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Trump e Putin, l’asse dell’arroganza contro un’Europa che non si piega

Le ultime dichiarazioni di Donald Trump nei confronti di Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky non lasciano ormai molto spazio alle interpretazioni. Quella che inizialmente poteva apparire come una discutibile strategia diplomatica sta assumendo i contorni di una vera e propria deriva antieuropeista della politica estera americana

di Piero Terracina | 13 Ottobre 2026

Le ultime dichiarazioni di Donald Trump nei confronti di Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky non lasciano ormai molto spazio alle interpretazioni. Quella che inizialmente poteva apparire come una discutibile strategia diplomatica sta assumendo i contorni di una vera e propria deriva antieuropeista della politica estera americana. Una deriva che mette in discussione ottant’anni di alleanze occidentali e che sembra perseguire un obiettivo tanto ambizioso quanto irrealizzabile: riportare gli Stati Uniti al centro di un ordine mondiale dominato esclusivamente dagli interessi di Washington, riducendo gli alleati europei a semplici esecutori delle decisioni americane.

L’ultima rappresentazione di questa politica rasenta il grottesco. Trump annuncia ipotetici accordi tra Russia e Ucraina, parla di tregue e intese che vengono immediatamente smentite o non confermate dai diretti interessati e continua a presentare Putin come un interlocutore sinceramente intenzionato a raggiungere la pace. Una diplomazia fatta di dichiarazioni unilaterali, annunci trionfalistici e risultati inesistenti, nella quale la realtà sembra costituire un fastidioso inconveniente da ignorare. Nel frattempo, Zelensky viene sistematicamente indicato come un ostacolo ai negoziati, capovolgendo le responsabilità di un conflitto iniziato con l’invasione russa del febbraio 2022. L’aggressore diventa improvvisamente l’interlocutore ragionevole, mentre l’aggredito viene trasformato nel problema da risolvere.

Pensare che, dopo mezzo secolo di Guerra fredda, dopo il crollo dell’Unione Sovietica e dopo decenni trascorsi a costruire un sistema di sicurezza collettiva, gli Stati Uniti possano ritrovarsi con un presidente come Trump che considera Putin il proprio interlocutore privilegiato, la dice lunga sul livello di degenerazione raggiunto dalla politica americana. Due personaggi accomunati da una smisurata considerazione di sé stessi, da una concezione personalistica del potere e dalla convinzione che gli equilibri internazionali possano essere modificati attraverso accordi privati tra uomini forti. Due irresponsabili che sembrano ignorare una realtà elementare: il mondo non è una proprietà privata e le nazioni europee non sono filiali amministrative della Casa Bianca.

La questione diventa ancora più grave considerando quanto l’Europa abbia investito economicamente e politicamente nel contenimento dell’aggressione russa. Dal 2022 i governi europei hanno sostenuto pesanti provvedimenti sanzionatori contro Mosca, accettando conseguenze considerevoli sui costi energetici, sulla competitività industriale e sugli equilibri commerciali. Hanno affrontato rincari, sostenuto famiglie e imprese, riorganizzato le proprie forniture e cercato alternative agli idrocarburi russi. Un processo costoso, complesso e tutt’altro che indolore, che ha comunque prodotto risultati concreti, riducendo drasticamente la dipendenza energetica dalla Russia.

Ed è proprio qui che emerge una delle contraddizioni più clamorose della presidenza Trump. Mentre l’Europa continua a sostenere economicamente e militarmente l’Ucraina, Washington sembra voler recuperare rapporti privilegiati con Mosca, subordinando la coerenza delle proprie scelte internazionali alle convenienze economiche ed elettorali del momento. Dopo aver sollecitato per anni gli europei a ridurre la dipendenza dalla Russia e a sostenere le sanzioni, gli Stati Uniti rischiano oggi di vanificare una parte dei sacrifici compiuti dai propri alleati. Una dimostrazione di quanto l’attuale amministrazione consideri gli impegni internazionali sacrificabili quando entrano in conflitto con gli interessi immediati della Casa Bianca.

