
In Italia c’è una certezza che resiste a tutto: quando arriva un problema, arriva anche un ministro pronto a spiegarci che è tutto sotto controllo. Se poi il problema riguarda camion fermi, supermercati che cominciano a svuotarsi, agricoltori in difficoltà e rifornimenti che rischiano di saltare, allora possiamo stare tranquilli: ci pensa Adolfo Urso. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy è sceso in campo per affrontare l’emergenza degli autotrasportatori che da giorni protestano e bloccano le grandi arterie di diverse regioni del Sud. E, come spesso accade nelle emergenze italiane, la soluzione sembra già pronta: un altro Consiglio dei ministri, un altro decreto d’urgenza, qualche dichiarazione davanti alle telecamere e, naturalmente, la promessa che i generi di prima necessità arriveranno comunque. Insomma, possiamo stare sereni. A Palazzo Chigi si riuniscono, il Viminale garantisce i rifornimenti, le forze dell’ordine sono pronte a scortare i mezzi che trasportano alimenti e farmaci e il ministro Urso ci ricorda che bloccare i camion, lasciando passare le automobili, costituisce comunque un blocco stradale con conseguenze penali anche detentive. La legge, dunque, farà il suo corso. Il problema è che, nel frattempo, anche la realtà fa il suo corso. E la realtà non aspetta i Consigli dei ministri. La realtà è quella degli scaffali dei supermercati. È quella degli agricoltori che rischiano di vedere marcire la frutta e la verdura nei campi. È quella dei trasportatori che protestano perché i costi aumentano e i margini si restringono. È quella dei commercianti che aspettano i camion e dei cittadini che, prima ancora di vedere il prezzo aumentare, cominciano a chiedersi se quel prodotto lo troveranno domani. E qui entra in scena il grande teatro della politica italiana. Perché noi siamo un Paese straordinario: possiamo trasformare una crisi dei trasporti in una crisi di governo, una crisi agricola in una conferenza stampa e un problema al supermercato in un vertice interministeriale. Manca la pasta? Riunione a Palazzo Chigi. Mancano i pomodori? Cabina di regia. Manca l’olio? Decreto. Manca tutto? Stati generali. E se proprio dovessero finire anche le riunioni, ci sarà sempre una task force pronta a studiare il problema. Il ministro Urso, intanto, difende il suo ministero del Made in Italy, un dicastero che sulla carta dovrebbe proteggere e valorizzare ciò che produciamo in casa e che nella realtà si trova spesso a fare i conti con crisi internazionali, mercati impazziti, energia, concorrenza estera e ora persino con gli sceicchi, capaci di guardare contemporaneamente verso Trump e verso l’Iran, lasciando a noi il conto da pagare. E mentre la geopolitica gioca la sua partita, il nostro agricoltore guarda il proprio raccolto e si domanda se convenga raccoglierlo oppure lasciarlo marcire. Ecco, forse è proprio questa la parola che dovrebbe mettere maggiormente in allarme il Governo: marcire. Perché non marcisce soltanto la frutta nei campi. Rischia di marcire un sistema produttivo già stanco, fatto di agricoltori, trasportatori, piccoli commercianti e imprese che ogni giorno devono combattere con costi, burocrazia e concorrenza. Ma naturalmente c’è anche la politica. E qui la faccenda diventa ancora più interessante, perché la campagna elettorale sembra essere già cominciata. Nessuno lo dice ufficialmente, per carità. Ma tutti si preparano. Coalizioni, partiti, parlamentari, ministri: tutti pronti a scendere in campo, possibilmente davanti a una telecamera. Urso compreso. Del resto, se dovesse arrivare una vittoria del Campo Largo, qualcuno potrebbe dover lasciare il posto. E allora bisogna correre, parlare, promettere, difendere il proprio ministero e dimostrare che senza di noi il Paese rischia di andare a rotoli. Insieme a lui, naturalmente, ci sarebbe da sistemare tutto il cucuzzaro governativo, compresi ministri e sottosegretari che in questi anni hanno imparato una tecnica sopraffina: presentarsi come indispensabili quando le cose vanno male e come protagonisti quando, per qualche miracolo, vanno bene. Ma il cittadino, questa volta, rischia di non avere voglia di ridere. Perché dietro la satira c’è una domanda seria: chi paga davvero il conto di questa emergenza? Lo pagano i trasportatori quando il carburante costa troppo. Lo pagano gli agricoltori quando il raccolto non conviene. Lo pagano i commercianti quando i rifornimenti saltano. Lo pagano i consumatori quando i prezzi aumentano. E lo paga, alla fine, sempre il solito contribuente, quello che non ha una cabina di regia dove sedersi e nemmeno un Consiglio dei ministri da convocare. Ha soltanto il carrello della spesa. E se il carrello torna vuoto, nessun decreto potrà convincerlo del contrario. Per questo la questione non può essere liquidata semplicemente con la minaccia delle sanzioni o con l’invio delle forze dell’ordine. Le regole vanno rispettate, certamente, e i blocchi stradali non possono diventare uno strumento permanente di protesta. Ma una protesta non nasce dal nulla. Prima di mandare qualcuno a rimuovere un blocco, sarebbe forse utile capire perché quel blocco è nato. Altrimenti rischiamo di curare il termometro invece della febbre. E allora, caro ministro Urso, facciamo pure il Consiglio dei ministri. Fate il decreto. Convocate il tavolo tecnico, la cabina di regia, il vertice interministeriale e, se necessario, anche il vertice del vertice. Ma nel frattempo qualcuno pensi ai camion, agli agricoltori, ai commercianti e soprattutto a chi ogni sera deve mettere qualcosa in tavola. Perché la pazienza degli italiani è grande, ma non è infinita. E se proprio non sapete cosa fare, almeno un consiglio possiamo darvelo noi. Mettete a bollire l’acqua. Per la pasta, però, bisognerà prima aspettare il prossimo Consiglio dei ministri. Sempre che nel frattempo sia arrivato il camion.
Angelo Santoro

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