
A meno di due settimane dalle elezioni americane di medio termine, Donald Trump si ritrova con un problema che nessuna dichiarazione trionfalistica può cancellare. Il consenso nei suoi confronti è precipitato al 31%, il rincaro dei carburanti pesa sulle famiglie americane, la guerra con l’Iran continua a produrre conseguenze economiche e i repubblicani affrontano il voto del 3 novembre in un clima di crescente difficoltà. In questo scenario, un successo diplomatico sulla guerra in Ucraina rappresenterebbe un risultato politicamente prezioso da presentare agli elettori. Peccato che Vladimir Putin non sembri particolarmente interessato a concederglielo.
L’ennesima missione americana a San Pietroburgo, affidata a Steve Witkoff, si è conclusa senza alcuna concessione sostanziale da parte del Cremlino. Nessun cessate il fuoco, nessuna disponibilità a sospendere gli attacchi contro le infrastrutture energetiche ucraine, nessun arretramento sulle rivendicazioni territoriali. Mosca si è limitata a dichiararsi disponibile, in linea di principio, a riprendere i negoziati intorno al 10 novembre, guarda caso dopo le elezioni americane. Una disponibilità a parlare, naturalmente, non equivale alla volontà di raggiungere un accordo.
C’è un particolare che rende questa vicenda ancora più significativa. Prima dell’incontro, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov aveva già chiarito che Mosca avrebbe preso in considerazione eventuali vantaggi economici e finanziari offerti da Washington, senza tuttavia accettare concessioni politiche. In altre parole, gli Stati Uniti possono offrire qualcosa alla Russia, ma la Russia non intende necessariamente offrire qualcosa in cambio. Una concezione delle trattative piuttosto singolare, soprattutto quando la parte che avanza le richieste è quella che ha invaso militarmente un paese sovrano.
Eppure Trump continua a trattare Putin come un interlocutore privilegiato, mentre riserva a Volodymyr Zelenskyj critiche sempre più pesanti. L’amministrazione americana ha persino raggiunto un’intesa commerciale sul diesel russo, allentando parte della pressione economica su Mosca proprio mentre l’Europa tenta di mantenere efficaci le sanzioni. La contraddizione è evidente. Da una parte si cerca di limitare le risorse con cui la Russia finanzia la guerra, dall’altra si riaprono canali commerciali che possono contribuire a sostenerne l’economia. E tutto questo senza aver ottenuto alcun impegno concreto sulla cessazione delle ostilità.
Ma c’è un altro problema che riguarda direttamente la qualità della rappresentanza diplomatica americana. Trump ha affidato una delle trattative più delicate degli ultimi decenni a uomini della propria cerchia personale, tra i quali Steve Witkoff e Jared Kushner, privilegiando il rapporto di fiducia rispetto alla tradizionale esperienza diplomatica. Witkoff, imprenditore immobiliare senza una carriera diplomatica alle spalle, è ormai alla nona visita in Russia, ma non è riuscito a ottenere concessioni sostanziali sugli obiettivi fondamentali del conflitto. Anche gli analisti dell’International Institute for Strategic Studies hanno rilevato seri limiti nell’approccio negoziale di Witkoff e Kushner, soprattutto nella comprensione delle condizioni necessarie per convincere Mosca a rinunciare alle proprie pretese. La vicenda pone dunque una domanda tutt’altro che secondaria: è sufficiente essere uomini di fiducia del presidente americano per affrontare negoziatori russi abituati da decenni a utilizzare ogni concessione dell’avversario come uno strumento di pressione politica?
L’episodio di San Pietroburgo non contribuisce certamente a dissipare questi dubbi. Durante l’incontro Witkoff ha definito Putin un uomo umanitario, ringraziandolo per la liberazione del cittadino americano Stephen Hubbard. Una liberazione certamente importante sul piano umano, ma che non modifica di un millimetro le responsabilità russe nell’invasione dell’Ucraina. Il rilascio di un prigioniero viene trasformato in un successo diplomatico, mentre le questioni fondamentali rimangono irrisolte. Quelle parole hanno suscitato critiche persino tra esponenti repubblicani, evidenziando quanto possa diventare controproducente confondere la cortesia diplomatica con il riconoscimento politico. E tutto questo mentre Mosca continua a bombardare le città ucraine.
Ma la questione più grave riguarda ormai il rapporto tra gli Stati Uniti e l’Europa. Per decenni Washington ha rappresentato il principale riferimento politico, militare e strategico del continente europeo. Oggi quella relazione attraversa una crisi che non può essere liquidata come una normale divergenza tra alleati. L’amministrazione Trump continua ad assumere iniziative che contrastano direttamente con la strategia europea nei confronti della Russia, creando una situazione nella quale gli interessi delle due sponde dell’Atlantico appaiono sempre meno conciliabili.