Naturalmente, dietro questa improvvisa frenesia diplomatica esiste una ragione molto meno nobile delle proclamate aspirazioni pacifiste. Il 3 novembre si terranno le elezioni americane di metà mandato e Trump sente ormai il fiato sul collo. L’aumento dei prezzi energetici, il costo della vita, le difficoltà delle famiglie e le conseguenze economiche delle tensioni internazionali rappresentano problemi concreti per un’amministrazione che aveva promesso prosperità, sicurezza e una rapida soluzione dei conflitti. Il presidente americano ha bisogno di risultati immediati, possibilmente spendibili davanti agli elettori. E quale occasione migliore di un presunto accordo con Putin, accompagnato dalla solita rappresentazione di sé stesso come insostituibile negoziatore internazionale?

Il problema è che la propaganda elettorale non modifica la realtà economica. Gli Stati Uniti rimangono una grande potenza, ma non dispongono più della libertà finanziaria e politica necessaria per imporre unilateralmente la propria volontà al resto del mondo. Con un debito pubblico federale che ha superato i 40.000 miliardi di dollari, disavanzi enormi, interessi crescenti e un’economia domestica attraversata da profonde difficoltà, Washington dovrebbe preoccuparsi maggiormente dei propri squilibri strutturali anziché inseguire improbabili progetti di restaurazione egemonica. A questo si aggiunge una politica commerciale fondata su dazi e pressioni tariffarie che rischia di aggravare proprio quelle tensioni sui prezzi che Trump sostiene di voler combattere.

È evidente che l’egemonia americana del dopoguerra non possa essere ricostruita attraverso minacce commerciali, accordi personali e dichiarazioni presidenziali. Quell’ordine internazionale appartiene a una fase storica ormai conclusa. L’Europa dispone oggi di una propria moneta, di un enorme mercato interno, di capacità industriali avanzate e di un peso economico che nessuna amministrazione americana può permettersi di ignorare. L’euro, pur senza aver sostituito il dollaro nel sistema monetario internazionale, rappresenta una delle principali alternative valutarie mondiali e costituisce uno strumento fondamentale di autonomia economica.

Naturalmente l’Europa presenta divisioni, debolezze e ritardi che sarebbe assurdo negare. La dipendenza militare dagli Stati Uniti rimane significativa e l’integrazione politica procede con difficoltà. Ma confondere queste fragilità con una presunta incapacità europea di reagire significa non aver compreso i cambiamenti intervenuti negli ultimi decenni. L’Unione europea ha dimostrato di possedere strumenti economici e finanziari sufficienti per sostenere scelte strategiche di lungo periodo, continuando a garantire all’Ucraina un sostegno che ha ormai raggiunto dimensioni considerevoli. Un impegno politico ed economico che smentisce l’idea di un continente disposto ad abbandonare Kiev semplicemente perché Trump ha deciso di cambiare interlocutore.

L’aspetto più paradossale dell’intera vicenda è che Trump sembra voler ricostruire la centralità americana indebolendo proprio quel sistema di alleanze che ha garantito agli Stati Uniti una posizione privilegiata per quasi ottant’anni. Il potere di Washington non è mai dipeso esclusivamente dalle portaerei, dal dollaro o dalla dimensione della sua economia, ma anche dalla capacità di costruire alleanze stabili e garantire un quadro di riferimento politico condiviso. Sacrificare questo patrimonio per inseguire un improbabile rapporto privilegiato con Putin non significa restaurare la grandezza americana, ma accelerarne la perdita di credibilità internazionale.

Putin, dal canto suo, ha tutto l’interesse ad alimentare questa situazione. Per il Cremlino, un’America che litiga con l’Europa, mette in discussione il sostegno all’Ucraina e indebolisce la pressione economica sulla Russia rappresenta un risultato strategico straordinario. Mosca non ha bisogno di conquistare militarmente l’intero continente per indebolirlo. Le basta favorire la divisione tra Washington e Bruxelles, alimentare le contraddizioni interne alla NATO e attendere che la stanchezza politica faccia ciò che l’esercito russo non è riuscito a ottenere sul campo. E Trump, con le sue continue oscillazioni, rischia di facilitare esattamente questo disegno.

