
Il fatto che il movimento LGBT legato al Gay Pride stia arrivando, esplicitamente, a escludere la presenza di ebrei che non prendano pubblicamente le distanze da Israele rappresenta un fallimento del movimento stesso, dove collassano tutti i paraventi linguistici e retorici costruiti negli ultimi anni.
Perché qui non siamo più nel campo della critica politica, nemmeno nella sua forma più dura o radicale; qui siamo già dentro una logica infinitamente più pericolosa: quella secondo cui un individuo viene considerato moralmente sospetto in base alla propria appartenenza reale o percepita e, per essere ammesso nello spazio pubblico, deve prima sottoporsi a una sorta di rituale di dissociazione identitaria.
“Puoi partecipare, ma soltanto se dichiari di non appartenere davvero a ciò che rappresenti.”
“Puoi entrare, ma solo se dimostri di essere il tipo giusto di ebreo.”
È una dinamica spaventosa non soltanto per ciò che implica verso gli ebrei, ma perché introduce un precedente devastante proprio dentro comunità che per decenni hanno fondato la propria battaglia politica sull’idea opposta: il diritto a non dover giustificare la propria esistenza davanti a un tribunale morale permanente.
Ed è qui che emerge tutta la rimozione storica di una parte del mondo progressista contemporaneo. Perché fino a una manciata di anni fa moltissime persone LGBT vivevano nella clandestinità simbolica: doppie vite, identità occultate, paura di essere riconosciuti, caricature nei film, barzellette degradanti, umiliazioni pubbliche, tolleranza condizionata purché si restasse invisibili o folkloristici. E oggi alcuni di quegli stessi ambienti sembrano perfettamente disposti a reintrodurre meccanismi di sospettabilità collettiva, criteri di purezza politica, richieste implicite di abiura identitaria.
La cosa impressionante è proprio questa inversione antropologica: movimenti nati per difendere la complessità dell’individuo stanno scivolando verso una visione tribalistica e inquisitoria nella quale le persone non vengono più giudicate per ciò che fanno, ma solo per una appartenenza identitaria.
E nel momento in cui a un ebreo viene chiesto, esplicitamente o simbolicamente, di prendere le distanze dalla propria comunità percepita come “impura” per poter essere considerato degno di partecipare a uno spazio inclusivo, il problema non riguarda più Israele. Riguarda la decomposizione stessa dell’idea liberale di convivenza.
David Pacifici

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