
Tre ore di videoconferenza e il campo largo ha finalmente trovato un accordo. Non sulla politica economica, non sulla collocazione internazionale dell’Italia e nemmeno su una visione condivisa del futuro del Paese, ma sul calendario. Il 30 ottobre Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni hanno stabilito che entro novembre sarà definito il programma comune, a dicembre si scenderà in piazza contro il governo Meloni e, non oltre febbraio 2027, si terranno le primarie per scegliere il leader della coalizione. Tutto questo quando manca circa un anno alla scadenza naturale della legislatura.
Le primarie sono uno strumento democratico perfettamente legittimo. Ma scegliere chi dovrà guidare un eventuale governo è soltanto una parte del problema. L’altra, decisamente più complicata, consiste nello spiegare agli italiani cosa quel governo intenda fare, con quali risorse e soprattutto con quale accordo politico tra forze che continuano a esprimere posizioni sensibilmente diverse su questioni fondamentali.
Non sarebbe corretto sostenere che il campo largo parta completamente da zero. Il 13 ottobre le opposizioni hanno già sottoscritto una piattaforma di ventuno punti che comprende salario minimo, sanità, pensioni, congedi parentali, investimenti industriali e riforma fiscale. Una raccolta di obiettivi sociali che intercetta problemi reali del Paese. Ma tra dichiarare un obiettivo e trasformarlo in una politica economicamente sostenibile esiste una distanza che nessun documento di buone intenzioni può cancellare.
E qui comincia la questione più interessante. Quanto costano queste proposte? Quali spese dovrebbero essere ridotte? Quali imposte aumentate? Quali investimenti sarebbero in grado di generare nuova ricchezza e quali, invece, produrrebbero soltanto ulteriore spesa corrente? Perché promettere stipendi migliori, pensioni più generose, sanità potenziata e maggiori servizi pubblici è relativamente semplice. Spiegare come finanziare stabilmente tutto questo è un esercizio decisamente meno gratificante, soprattutto in campagna elettorale.
L’Italia non è un Paese che possa permettersi di ignorare l’aritmetica. Le proiezioni dell’Ufficio parlamentare di bilancio collocano il debito pubblico intorno al 138,6% del PIL nel 2027, mentre la spesa per interessi potrebbe arrivare al 4,6% del PIL nel biennio 2028-2029. Sono numeri che riguardano qualsiasi governo, compreso quello attuale, e che lasciano margini estremamente limitati per nuove iniziative prive di adeguata copertura.
È proprio su questo terreno che il campo largo dovrà affrontare la critica delle politiche alla Robin Hood finanziate a debito. Redistribuire la ricchezza può essere una scelta politica legittima, ma non equivale a crearne di nuova. E quando la redistribuzione viene sostenuta attraverso un indebitamento permanente, il conto finisce inevitabilmente sulle generazioni successive. Il debito destinato a investimenti produttivi è una cosa; quello utilizzato per finanziare promesse elettorali senza entrate strutturali è tutt’altra faccenda.
Nemmeno la strada fiscale appare priva di ostacoli. Alleanza Verdi e Sinistra insiste sulla tassazione delle grandi ricchezze, mentre Conte ha espresso una posizione nettamente contraria a una patrimoniale nazionale e nel Partito democratico persistono riserve. Dunque, prima ancora di discutere quanto distribuire, bisognerebbe capire chi dovrebbe pagare. Una differenza tutt’altro che secondaria tra partiti che aspirano a sottoscrivere lo stesso programma di governo.
E poi c’è la politica estera, dove le distanze diventano ancora più difficili da ricomporre. Il Partito democratico sostiene la prosecuzione dell’assistenza militare all’Ucraina, mentre Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra sono contrari a ulteriori invii di armi. Non si tratta di una divergenza marginale, ma di una scelta che coinvolge direttamente la sicurezza europea, i rapporti con la NATO e la credibilità internazionale dell’Italia. Un governo non può sostenere contemporaneamente due politiche incompatibili, confidando che gli alleati internazionali facciano finta di non accorgersene.
Resta infine il capitolo della leadership e degli equilibri interni. Le primarie individueranno un candidato, non distribuiranno automaticamente ministeri, competenze e responsabilità. Schlein e Conte rappresentano storie politiche, strutture organizzative ed elettorati differenti; Bonelli e Fratoianni rivendicano un ruolo politico preciso, mentre l’apertura alle forze centriste introduce ulteriori sensibilità da conciliare. Il problema non è quanti partiti possano stare nella stessa coalizione, ma quante decisioni comuni siano realmente disposti ad assumere una volta arrivati a Palazzo Chigi.
Naturalmente il governo Meloni non è esentato dalle stesse domande. La debole crescita economica, la pressione fiscale, il costo dell’energia, le difficoltà industriali e il peso del debito rimangono problemi concreti ai quali anche l’attuale maggioranza deve rispondere. Ma criticare chi governa non basta a costruire un’alternativa. Le responsabilità dell’esecutivo non sostituiscono quelle di chi si propone di succedergli.
Il campo largo ha scelto di cominciare fissando le scadenze. Entro novembre sapremo se riuscirà anche a concordare le scelte più difficili. A febbraio conosceremo il nome di chi dovrebbe rappresentarlo. Rimane una domanda alla quale nessuna primaria potrà rispondere: come trasformare le promesse sociali in un programma sostenibile senza presentare ancora una volta il debito pubblico come una riserva inesauribile di denaro?
Perché Robin Hood, almeno nella leggenda, prendeva ai ricchi per dare ai poveri. Non risulta che chiedesse un prestito ai nipoti per finanziare la propria generosità.
Piero Terracina


A sputi in faccia è partita la campagna elettorale 
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