
All’indomani dello tsunami che ha travolto i repubblicani e Donald Trump alle urne, l’Europa si domanda cosa porta in dote la vittoria democratica alle elezioni di midterm nei rapporti tra le due sponde dell’Atlantico. I primi due anni del secondo mandato del presidente degli Stati Uniti hanno profondamente danneggiato le relazioni tra Usa ed Europa e se da un lato i leader europei sperano che l’insediamento di un nuovo Congresso democratico il prossimo 3 gennaio segni un cambiamento, dall’altro sanno che, soprattutto in politica estera, Capitol Hill ha un perimetro d’azione limitato. Inoltre, la storia insegna che i presidenti a fine mandato – ‘anatre zoppe’ in patria ma desiderosi di conseguire risultati che consegnino il loro nome ai posteri – rivolgono notoriamente la loro attenzione oltreconfine. Barack Obama firmò l’accordo sul nucleare iraniano, il Jcpoa, nel penultimo anno di presidenza; Bill Clinton normalizzò le relazioni commerciali con la Cina, aprendo al suo ingresso nell’Organizzazione mondiale del commercio. Ronald Reagan pronunciò le parole: “Signor Gorbaciov, abbatta questo muro”, e firmò il primo trattato tra Usa e Unione Sovietica per l’abolizione di missili nucleari a 19 mesi dalla fine della sua presidenza. Inoltre, nel secondo mandato di Trump, la politica estera ha assunto un peso molto maggiore del previsto, e alla luce della sconfitta, il presidente potrebbe dedicarvisi con ancora più determinazione. Cosa aspettarsi, dunque?

Ucraina: cosa può fare il Congresso
A Capitol Hill il sostegno a Kyiv non manca, ma consegne di armi più rapide e abbondanti potrebbero essere comunque improbabili. È vero che il Congresso ha autorità sulla spesa federale statunitense, compreso il National defence authorization act (Ndaa), che autorizza i livelli di spesa militare e stabilisce la politica per il dipartimento della Difesa e altre agenzie di sicurezza, ma sostenere l’Ucraina moralmente non equivale ad approvare stanziamenti di denaro dei contribuenti americani. Questa campagna elettorale era tutta incentrata sul costo della vita e sulla spesa insufficiente per avere un sistema sanitario pubblico funzionante. Esiste una forte corrente all’interno del Partito democratico che vuole tenere l’America fuori dai conflitti stranieri. Questa è una delle ragioni per cui molti candidati sono riusciti a strappare elettori Maga delusi dai loro avversari repubblicani. Inoltre, le scorte di missili Patriot, utilizzate dagli Usa e gli alleati nel Golfo, scarseggiano e produrne di nuovi richiede tempo. Il terreno più praticabile è quello delle sanzioni: è ipotizzabile che un Senato democratico faccia pressioni per ripristinare quelle contro la Russia previste nel Lindsey Graham Act del 2026, recentemente sospeso da Trump – il cui attivismo può essere arginato, ma non frenato del tutto. La prospettiva di un inedito vertice a tre con Vladimir Putin e Xi Jinping già preoccupa i diplomatici europei per ciò che la Casa Bianca potrebbe concedere pur di consolidare la propria eredità in politica estera con una ‘pace’ da poter esibire.
Iran: verso la fine della guerra?
Un presidente e una guerra impopolari hanno spianato la strada ai democratici per conquistare il Congresso. Sull’Iran è probabile quindi che i Democratici tentino di forzare la mano a Trump. Paradossalmente potrebbero trovare una sponda proprio in JD Vance: ieri il vicepresidente – tra i meno convinti all’interno dell’amministrazione sulla necessità del conflitto – l’ha definita “la ragione” per cui i Repubblicani sono stati sconfitti alle urne. Una mossa in vista di una possibile corsa alla Casa Bianca nel 2028? Forse. Ma se, come sembra, nei prossimi giorni il presidente israeliano Isaac Herzog conferirà all’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot l’incarico di formare un nuovo governo in Israele con il sostegno dei partiti arabi, il premier Benjamin Netanyahu potrebbe finire fuori dai giochi, e con lui uno dei principali sostenitori per la ripresa del conflitto.
Dazi e Nato: cosa cambia
Il trionfo democratico alle midterm è una buona notizia per l’Ue. Preannuncia l’inizio della fine del trumpismo. Ma gli europei dovranno comunque fare i conti con un’amministrazione in contrasto con l’Ue, tanto sul commercio quanto sulla difesa. Su questo fronte, infatti, la posizione dei democratici al Congresso non è dissimile da quella dei repubblicani, secondo cui gli europei devono continuare a investire nella propria sicurezza. “Gli americani continueranno a spingere gli europei ad assumere un ruolo più attivo”, ha affermato il deputato dem Jim Himes, membro di spicco della Commissione intelligence della Camera dei rappresentanti, secondo cui gli Stati Uniti potrebbero “non avere i fondi per svolgere il ruolo che abbiamo svolto in passato”. D’altro canto, da quando Trump è tornato alla Casa Bianca, gli alleati europei della Nato hanno aumentato drasticamente la spesa per la difesa e gli investimenti in capacità chiave per le quali attualmente dipendono dagli Stati Uniti, come i satelliti militari e le armi a lungo raggio. La lezione di questi due anni va oltre il voto di novembre: per difendere i propri interessi e valori, l’Europa ha bisogno di un’autonomia strategica che non dipenda da chi occupa la Casa Bianca.
La tenuta della democrazia?
Il voto americano precede una stagione elettorale cruciale per l’Europa. Trump non ha escluso di sostenere la leader dell’estrema destra francese Marine Le Pen nella sua corsa per l’Eliseo. Del resto, l’attuale amministrazione non fa mistero di voler appoggiare i movimenti nazionalisti ed euroscettici. Non a caso il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez, che è stato il critico più acceso di Trump tra i leader dell’Ue, ha presentato la sconfitta repubblicana come un segnale positivo per la sua campagna di rielezione di questo mese. “L’ondata di estrema destra si sta sgretolando”, ha detto, “e succederà anche qui da noi”. Difficile fare previsioni, ma sotto questo profilo il voto americano offre un’immagine potente: quella di un elettorato che respinge la deriva autoritaria e rivendica il diritto di scegliere i propri rappresentanti. È questo, in un momento di tanti dubbi sulla tenuta delle democrazie, il segnale più importante che arriva dall’altra parte dell’oceano.
Il commento
di Ferdinando Giugliano, Direttore, ISPI
“La ‘blue wave’ delle elezioni di midterm negli Stati Uniti avrà provocato un certo sollievo in molte capitali europee e soprattutto a Bruxelles. La speranza è che la postura aggressiva dimostrata dall’amministrazione Trump verso l’Unione europea – dai dazi alla Groenlandia – possa essere presto un lontano ricordo. Tuttavia la lezione degli ultimi 15 anni è che gli Stati Uniti si stanno progressivamente allontanando dall’Europa. Questo trend è destinato a continuare qualunque sia il quadro politico a Washington. Dalla difesa, alla politica estera, all’economia, l’Ue deve raggiungere maggiore autonomia – e farlo presto.”
Alessia De Luca


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