All’Ecc.mo Signore Saverio Fanàl
alla locanda sopra Belgirate
Gentilissimo Signore,
ricevo la Sua lettera, cui do seguito, nel mentre sono intento ad ancora compiacermi dei riposi che si addicono ad un vecchio.
Non che la Sua cortese mi distolga dalla riflessione cui mi inducono le acque ormai silenti, come la mia mente, anzi più verso di essa mi sollecita.
Temo e tremo che la lettura sulla sorte, cui destinai i mie promessi, abbia per Ella significato affatto diverso di cui la investii nel narrare la loro storia.
Ella preannuncia, d’altronde, un disegno impetuoso. Come la Sua età che, per esso, ho da presumere di giovanile stampo.
Vorrà astenersene. Non ho le condizioni e la istigazione, all’odierno, di pormi in confidenza ad uno scontro che Ella preconizza. Che, invero, vorrebe a pretesto di una illuminazione sulla possibilità del Suo inutire a contemplare storie di altro destino; in un agone di racconto che , non me ne voglia, si evidenzia necessità di esserne protagonista e, per ciò stesso, consegnarsi vincitore e celebrato oltre ogni possibile merito.
Non è questa, per l’affollamento di interrogativi che mi posi e di cui, oggi con umiltà, ancora Le riferisco, la traccia o il pretesto cui potrà affidarsi. E’ il dolore di quel mondo che Ella, Signore, paia voglia aggredire per suggerirgli la Sua presenza.
Le preme imporre, alla mia attenzione, la ribellione all’oltraggio.
Io diffusi nei miei promessi l’innocenza del pudore. Vorrà generosamente comprendere: era nel mio pensiero l’ossessione che anche la colpa, nella sua confessione, confidasse nell’innocenza. Come lo sbalordimento o la rassegnazione o l’incredulità o l’impudicizia. Che l’innocenza permanesse dal primordio. Mai contaminata, mai corrotta. Che in qualche modo, in qualche tempo, per qualche gesto o per qualche parola, risorgesse. Per un segnale misericordioso e concludente della nostra erroneità. A tanto pensare affidai la composizione dei gesti e delle parole che ha rinvenuto nei promessi.
Così, se vorra intendere, è qui la mia risposta alla domanda che Ella, incalzante, mi pone: “ A qual prezzo deve inchinarsi la provvidenza per essere trama da raccontarsi?”.
A nuino, giacchè il prezzo è presunto ed è nella balorda inutilità delle imprese. Perchè tutto ciò che è degno ai nostri occhi lo è solo per il tempo del nostro vedere e non oltre.
Per questo, alla fine dei promessi, ho taciuto sulla loro morte e dei loro figli. Avrei raccontato senza il racconto degli occhi e del loro tempo.
Mi abbia, Gentilissimo Signore,
Suo, Lisander
franchini
Marzio Siracusa, “La mirabile storia di Saverio Fanàl”, 2007, Edizioni Polistampa, Firenze

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