Il delegato al compimento del sogno è il mandatario dell’acquiescenza, l’esorcista dalla paura.
Vi è un sotteso di religioneria pervicace nel proselitismo. La illusione/attesa/pretesa che ogni disagio patito o vissuto – in qualsivoglia condizione statutaria, economica, esistenziale patita o vissuta – trovi termine nell’ammassamento soporifero delle capacità critiche e creative di ciascuno, soggiacendo a soluzioni e rimedi taumaturgici o laicamente prodigiosi.
Le coscienze si adagiano, allora, in compiacenze, sollecitazioni e finanche esaltazioni. Il delegato al compimento del sogno è il mandatario dell’acquiescenza, l’esorcista dalla paura.
Finanche la guerra, l’assassinio, il delitto si attuano in un campo di infertilità del terrore, dell’angoscia. Il simbolismo dell’eroismo o dell’audacia è lo scudo protettivo da ogni incertezza. Il proselitismo vibra consensi, applaude del suo rifugio, sfida ogni niente per apparire pingue, e sempre più, di vigoria. Pronto a mascherare ogni fragilità tematica con il consacrare le individualità opache e annientare il serpeggio di resistenza critica delle opinioni.
È il momento della tragedia, del cupo sociale che antecede la disgregazione della coesione dei popoli, la loro demolizione etico/sociale; che confina nel rammarico dell’incompiuto ogni tensione ed eventualità di progresso.
È l’oscurantismo. La reazione vorace delle lobbies di ogni connotazione e configurazione, del padronato finanziario, del padronato ideologico, del padronato culturale, delle forche mediatiche.
Il metodo è la furberia prestigistatoria dell’imbonizione. L’abbacinamento di una pietra filosofale, di cui si annuncia il possesso e unica a rendere il mondo perfettibile, nel mentre si opera il riavvolgimento sotterraneo delle necessitazioni morali e vitali cui, quel mondo, è faticosamente, con drammi, pervenuto.
L’imbonizione non richiede sacrifici, li obbliga; non realizza benesseri, li fantastica; non persegue logiche, le subordina; non facilità le libertà, le snatura.
È l’oscurantismo dell’imbonizione.
La strategia perversa è il pervenimento ad un proselitismo totalizzante che sia devotamente gestore degli spazi che conferisce il mandatario dell’acquiescenza, il capo.
In una sorta di vassallaggio; nuovo, perché i confini dei territori sono algoritmi; nuovo, perché le decime sono flussi finanziari; nuovo, perché il servaggio è segnato da categorie di funzioni; nuovo, perché le inquisizioni operano la dottrina dove dovrebbero fermentarsi le eresie; nuovo, perché la multimedialità manipola le carestie. Ma, vecchio; per il piacere tenebroso dell’arroganza amicale pronta alla voragine del compromesso utile o alla spregiudicatezza dell’odio, nell’odio.
Soffriremo l’oscurantismo? Subiremo la reazione?
Temo per la Repubblica.

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