
La matematica dei seggi non ha cuore, non ha memoria e, soprattutto, non ha dignità. Dice che Benjamin Netanyahu è bloccato a quota cinquantatré, che la coalizione avversaria si ferma a quarantotto e che per governare questa terra tormentata, questo perenne campo di battaglia chiamato Knesset, servono i diciannove seggi dei partiti arabi. La Lista Unita e Ra’am. Coloro che fino a ieri erano gli esclusi, i nemici interni, oggi diventano i re d’Israele.
E così si consuma il realismo più cinico. Gadi Eisenkot, l’uomo che ha guidato l’esercito, l’ex capo di Stato maggiore abituato a guardare il mondo attraverso il mirino e le mappe strategiche, ha fatto il passo. Ha aperto la porta. Ha teso la mano a quegli stessi partiti arabi che la destra bolla come quinte colonne del terrore. Lo fa dettando condizioni rigide, dicono i suoi, parlando di linee rosse invalicabili sulla sicurezza nazionale e sull’identità dello Stato. Ma la sostanza non cambia: è il pragmatismo che calpesta l’ideologia.
È una mossa che profuma di disperazione e di freddo calcolo politico. Da una parte c’è Netanyahu, il sopravvissuto, l’animale politico che non cede un millimetro di potere. Dall’altra c’è il soldato Eisenkot, che pur di sbarrargli la strada è disposto a stringere un patto con l’impensabile. Non è una scelta d’amore, non è l’inizio di una romantica convivenza pacifica in Medio Oriente. È un matrimonio di convenienza celebrato sulle macerie di una stabilità politica che Israele sembra aver smarrito da tempo. Resta da vedere se questo fragile castello di carte reggerà al primo soffio di vento o se crollerà, come sempre, sotto il peso della storia.
Giuseppe Basilico


Piazze piene, urne vuote
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