Confesso: ho inseguito tra le pagine l’enfio ventre di Emilia. Come sottraendo, al pudore di sabbie sepolcrali, i fianchi turgidi di madri di terracotta. Votive.
Fianchi rotondeggianti. Come rotondeggiante, nel cilindro impassibile, è il fallo rituale.
Il cerchio perfetto, nell’equidistanza possibile, entrambi li raccchiude.
Mi accorgo. Una pretesa memoria cerca sovrapporsi al centro di quel cerchio. Vorrebbe. Spodestarlo. Sostituendosi. Germinando distorsioni iperboliche alla perfezione, isolata, di Emilia.
Che si apparta. Poi, compare. Poi, si canzona. Poi, incede.
Viva di silenzi. Di umiliazioni. Mai umile.
Scansata. Necessaria.
Il centro. Il dopo, senza ritorno. L’utero che assorbe. E, coinvolgendo, dissolve.
La memoria, concepita di liquidi fertili e di liquami abbandonati, sorveglia il rimescolarsi della torba. La disorienta. Uomo dopo uomo. La marca. La fraintende. La accenna.
Ecco, il novello principiare androgino. Il centro del cerchio. Originario e devastato. Separato dalla unità della luce e dell’oscuro. La partoriente vibrazione dell’olocausto.
Tra le mie mani, vanghe per la terra, sfugge il seme del cosmo. Generose tracce. Sapori. Odori. Suoni.
Del perentorio rimpianto di non conoscere il non essere.
Traccio una ruga. O. Un segno leggibile. Nella lingua senza risorse. Ancora: Saverio Fanàl.
franchini
Marzio Siracusa, “La mirabile storia di Saverio Fanàl”, 2007, Edizioni Polistampa, Firenze

Lascia un commento