Non mi sembra che l’effetto del voto di ieri possa far parlare di una modernizzazione in senso europeo del sistema politico: ma piuttosto di una sudamericanizzazione. La rappresentanza politica si divide tra l’oligarchia populista e quella tecnocratica; è sparita dal Parlamento ogni formazione politica non assimilabile ad un clima di soffocante conformismo; il “buco” liberale è diventato, rapidamente, una voragine.
Il PD ha ottenuto quel che il suo segretario voleva: essere prima di tutto l’unico interlocutore del cavaliere, che adesso potrà anche permettersi di fare prigionieri; quel che scrivevo circa la scelta di Veltroni di preferire la titolarità al 100% del 35% piuttosto che al 90% del 40%, viene confermato.
Veltroni ha un bel consolarsi con l’incremento del PD (rispetto a che?), con la “grande rimonta politica ed elettorale” (beato lui) e con il mutamento del panorama politico seguito alla decisione di andar da soli: resta il fatto che il PD non ha conquistato un solo voto sul versante di centro-destra, anzi ne ha ceduti, probabilmente a seguito della scelta di inglobare i radicali.
Il PD non è apparso capace di identificare una proposta politica alternativa a quella della destra; tutti gli osservatori hanno evidenziato come le due proposte economiche fossero estremamente simili; come non vi fosse alcuna idea su riforme strutturali di liberalizzazione; come i diritti individuali fossero stati dimenticati. In più, la prospettiva di un’intesa con la destra, l’evidente non volontà di essere alternativi sul piano del modello di funzionamento della democrazia, la rincorsa sul piano delle promesse irrealizzabili, ha tolto agli italiani ogni stimolo a votare per la controfigura: meglio votare per chi queste cose le ha sempre dette.
Il grande errore del PD è stato quello di aver contribuito a delegittimare il concetto stesso della rappresentatività, facendola passare per l’origine di tutti i mali del Paese, legittimando così le posizioni di chi ha sempre manifestato la sua avversione nei confronti delle regole e del bilanciamento di poteri della democrazia liberale, nel consenso non disinteressato dei fautori, di destra e di sinistra, dell’oligarchia.
I quali stamattina tripudiano dicendo: “ora si può decidere”. Già, “yes, they can”; ma cosa?
Il sistema politico che esce dal voto del 14 Aprile non è rappresentativo; ma non sarà neanche efficiente. Già Lega e MPA annunciano le loro condizioni: queste portano, se realizzate, alla fine dello Stato unitario fondato sulla democrazia liberale, ed all’avvento di uno Stato corporativo fondato sulla mediazione di interessi territoriali e di ceto. Da Lega e MPA, ognuno feudatario nelle proprie aree, e disinteressato a tutto il resto, non ci si potrà attendere altro che la perpetuazione del malgoverno al Sud e dell’egoismo prealpino al Nord. E’ facile immaginare che di libertà d’informazione e comunicazione non si sentirà più parlare per un pezzo, che i diritti dell’individuo spariranno dall’agenda politica, che la nostra collocazione in Europa si farà ancor più marginale, che i furbi avranno vit a facile. Se è chiaro che tutto questo non ha nulla a che fare con la democrazia, del che purtroppo a pochi importa, risulterà prima o poi chiaro che tutto ciò non ha neanche nulla a che fare con l’efficienza.
I veri vincitori sono partiti portatori di atteggiamenti istintuali e prepolitici (ma non nel senso di Croce). L’antipolitica, il senso di fastidio per la casta hanno preso la strada di formazioni nel cui Pantheon ideale possiamo ritrovare Bertoldo, Verre (quello di Cicerone) e Savonarola.
Dal Parlamento è sparita ogni voce critica, sia essa di destra, di sinistra, di centro, massimalista o riformista, liberale o marxista. Penso, però, che il dato elettorale vada interpretato.
Intanto, è inutile prendersela con la storia del voto utile: è del tutto normale che ciascuno ritenga e proclami utile solo il voto dato alla formazione di cui fa parte: e se ciò ottiene un qualche risultato, è solo perché qualcun altro non è stato credibile o convincente.
