
Il conflitto in Sudan, che nel silenzio della stampa internazionale si trascina da ormai tre anni e mezzo, si è trasformato anche in una guerra di droni. Velivoli senza conducente, attribuiti alle due parti principali del conflitto, hanno colpito mercati, snodi del trasporto, aeroporti, dighe, impianti energetici e campi profughi, estendendo la violenza ben oltre le linee del fronte. Il 9 ottobre un attacco attribuito alle Forze di supporto rapido (Rsf) ha preso di mira gli sfollati in un campo nello Stato del Nilo Azzurro. Il 18 ottobre un drone si è abbattuto su uno snodo di trasporto accanto al mercato di al-Dibab, nel Kordofan Occidentale. Nelle stesse ore altri velivoli attribuiti alle Rsf venivano intercettati nei pressi delle dighe di Atbara e Setit. Il giorno successivo è toccato a Khartum e Nyala, e poi al mercato di Amiet, ad Abyei, territorio conteso tra Sudan e Sud Sudan: nell’ultimo attacco le autorità locali parlano di 153 morti e accusano le Forze armate sudanesi, mentre fonti diplomatiche sostengono che l’obiettivo fosse un deposito di carburante usato per i rifornimenti delle Rsf. La difficoltà nell’attribuire le responsabilità dei raid non risolve la questione della proporzionalità né quella della protezione dei civili, intrappolati in una guerra che non risparmia la popolazione e nemmeno le infrastrutture essenziali.

Gli attori esterni e le catene di sostegno
Nelle fasi precedenti della guerra i combattimenti erano stati dominati principalmente da scontri terrestri e lunghi assedi. Negli ultimi mesi, però, entrambe le parti si sono rivolte anche alla tecnologia dei droni per ottenere un vantaggio sul campo. Secondo alcune fonti, le Rsf avrebbero acquisito nuovi droni strategici da aziende cinesi tramite gli Emirati Arabi Uniti. Sebbene gli Emirati neghino qualsiasi sostegno alle Rsf, numerose fonti delle Nazioni unite e organi di stampa hanno ripetutamente accusato gli Abu Dhabi di aver armato e supportato il gruppo paramilitare fin dall’inizio della guerra. Il New York Times ha riportato che personale emiratino dirigeva i droni cinesi da basi in Ciad, vicino al confine con il Sudan. Il possesso da parte delle Rsf di sistemi di droni avanzati avrà conseguenze disastrose per la sicurezza regionale: il gruppo opera nel Sudan occidentale e ha reclutato combattenti tra le tribù arabe sparse tra Ciad, Niger e il sud della Libia. Secondo alcuni analisti, questi combattenti potrebbero trasferire la tecnologia dei droni delle Rsf oltre confine, nella regione del Sahel, dove sono attivi gruppi terroristici come al-Qaeda e lo Stato Islamico, e gruppi affiliati ad essi. Le Forze armate sudanesi, d’altro canto, hanno anch’esse ampliato le loro operazioni con i droni, facendo ampio affidamento su velivoli di fabbricazione turca. Sebbene l’esercito utilizzi anche tecnologie iraniane, i droni strategici e i sistemi antiaerei turchi hanno svolto un ruolo di primo piano nelle recenti operazioni. Il vantaggio operativo non si traduce necessariamente in vittoria. Poiché entrambe le parti possono colpire a distanza, ciascuna conserva capacità di interdizione anche quando perde terreno. Ne deriva uno stallo armato più resistente: meno dipendente dalla conquista territoriale e più dalla continuità dei rifornimenti esterni.
