
Una giovane donna iraniana, la repressione di un regime teocratico e una domanda che interpella la coscienza di tutti: perché la solidarietà sembra accendersi con tanta forza per alcune cause e molto meno per altre?
Diciotto anni.
Un’età in cui si dovrebbe pensare al futuro, agli studi, agli amici e ai sogni da realizzare.
Invece, per Melika Azizi, giovane iraniana arrestata dopo aver partecipato a una manifestazione di protesta, la vicenda si è trasformata in un simbolo della brutalità della repressione in Iran.
La sua storia, associata alla condanna per moharebeh, la cosiddetta «guerra contro Dio», riporta sotto i riflettori una realtà che non può essere ignorata: in Iran, la libertà di manifestare e di opporsi al potere può esporre le persone alla detenzione, a processi iniqui e alla pena capitale.
Quando una ragazza rischia la vita per aver protestato, non siamo davanti a una questione religiosa: siamo davanti a una questione di libertà e di diritti fondamentali.
La violenza contro le donne non può essere giustificata dalla religione.
Le denunce di torture e violenze sessuali contro le detenute politiche iraniane raccontano una realtà agghiacciante.
Nel corso degli anni, organizzazioni per i diritti umani hanno documentato abusi commessi contro donne arrestate per le loro idee, per la loro attività politica o per aver sfidato le imposizioni del regime.
Tra le testimonianze più sconvolgenti vi sono quelle relative agli stupri di giovani donne prima dell’esecuzione, collegati a interpretazioni religiose secondo cui la verginità impedirebbe loro di raggiungere il Paradiso se morissero vergini.
È un quadro che dovrebbe suscitare indignazione universale.
Nessuna dottrina religiosa può essere usata per giustificare la violenza sessuale.
Nessun potere politico può rivendicare il diritto di disporre del corpo di una donna.
Nessuna ideologia può cancellare la dignità di una persona.
Le donne iraniane che si oppongono al regime non chiedono privilegi: chiedono libertà, dignità e il diritto di decidere della propria vita.
Dove sono le femministe? Dove sono i paladini della libertà?
La domanda è inevitabile.
Dove sono tutte le voci che si levano giustamente contro la violenza sulle donne?
Dove sono le manifestazioni, le campagne di sensibilizzazione, le prese di posizione pubbliche e la pressione politica per difendere le iraniane perseguitate?
E dove sono le anime belle della sinistra post comunista come Laura Boldrini ed Elly Schlein, esponenti politiche che hanno spesso posto i diritti delle donne e la tutela delle persone vulnerabili al centro del dibattito pubblico?
Non si tratta di negare l’importanza delle battaglie che conducono su altri fronti.
Si tratta di chiedere coerenza: la difesa dei diritti delle donne deve valere anche quando a calpestarli è un regime che si richiama alla religione e che reprime chiunque osi contestarne il potere.
La credibilità di una battaglia per i diritti si misura anche nella capacità di denunciare gli abusi quando risultano scomodi sul piano ideologico o diplomatico.
E i protagonisti della Flotilla?
Chi ha partecipato alle iniziative della Global Sumud Flotilla e alle mobilitazioni per Gaza ha richiamato l’attenzione internazionale sulla condizione dei palestinesi.
Una causa che può essere sostenuta senza rinunciare a denunciare le violazioni commesse in altre parti del mondo.
Ma proprio qui emerge una questione fondamentale: i diritti umani sono davvero universali oppure diventano una bandiera da sventolare soltanto in determinate circostanze?
Difendere i civili palestinesi e difendere le donne iraniane non sono battaglie contrapposte.
Condannare gli abusi in un luogo non significa giustificarli altrove.
La solidarietà non dovrebbe essere una gara tra vittime né uno strumento di appartenenza politica.
Chi si mobilita per la libertà dovrebbe riconoscere il valore della libertà anche quando a reclamarla sono giovani donne che sfidano un regime teocratico.
Chi denuncia la violenza contro le donne dovrebbe condannarla senza eccezioni, indipendentemente da chi la esercita e dalle giustificazioni con cui viene presentata.
I diritti umani non possono avere due pesi e due misure.
La repressione in Iran non è un dettaglio marginale della politica internazionale.
È una questione che riguarda la libertà di espressione, il diritto alla vita, la dignità delle donne e la possibilità di vivere senza essere perseguitati per le proprie convinzioni.
Per questo servono prese di posizione chiare, iniziative diplomatiche, sostegno alle organizzazioni indipendenti e una pressione internazionale concreta contro le esecuzioni e gli abusi nelle carceri.
Non bastano gli slogan.
Non bastano le dichiarazioni di principio.
Occorre dimostrare che la difesa dei diritti umani non dipende dalla convenienza politica del momento.
Le donne iraniane meritano la stessa attenzione, la stessa solidarietà e la stessa determinazione riservate a tutte le persone che lottano contro la repressione.
Una domanda che non possiamo eludere.
La vicenda di Melika Azizi ci obbliga a guardare oltre gli schieramenti e le appartenenze.
Ci ricorda che dietro ogni nome c’è una persona, dietro ogni protesta c’è una richiesta di libertà e dietro ogni denuncia di abuso c’è una dignità che non può essere calpestata.
A tutte le femministe, a tutti i difensori dei diritti umani, a tutti i rappresentanti politici che rivendicano questi valori, la domanda resta aperta: la libertà delle donne iraniane è una priorità anche quando non coincide con le battaglie politiche più visibili?
Perché i diritti umani o valgono per tutti, oppure rischiano di trasformarsi in semplici slogan.
E la libertà di una donna iraniana non vale meno di quella di una donna europea o palestinese.
La sua dignità non è negoziabile.
La sua vita non può essere sacrificata sull’altare dell’ideologia.
Il silenzio, quando esiste, va superato.
La repressione va denunciata.
E i diritti delle donne vanno difesi sempre, senza eccezioni e senza doppi standard.
Francesco Carbini

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