è più sicuro soltanto perché reprime con maggiore durezza. È più sicuro quando le persone non sono costrette a scegliere tra pagare le spese essenziali e continuare a lavorare, quando i giovani possono immaginare un futuro e quando le Istituzioni ascoltano le richieste prima che la disperazione esploda nelle piazze.
Le regole servono, il rispetto della legge è indispensabile, ma servono anche risposte politiche, economiche e sociali. Perché la vera domanda è questa: vogliamo una società in cui il dissenso venga soltanto contenuto oppure una società capace di ascoltarlo e correggere ciò che non funziona? La sicurezza senza giustizia sociale rischia di diventare soltanto una parola d’ordine. E il silenzio delle piazze, da solo, non significa affatto che i problemi siano stati risolti.
Angioletta Massimino

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