Le infrastrutture civili come campo di battaglia
Al di là del loro impatto immediato, i droni hanno cambiato il modo in cui entrambe le parti conducono la guerra in Sudan. Il loro utilizzo per attaccare le infrastrutture, come la diga di Merowe, nel nord del Sudan, e le centrali elettriche regionali, ha trasformato i servizi essenziali in obiettivi. Interrompendo l’erogazione di energia elettrica o acqua, i combattenti possono paralizzare intere città, indebolire la presa dell’esercito e diffondere il panico. Questa nuova forma di conflitto ha moltiplicato le conseguenze umanitarie di ogni attacco, ostacolando il ritorno di milioni di rifugiati e sfollati. Secondo la Missione internazionale indipendente delle Nazioni Unite, oltre un migliaio di civili sono stati uccisi da attacchi con droni tra gennaio e maggio 2026. La stessa missione ha documentato attacchi attribuiti a entrambe le parti contro ospedali, scuole, mercati, luoghi di culto e siti per sfollati. “Restiamo allarmati dai continui attacchi dei droni in tutto il Sudan, così come dai danni che stanno causando alle infrastrutture critiche – ha dichiarato il portavoce Onu Stéphane Dujarric – questi attacchi stanno avendo un impatto devastante sulle comunità che già lottano con le conseguenze di oltre tre anni di conflitto”. Secondo le organizzazioni internazionali, la guerra ha già costretto 14 milioni di persone ad abbandonare le proprie case, di cui circa 9 milioni sfollate all’interno del Paese e oltre 4,3 milioni fuggite in Stati confinanti come Ciad, Egitto e Sud Sudan.
Ultima chiamata per la comunità internazionale
Sostenere che in Sudan è in atto una “guerra di droni” (in combinazione con molte altre tattiche militari) non significa ridurre il conflitto alla tecnologia, ma riconoscere che la sua durata, la sua geografia e la sua economia dipendono soprattutto da capacità aeree importate da reti esterne che contribuiscono a esacerbare vecchie violenze. Quella nata come una lotta per il potere politico a cui si è aggiunta con sempre più veemenza una componente militare si è trasformata anche in un conflitto ad alta tecnologia di cui i civili sono bersagli inermi. Senza un’applicazione più rigorosa dell’embargo sulle armi, i droni e i loro componenti continueranno ad affluire nel Paese. Molti di questi sistemi sono disponibili in commercio, facili da contrabbandare e spesso riassemblati con parti vendute online. Ma la giustizia resterà lontana senza un maggiore impegno diplomatico. Corridoi umanitari, cessate il fuoco temporanei o persino zone di interdizione al volo negoziate a livello locale potrebbero salvare vite umane, ma ciò richiede volontà politica e influenza internazionale. Soprattutto in considerazione del fatto che nessun attacco con i droni o campagna aerea potrà rivelarsi decisivo per una delle parti in lotta. Mentre i cieli del Sudan si riempiono di macchine di morte, il costo umano continua ad aumentare e il silenzio del mondo si fa sempre più pesante.
Il commento
di Lucia Ragazzi, ISPI Research Fellow
“Mettendo in fila le notizie provenienti dal Sudan nelle ultime settimane colpisce vedere come report di attacchi di droni si susseguano a cadenza incredibilmente ravvicinata, con numeri di vittime anche molto alti. Darfur, Kordofan, Nilo Azzurro, l’area contesa di Abyei, la capitale Khartum: i droni raggiungono sia il fronte sia zone lontane dal combattimento attivo, aumentando l’effetto paralizzante della guerra in tutto il Paese. A questo si aggiungono gli attacchi via terra, in un conflitto di attrito che si sposta sul campo, ma non accenna a placarsi. Un anno fa, l’attenzione internazionale era stata fugacemente riportata sul Sudan dai fatti di estrema violenza di El Fasher. Oggi, le tensioni nel Mar Rosso e gli scenari di guerra nella vicina Etiopia catalizzano lo sguardo sulla regione. Ma quello del Sudan non deve essere percepito come un mero ‘conflitto dimenticato’, ancor più perché esso è determinante non solo per il Paese, ma anche per la comprensione di ciò che accade oltreconfine.”
Alessia De Luca

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