La verità è che il presidente americano continua a confondere la potenza degli Stati Uniti con la propria onnipotenza personale. Crede che basti parlare con Putin per ottenere la pace, minacciare Zelensky per piegare l’Ucraina e intimidire Bruxelles per ricondurre l’Europa sotto la tutela americana. Ma la politica internazionale non funziona come una trattativa immobiliare e le nazioni non sono proprietà da comprare, vendere o scambiare. Gli accordi richiedono condizioni verificabili, garanzie credibili e soprattutto il consenso delle parti interessate. Annunciare una tregua che nessuno ha sottoscritto non significa aver fermato una guerra, ma soltanto aver prodotto l’ennesima dichiarazione senza risultati.

A poche settimane dalle elezioni di metà mandato, appare sempre più evidente come questa frenesia diplomatica risponda anche alla necessità di recuperare consenso interno. Trump ha bisogno di presentarsi agli americani con qualche risultato tangibile prima che gli elettori giudichino l’operato della sua amministrazione. Putin, invece, ha bisogno di tempo, risorse economiche e divisioni occidentali. Sono interessi differenti che possono temporaneamente coincidere, ma che non costituiscono affatto le premesse di una pace giusta e duratura.

Resta dunque una conclusione difficilmente contestabile. L’Europa, pur tra mille contraddizioni, continua a sostenere l’Ucraina, a difendere il proprio sistema economico e a cercare una maggiore autonomia strategica. Trump, invece, sembra impegnato a demolire la fiducia costruita con gli alleati storici nel tentativo di recuperare un’egemonia che non può più essere esercitata con gli strumenti del secolo scorso.

Dopo decenni di contrapposizione tra Washington e Mosca, siamo arrivati al paradosso di un presidente americano che tratta il capo del Cremlino con maggiore considerazione del presidente di una nazione aggredita e che pretende dagli alleati sacrifici che lui stesso sembra pronto a vanificare per qualche vantaggio elettorale.

Gli Stati Uniti rimangono una grande potenza, ma non sono più l’unico centro del mondo. L’Europa non è una colonia, l’euro non è una moneta subordinata alle decisioni di Washington e la sicurezza del continente non può diventare merce di scambio nelle trattative tra Trump e Putin.

E se Trump pensa davvero di ricostruire la grandezza americana stringendo la mano a Putin mentre volta le spalle all’Europa, rischia di scoprire che il principale artefice del declino dell’influenza statunitense non si trova a Mosca, a Pechino o a Bruxelles.

Si trova direttamente alla Casa Bianca.

Piero Terracina

Pubblicato in : Editoriale, Esteri, Non sanno quello che dicono

Info Piero Terracina

Mi chiamo Piero Terracina, ho 70 anni, lavoro nel campo delle chitarre dal 1979 e sono un punto di riferimento per molti musicisti.

Ma questa è solo una parte di ciò che sono.

Sono ebreo, panteista, visionario. Non appartengo a nessuna corrente politica, assolutamente apartitico.

Da cinquant’anni studio storia, politica ed economia. Non per mestiere, ma per necessità. Perché capire il mondo non è un passatempo: è un dovere. Scrivo per onestà intellettuale, per rimettere ordine dove il pensiero si è fatto confuso, omologato, pigro.

Non ho mai accettato verità impacchettate né morali a comando.
Credo nella responsabilità personale, nel dubbio, nella tradizione, nella libertà del pensiero critico.
Non appartengo a nessuno. E non scrivo per piacere: scrivo perché tacere, a volte, è peggio che sbagliare.

Da me troverai solo lavori fatti con le mani e idee scolpite con la testa.

Senza slogan. Senza bandiere. Solo ciò che penso. Solo ciò che faccio.

A settembre 2026 ho fondato il sito Volo Radente (www.voloradente.eu) dove pubblico i miei articoli riprodotti anche su Pensalibero.it

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Luca Bagatin

    13 Ottobre 2026 alle 11:16

    L’UE è finita in mezzo, non avendo alcuna seria strategia e sbagliandole tutte.
    Sanziona la Russia e importa risorse più care dagli USA.
    O la dirigenza UE è molto sciocca o sta lavorando per la distruzione dell’UE stessa.
    Potrebbe essere anche entrambe le cose.
    Sicuramente gli USA lavorano da anni per la fine dell’UE.
    Chi ha paura della Russia, ad ogni modo, proprio grazie alle sconsiderate politiche della dirigenza UE, la ritrova più forte di prima.

    Rispondi

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