La scomparsa della sinistra è da vedere nell’ideologismo che ha coltivato e nell’avventurismo delle scelte politiche e sindacali che ha praticato: la logica del tanto peggio tanto meglio, alla fine, ha dato, coerentemente, i suoi frutti. Anche chi avrebbe potuto votare Arcobaleno cercandovi almeno una forza anticonformista e critica vi ha visto, giustamente, ideologismi vecchi di oltre un secolo, furbizie come quella delle comunali di Roma, una politica ambientale suicida e poco limpida, la discussione sulla riforma della legge elettorale condotta non in difesa della democrazia, ma di una soglia di sbarramento che veniva ritenuta compatibile.
Il pessimo risultato del PS certifica come agli italiani non interessi nulla delle antiche appartenenze; quanto scrivevo qualche giorno fa circa i liberali vale anche per i socialisti: occorre definire quel che si vuol essere non sulle antiche identità, ma sulle prospettive e le convergenze di oggi. Il PS paga il prezzo di una campagna partita tardi e male: incerti sino all’ultimo se subire il diktat o no, non è bastato presentarsi come gli artefici della riunificazione socialista, caratterizzandosi unicamente come laici e come coloro che Veltroni aveva cercato di far sparire, riuscendoci.
Meglio sarebbe stato proporre apertamente al Paese il funzionamento della democrazia come tema centrale della campagna elettorale, e la scommessa della costruzione di un’area critica, laica, caratterizzata da rigore empirico, e fondata su radici liberali e socialiste, come prospettiva per il futuro.
Sono convinto, nonostante gli errori ed il risultato di ieri, che di quest’area vi sia bisogno nel Paese; che vi sia una fascia di elettorato che non è disposto all’omologazione ed al conformismo, e che non ha votato o ha disperso il voto non avendo visto nell’offerta politica che gli veniva proposta nulla di convincente; che da questa constatazione occorra ripartire per dire agli italiani quello che in queste elezioni non è stato loro ricordato da nessuno: che la democrazia non può esser confusa con l’oligarchia, e che il conformismo è l’inizio dell’illibertà. Ero, e sono, convinto che non fosse affatto sufficiente il caratterizzarsi come laici (in senso tradizionale) per affermare una presenza politica, e che bisognasse pur iniziare a spiegare alla gente in quali termini si concreti la concezione di una economia e di una società aperte, partecipate e competitive, che richiedono entrambe ricette ben diverse dal liberismo ideologico, dal populismo corporativo e dal burocratismo tecnocratico. Ed ero,e sono, convinto, ricordando The Federalist, che “il mezzo per preservare la libertà non consiste nell’indebolire l’esecutivo, ma nel rafforzare il potere residuo del popolo”, cosa che non mi pare essere né nell’agenda del governo che verrà, né in quella della prossima opposizione; ma occorre ammettere che nessuno ha mai detto in campagna elettorale nulla in questo senso.
La prospettiva di quest’ area sta nel collocarsi al di fuori del sistema delle presunte certezze e dei prevedibili ammiccamenti della Terza Repubblica: va proposta una visione radicalmente liberale e critica, nella convinzione che precorrere i termini ed i tempi di una vera opposizione sia cosa utile oggi ed indispensabile per il futuro. Anche il Partito Democratico, prima o poi, dovrà cominciare a rendersi conto che, se si vuol battere questa destra antiitaliana ed antieuropea occorre esserle alternativi, e non basta sperare di esser più bravi di lei sul suo terreno.
A questo scopo, è necessario riavviare, da subito, l’iniziativa di quelli che, prima dell’avvio di questa campagna elettorale, avevano segnalato questi rischi, che ieri hanno acquistato la certezza di fatti: occorre collegare clubs, associazioni, fondazioni, gruppi politici, individui, in un’entità politica e culturale che operi al di sopra di ogni vecchia appartenenza, che assicuri una rete di collegamento e di condivisione di iniziative dirette a promuovere la costruzione di una forza politica di opposizione critica, avente le proprie radici nell’empirismo liberale ed in quello socialista.
Auspico che si apra rapidamente il confronto tra coloro che condividono questa prospettiva.
GIM CASSANO

Non bisognerebbe votare i partiti che si alleano con chi vuol dividere il paese, o dal nord o dal sud, e’ allucinante che sia nata la Lega del sud, un giorno il meridione capira’ l’effetto devastante di questa iniziativa contrapposta a quella del nord. L’unica giustificazione, che si puo’ dare, e’ che il Governo Prodi ha letteralmente scioccato i cittadini Italiani. Noi dobbiamo lavorare politicamente in direzione opposta, il nostro Paese dovra’ rimanere unito per il bene di tutti gli Italiani, compresi quelli che per fare un dispetto alla moglie si ………..