
Ero davvero indecisa se scrivere questo articolo, perché quando senti certe frasi, così miserabili, così primitive, così indegne di un dibattito politico, la prima reazione è pensare che non valga neanche la pena sporcarsi le mani.
Tajani e Vannacci non meritano tempo, non meritano spazio, non meritano attenzione. Sono il rumore di fondo di una classe dirigente che ha smesso di vergognarsi della propria ignoranza.
Poi però quei video continuano a comparire ovunque: scorrono sui social come una tortura, rimbalzano nelle chat, vengono rilanciati da chi li trova “simpatici”, “ironici”, “normali”. E a forza di vederli, la nausea supera la soglia. Diventa fisica. Diventa rabbia. Diventa un limite che si spezza.
A quel punto non si può più tacere. Perché tacere significa lasciarli passare. Significa accettare che questa mentalità bigotta, volgare, retrograda, possa continuare a circolare come se fosse legittima. Significa permettere che il corpo delle donne resti un bersaglio su cui chiunque può sputare la propria frustrazione.
Scrivo perché la misura è colma. Scrivo perché non sopporto più questa violenza travestita da ironia. Scrivo perché è arrivato il momento di posizioni feroci, nette, senza compromessi. Scrivo perché non si può più far finta di niente.
La distanza che separa la politica dalla decenza ormai non è più una linea: è un abisso. E dentro quell’abisso ci sono le parole di Tajani, le parole di Vannacci, e il silenzio complice di chi dovrebbe avere il coraggio di dire “basta”.
Non siamo davanti a gaffe. Non siamo davanti a battute. Non siamo davanti a “frasi uscite male”. Siamo davanti a un pensiero che si ripete, che si consolida, che si normalizza. Un pensiero che ha un bersaglio preciso: il corpo delle donne.
Tajani apre il sipario spiegando che la serietà di una donna si misura dalla lunghezza della gonna. Non dalla competenza, non dalla responsabilità, non dalla capacità di governare: dalla gonna. È un’idea che non appartiene al presente, ma a un passato che dovrebbe essere morto e sepolto. E invece viene rilanciata da un vicepremier come se fosse una riflessione legittima.
La Presidente del Consiglio liquida tutto con un’alzata di spalle: “una battuta”.
Una battuta??
Come se il corpo delle donne fosse un giocattolo su cui gli uomini al governo possono scherzare, ridere, misurare, giudicare.
Poi arriva Vannacci, che non si limita a peggiorare la situazione: la trascina nel fango. “A me le donne piacciono senza gonna.”
Qui non c’è più politica. Qui c’è solo possesso. C’è solo sessualizzazione del discorso pubblico. C’è solo la riduzione della donna a un oggetto disponibile, valutabile, manipolabile.
Un europarlamentare che parla così non sta parlando alle donne: sta parlando agli uomini che vogliono sentirsi autorizzati a pensarla allo stesso modo. Sta dicendo: “È normale. È legittimo. È accettabile.”
E questo è il vero pericolo!
Ma la parte più disgustosa è il sottotesto.
Il messaggio non detto ma urlato.
Il pensiero che non viene espresso apertamente, ma che si sente, si percepisce, si riconosce.
Il pensiero secondo cui la donna, quando entra in politica, disturba.
Quando parla, invade.
Quando decide, sconvolge.
Quando guida, sovverte.
Quando supera un uomo, offende.
Per questa mentalità – che denuncio nella sua violenza – la donna non dovrebbe stare nei luoghi decisionali. Non dovrebbe stare nei posti pubblici. Non dovrebbe avere voce. Non dovrebbe avere potere.
Dovrebbe essere altrove.
Altrove, sempre altrove.
Lontana.
Silenziosa.
Ridotta.
E quando non è altrove, quando non è silenziosa, quando non è ridotta, allora diventa un bersaglio.
Un bersaglio da umiliare.
Un bersaglio da sessualizzare.
Un bersaglio da riportare “al suo posto”.
Il problema non è Vannacci. Il problema è che lui è il sintomo. È la goccia che fa traboccare un vaso riempito da anni di retorica sulla donna “seria”, “composta”, “di casa”, “che non provoca”, “che non disturba”.
È la conferma che nella destra italiana esiste un pensiero strutturato: la donna è affidabile solo quando è controllata. Solo quando è silenziosa. Solo quando è coperta. Solo quando è ridotta.
E quando non è controllabile, diventa un problema da zittire.
E qui arriva la parte che non si può più evitare:
questa mentalità non può entrare nelle Istituzioni. Non può diventare cultura politica. Non può essere tollerata da chi ha responsabilità pubbliche.
Una classe dirigente che parla così del corpo delle donne non è una classe dirigente: è un ostacolo!
È un pericolo!
È un residuo tossico di un passato che non deve tornare!
Questi uomini devono tornare a casa. In massa.
E alle prossime elezioni, chiunque abbia ancora un minimo di rispetto per sé stesso e per le donne, non dovrebbe neanche avvicinarsi all’idea di votarli.
Perché non si tratta di opinioni: si tratta di dignità.
E la dignità non è negoziabile.
Le donne italiane non sono nate per essere misurate, valutate, classificate, sminuire o insultate.
Non sono nate per essere prese a pretesto da politici che non hanno altro da dire.
Non sono nate per essere ridotte a oggetti utilizzabili secondo il gradimento di codesti inqualificabili soggetti.
Sono nate libere. E libere vogliono restare.
Angioletta Massimino

Efficace e forte riflessione di Angioletta Massimino che condivido in ogni suo punto ed in ogni sua virgola.