
Deb Haaland ha vinto le elezioni per il governatorato del New Mexico, secondo i risultati finora scrutinati e la dichiarazione di vittoria delle principali agenzie di stampa. Tutte le circoscrizioni risultano aver comunicato i propri dati, ma al 4 novembre 2026 la proclamazione non è ancora formalmente definitiva: la certificazione ufficiale dei risultati è attesa per il 24 novembre.
Salvo sviluppi inattesi, Haaland diventerà la prima donna nativa americana a guidare uno Stato degli Stati Uniti.
È un risultato che va ben oltre la politica. Ha il sapore di un piccolo, immenso risarcimento della storia. Vedere una discendente dei popoli che abitavano quelle terre da millenni conquistare la guida del proprio Stato, dopo secoli di persecuzioni, espropri e tentativi di cancellazione, rappresenta un cerchio che si chiude. Non una riparazione sufficiente, naturalmente: nessuna vittoria elettorale può restituire le vite spezzate, le terre sottratte, le lingue proibite e le culture ferite. Ma è un passaggio dal valore simbolico enorme.
La storia dei popoli nativi americani non è stata una pacifica successione di incontri tra culture diverse, ma è stata anche una storia di conquista e violenza: territori occupati, comunità cacciate dalle proprie terre, trattati violati, deportazioni forzate, massacri e politiche sistematiche di assimilazione. Intere popolazioni furono spinte ai margini, private delle proprie risorse e sottoposte a un potere che pretendeva di decidere persino quali lingue potessero parlare e quali tradizioni potessero tramandare.
A questa violenza si aggiunse quella esercitata sui bambini. Per generazioni, migliaia di minori nativi furono allontanati dalle famiglie e inviati in scuole residenziali e istituti di assimilazione, dove spesso venivano puniti per aver parlato la propria lingua o praticato le proprie tradizioni. L’obiettivo era spezzare il legame con le comunità d’origine e sostituire identità, cultura e memoria con quelle imposte dalla società dominante. Non si trattò di un capitolo marginale o di un incidente della storia: fu parte di un progetto di cancellazione culturale le cui conseguenze continuano a pesare sulle comunità native.
Deb Haaland appartiene alla comunità Laguna Pueblo. La sua affermazione politica assume quindi un significato che non può essere ridotto alla normale alternanza tra partiti. La sua elezione porta dentro le Istituzioni una storia che per troppo tempo è stata raccontata dagli altri, spesso ignorata, deformata o relegata ai margini della memoria nazionale.
Naturalmente, una governatrice non può da sola cancellare secoli di ingiustizie. Né la presenza di una donna nativa americana al vertice di uno Stato basta a risolvere le disuguaglianze e i problemi che ancora colpiscono molte comunità indigene. Sarebbe ingenuo confondere il valore di un simbolo con il compimento della giustizia. Ma sarebbe altrettanto sbagliato sminuire ciò che questo risultato rappresenta.
Perché il punto non è soltanto chi occuperà la poltrona di governatore. Il punto è chi, per la prima volta, potrà sedersi lì portando con sé una memoria collettiva che la storia ufficiale americana ha troppo spesso cercato di rimuovere. Una memoria fatta di resistenza, sopravvivenza e dignità, ma anche di lutti e torti che non possono essere archiviati come il prezzo inevitabile del progresso.
La vittoria di Deb Haaland non riscrive il passato e non restituisce ciò che è stato tolto. Ma incrina una lunga esclusione e ricorda che i popoli nativi non appartengono soltanto ai libri di storia, ai musei o alle celebrazioni rituali: sono comunità vive, con il diritto di partecipare alle decisioni sul proprio presente e sul proprio futuro.
La storia di un popolo non finisce quando qualcuno gli sottrae la terra, gli impone una lingua o cerca di cancellarne le radici. A volte, quella storia torna a bussare alle porte delle Istituzioni. E questa volta non per chiedere il permesso di esistere, ma per rivendicare il diritto di esserci.
Angioletta Massimino


La democrazia dei Fratelli Musulmani
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