
Ieri la Commissione europea ha ospitato un incontro sull’Ucraina con rappresentanti di Kyjiv, Stati Uniti, Francia, Germania, Regno Unito, NATO e Banca mondiale. Livello: consiglieri per la sicurezza nazionale. Oggetto dichiarato: la ricostruzione e la prosperità del dopoguerra, in continuità con i colloqui di Miami. Nel comunicato finale si parla di scenari di sviluppo da perfezionare, di strumenti da individuare e di riforme per l’adesione all’Unione come condizione per attrarre capitali privati. Nessun nuovo impegno finanziario: il fabbisogno resta quello stimato a febbraio da governo ucraino, Banca mondiale, Commissione e Onu, quasi 588 miliardi di dollari in dieci anni.
Resta la questione che riguarda anche la ricostruzione: prima di finanziare una centrale elettrica, bisogna sapere chi la proteggerà dal prossimo missile russo. Sulle garanzie di sicurezza l’appuntamento è oggi, sempre a Bruxelles, al quartier generale della NATO: con gli americani siedono Francia, Germania e Regno Unito. L’Italia manca anche da questo elenco.
Reazioni prevedibili. Giuseppe Conte ha parlato di un governo «assente dai tavoli che contano», il capogruppo del M5S al Senato Luca Pirondini di «totale irrilevanza internazionale». Per il Pd, Alessandro Alfieri ha giudicato l’E3 «non adeguato» e proposto un formato E5, con Italia e Polonia.
La critica ha un fondamento, perché l’Italia è l’unico Paese europeo del G7 rimasto fuori, ma anche un limite. Un E5 avrebbe lo stesso difetto dell’E3, con due sedie in più: con quale autorità cinque governi impegnerebbero gli altri ventidue sulle sanzioni alla Russia, sui soldi europei per la ricostruzione o sull’adesione dell’Ucraina? Ben venga il contributo di Londra alla difesa dell’Europa, ma con la Brexit ha rinunciato a decidere del bilancio dell’Unione, e c’è da sperare che la guerra finisca prima che il riavvicinamento britannico arrivi alla meta.
È la questione posta da Giorgia Meloni il 14 ottobre al Senato: se l’E3 pensa di fare meglio da solo, «almeno lo faccia a nome di tutti e con un mandato ufficiale dato da tutti», oppure i Ventisette scelgano «una figura autorevole» che porti al tavolo la voce dell’Europa. Questione seria, rimasta senza risposta. La premier aveva aggiunto di considerare «secondario il tema di chi siede a quale tavolo». Oggi l’opposizione le rinfaccia proprio la sedia vuota.
Intanto il Cremlino esclude gli europei dal trilaterale di Abu Dhabi del 10 e 11 novembre, e gli Stati Uniti trattano con chi ha peso militare e industriale. Chiunque si presenti a Kyjiv con un mandato deve poter rispondere alla prima domanda che Volodymyr Zelensky avrebbe il diritto di fargli: «Se accettiamo una tregua e Putin se ne serve per preparare un’altra aggressione, su chi e su che cosa possiamo contare?».
In “Quale difesa per l’Europa”, curato da Leonardo Tricarico e Gregory Alegi per Rubbettino, la Fondazione ICSA indica proprio Italia, Francia e Germania come possibile nucleo di una difesa comune e propone «il graduale transito sotto coordinamento e comando europeo anche delle componenti non combattenti come addestramento, supporto, trasporti, logistica e altro». Si potrebbe cominciare dagli aerei da trasporto: saremmo disposti ad affidare i nostri a un comando comune? E quando andranno sostituiti, perché ogni governo dovrebbe fare la spesa per conto proprio? Marco Buti e Luca Jahier, in un commento per l’IEP della Bocconi, propongono un «sistema di bilancio europeo» che coordini quello dell’Unione e quelli nazionali, con risparmi «soprattutto nella difesa». Una flotta comprata insieme, con equipaggi addestrati insieme e manutenzione condivisa, darebbe alla proposta un contenuto preciso.
Dal 9 al 22 novembre, nell’esercitazione Koalicja, circa 2.800 militari di undici Paesi proveranno a spostare, proteggere e rifornire la Forza multinazionale per l’Ucraina: braccio armato dei volenterosi, impegni militari da 24 Paesi, comando franco-britannico, nessun legame con la NATO. Entrerebbe in Ucraina solo a ostilità concluse e su invito di Kyjiv. Non sorveglierebbe la tregua: aiuterebbe gli ucraini a ricostituire le forze armate, presidierebbe i cieli e sminerebbe il Mar Nero. E se un drone russo colpisse quei militari? Secondo i funzionari occidentali sentiti da Dan Sabbagh per il Guardian, le regole d’ingaggio consentirebbero di difendersi. Alla domanda se le comunicazioni dipenderanno da Starlink, uno ha risposto: «Non dipendiamo da sistemi americani». Speriamo.
L’Italia non figura fra gli undici. Non perché qualcuno l’abbia messa alla porta, ma perché il governo ha sempre escluso l’invio di soldati italiani, preferendo puntare su garanzie americane. Scelta legittima, ma chi non mette niente sul tavolo difficilmente ottiene una sedia. Il rischio è quello descritto da Stefano Patuanelli: «Spettatrice pagante». Perché, ministro Crosetto? Quale compito siamo pronti ad assumerci fra il comando, la protezione dei reparti e le comunicazioni? E la sinistra che reclama un posto per l’Italia, quale di questi impegni voterebbe, o farebbe suo se un domani toccasse a Giuseppe Conte o a Elly Schlein decidere?
Marco Taradash


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