Anche Giorgia Meloni, certamente non sospettabile di ostilità preconcetta verso Trump, ha definito molto rischioso l’accordo sul diesel russo, denunciando il pericolo di legittimare Mosca e indebolire l’efficacia delle sanzioni. L’Europa, insieme al Regno Unito, continua a sostenere economicamente e militarmente l’Ucraina nella convinzione che una pace ottenuta attraverso concessioni territoriali imposte con la forza creerebbe un precedente estremamente pericoloso per l’intera sicurezza continentale.
Washington sembra invece privilegiare una diversa impostazione, fondata sulla possibilità di offrire incentivi economici alla Russia nella speranza di ottenere un compromesso. Il problema è che Putin continua a chiedere risultati politici senza modificare le proprie pretese. Non occorre essere grandi esperti di diplomazia per comprendere quanto sia difficile raggiungere un accordo quando una delle parti considera ogni concessione ricevuta un punto di partenza per avanzare ulteriori richieste.
E qui emerge una contraddizione ancora più profonda. Per anni gli Stati Uniti hanno chiesto agli europei di aumentare le proprie spese militari, assumersi maggiori responsabilità e rafforzare la sicurezza continentale. Adesso che l’Europa, pur con tutti i suoi ritardi e le sue divisioni, continua a sostenere l’Ucraina contro l’aggressione russa, è proprio Washington ad adottare una politica che rischia di indebolire quella resistenza.
L’Europa, naturalmente, non è soltanto un insieme di paesi dipendenti dalla protezione americana. È uno dei maggiori mercati del mondo, una potenza economica e commerciale con capacità industriali, tecnologiche e finanziarie considerevoli. Il suo limite principale resta la frammentazione politica e militare. Ma proprio l’incertezza sull’affidabilità americana potrebbe accelerare quel processo di autonomia strategica che Washington, per decenni, ha guardato con una certa diffidenza.
Il paradosso è notevole. Nel tentativo di ridefinire i rapporti con Mosca e imporre agli alleati europei una nuova gerarchia di interessi, Trump rischia di produrre esattamente il risultato opposto a quello che un presidente americano dovrebbe perseguire: indebolire l’influenza degli Stati Uniti sul loro principale alleato storico.
Ed è qui che la questione assume contorni ancora più seri. Gli Stati Uniti non sono diventati il nemico militare dell’Europa, ma l’amministrazione Trump sta progressivamente assumendo, su questioni decisive, il ruolo di un antagonista politico degli interessi europei. Una trasformazione che avrebbe conseguenze profonde non soltanto sulla NATO, ma sull’intero equilibrio internazionale costruito dopo la Seconda guerra mondiale.
Nel frattempo Putin può continuare a trattare senza interrompere la guerra, discutere di affari senza rinunciare alle proprie condizioni e utilizzare il dialogo con Washington per attenuare il proprio isolamento internazionale. La Russia non ha ancora ottenuto ciò che pretende sul campo di battaglia, ma sul terreno diplomatico beneficia delle divisioni occidentali. Ed è difficile immaginare un vantaggio maggiore per Mosca di quello rappresentato da un’America che considera sempre più spesso i propri alleati europei un ostacolo, anziché una risorsa strategica.
Il 3 novembre gli americani voteranno per rinnovare la Camera e una parte del Senato. Il sondaggio Reuters/Ipsos del 19 ottobre registra un gradimento presidenziale del 31% e un vantaggio nazionale dei democratici sui repubblicani di dodici punti nelle intenzioni di voto per il Congresso. Sono numeri che non determinano automaticamente l’esito delle elezioni, ma descrivono con chiarezza le difficoltà politiche della Casa Bianca. Trump avrebbe bisogno di dimostrare agli elettori che la sua politica estera produce risultati concreti, mentre la guerra continua e Mosca non mostra alcuna intenzione di modificare sostanzialmente la propria posizione.
La domanda conclusiva, allora, è piuttosto semplice. Che vantaggio strategico ottengono gli Stati Uniti dal concedere aperture economiche e riconoscimento politico a Putin senza ricevere progressi verificabili verso la pace?
Per ora, la risposta non si vede. Si vede invece un’Europa costretta a interrogarsi sul futuro della propria sicurezza, un’Ucraina che continua a combattere e una Russia che non rinuncia alle proprie ambizioni. E si vede soprattutto un’America che, nel tentativo di trovare un’intesa con il principale avversario della sicurezza europea, rischia di compromettere il rapporto con quegli alleati che per ottant’anni hanno rappresentato uno dei pilastri della sua potenza.
C’è infine un particolare che rende questa vicenda quasi grottesca. Trump, piaccia o meno, deve rispondere agli elettori, al Congresso e alle scadenze della democrazia americana. Putin, invece, ha da tempo eliminato quasi tutti questi fastidiosi inconvenienti. Nella sua concezione del potere, dalla poltrona di capo supremo della Russia potrà rimuoverlo soltanto la Morte. E quella, almeno per il momento, non sembra avere alcuna fretta di convocarlo al tavolo delle trattative.
Piero Terracina

La dirigenza UE in realtà ha votato le spalle all’Europa e da molto tempo.
O è stupidità o malafede… chissà. Il tempo ce lo dirà.