
La globalizzazione contemporanea non è stata semplicemente una scelta politica di qualche governo, ma soprattutto uno tsunami tecnologico che ha travolto confini, economie e modelli sociali, aumentando in maniera vertiginosa le interazioni internazionali. Internet, comunicazioni digitali, trasporti e automazione hanno collegato il pianeta a una velocità impensabile soltanto cinquant’anni fa. La politica ha certamente favorito questa trasformazione attraverso accordi commerciali e liberalizzazioni, ma non ne ha governato pienamente le conseguenze. Abbiamo costruito un mondo interconnesso senza che le società fossero economicamente e culturalmente preparate ad affrontarlo. Ed è proprio in questo squilibrio che trova terreno fertile quella che oggi chiamiamo guerra ibrida.
Non basta mettere uno smartphone nelle mani di miliardi di persone per creare una società globale. Attraverso quello schermo chiunque può osservare il benessere occidentale, conoscerne prodotti, abitudini e opportunità, ma per trasformare quelle immagini in condizioni di vita reali servono infrastrutture, istruzione, energia, istituzioni funzionanti e soprattutto un’economia capace di produrre e distribuire ricchezza. La tecnologia ha globalizzato le aspirazioni, non le possibilità. La ricchezza continua a distribuirsi a macchia di leopardo e la distanza tra ciò che le popolazioni desiderano e ciò che possono ottenere alimenta tensioni sociali, migrazioni e competizione per le risorse.
La globalizzazione ha inoltre cambiato la natura dei conflitti. In un sistema di economie reciprocamente dipendenti non occorre necessariamente invadere un paese per destabilizzarlo. Attacchi informatici, manipolazione dell’informazione, pressioni energetiche, finanziarie e commerciali possono mettere in difficoltà governi e apparati produttivi. Le connessioni nate per favorire lo sviluppo diventano anche strumenti di pressione geopolitica. La guerra ibrida sfrutta precisamente questa vulnerabilità: più il mondo è interconnesso, maggiori sono le possibilità di colpire un avversario attraverso le sue dipendenze economiche e tecnologiche.
Il confronto tra modelli economici ha intanto evidenziato i limiti storici del comunismo rigidamente pianificato. L’Unione Sovietica è crollata, l’Europa orientale ha abbandonato quel sistema e la stessa Cina ha dovuto introdurre mercato, iniziativa privata e capitali internazionali per svilupparsi. Pechino è oggi un gigante industriale e tecnologico, ma il suo enorme ceto medio non dispone ancora di una capacità di consumo sufficiente ad assorbire una produzione destinata anche ai mercati esteri. Crisi immobiliare, indebitamento e invecchiamento demografico aggravano questa dipendenza. La Cina può competere con l’Occidente, ma non può permettersi di perderne i consumatori. Un gigante dai piedi di balsa, la cui forza produttiva non coincide con una piena autonomia economica.
La Russia presenta uno squilibrio ancora più evidente. Un territorio immenso, risorse naturali sterminate e circa 144 milioni di abitanti, ma un PIL nominale sostanzialmente paragonabile a quello italiano, sempre più condizionato dall’economia di guerra. Mosca pretende un’influenza internazionale sproporzionata rispetto alla propria capacità produttiva. Il conflitto ucraino ha evidenziato carenze industriali e organizzative, con il recupero di carri armati degli anni Sessanta accanto a sistemi più moderni. L’efficienza complessiva del suo arsenale nucleare, stimato in migliaia di testate, non è pubblicamente verificabile, ma la minaccia rimane concreta. La Russia non è una superpotenza economica e cerca di compensare i propri limiti attraverso propaganda, disinformazione, attacchi informatici e interferenze politiche. La rete globale delle comunicazioni le consente così di esercitare un’influenza superiore al proprio peso economico.
Gli Stati Uniti attraversano invece una crisi di identità strategica. Conservano il primato finanziario e militare, un mercato interno enorme e una straordinaria capacità tecnologica, ma faticano a mantenere la continuità politica che ne ha sostenuto la leadership. Trump cerca di difendere il primato americano attraverso dazi e pressioni commerciali, rischiando di indebolire proprio le relazioni internazionali sulle quali Washington ha costruito gran parte della propria influenza.
In questo scenario, dollaro ed euro rimangono le due principali monete internazionali, sebbene con un peso molto diverso. Consentono di attrarre capitali, finanziare debiti e influenzare le economie mondiali. Il controllo dei flussi finanziari rappresenta quindi uno degli strumenti più potenti della competizione geopolitica.
L’Unione Europea, nata formalmente nel 1993, dispone già di un mercato comune e della seconda valuta internazionale, introdotta nel 1999. Pretendere che ventisette nazioni riescano in poco più di trent’anni ad armonizzare economie, fiscalità, consumi e debiti pubblici sviluppatisi separatamente per secoli è irrealistico. Per arrivare a una vera federazione, con un bilancio adeguato, una gestione strutturale del debito condiviso e istituzioni politiche unitarie, potrebbero servire almeno altri cento anni. Gli stessi Stati Uniti hanno impiegato oltre due secoli per sviluppare la propria architettura federale. Le difficoltà europee non dimostrano il fallimento del progetto, ma la complessità di un’integrazione ancora giovane. Nel frattempo, le divisioni interne espongono il continente a pressioni economiche, energetiche e campagne di disinformazione.
Anche le religioni partecipano alla globalizzazione, estendendo la propria influenza attraverso comunicazione, finanziamenti e organizzazioni internazionali. Particolarmente significativo è il caso dell’Islam, che in numerosi paesi costituisce anche un riferimento politico e giuridico dello Stato. Alcuni governi e movimenti politico-religiosi interpretano l’espansione internazionale con logiche simili all’acquisizione di quote di mercato, consolidando presenze e finanziando istituzioni per ampliare la propria influenza. Il problema non riguarda la libertà di culto, ma l’esportazione di modelli politici nei quali l’autorità religiosa pretende di prevalere sulle leggi civili. Un’ulteriore forma di competizione culturale e geopolitica che sfrutta le opportunità della globalizzazione.
India, Brasile, Indonesia, economie del Golfo e paesi africani cercano intanto maggiore spazio negli equilibri mondiali, ma la crescita demografica non garantisce automaticamente sviluppo. Senza un’adeguata distribuzione della ricchezza, istruzione e istituzioni affidabili, milioni di potenziali consumatori non diventano necessariamente un mercato capace di sostenere la produzione globale.
La globalizzazione, dunque, non è fallita. È una trasformazione storica ancora incompiuta, accelerata dalla tecnologia molto oltre la capacità di adattamento delle società. Potrebbero servire altri duecento anni per avvicinare realmente culture, modelli economici e condizioni sociali, così come all’Europa potrebbero occorrere almeno cento anni per completare la propria integrazione politica e fiscale.
La guerra ibrida nasce anche da questa distanza tra la velocità delle connessioni e quella dello sviluppo. Le potenze sfruttano le vulnerabilità di un sistema mondiale che è già tecnologicamente unificato, ma rimane economicamente e culturalmente diviso. Il vero errore è pretendere che trasformazioni di questa portata seguano i tempi di una legislatura.
Abbiamo messo il mondo intero dentro uno smartphone, ma non abbiamo ancora costruito le condizioni perché ciò che appare su quello schermo possa diventare realtà per tutti. Ed è proprio in questa contraddizione che si giocherà una parte decisiva degli equilibri mondiali dei prossimi secoli.
Piero Terracina


La guerra cambia faccia: il business della paura non cambia mai
Lascia un commento