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Web Tax pret-a-porter e web tax su misura

di Massimiliano Trovato | 23 Dicembre 2013

Ai problemi già sollevati si aggiunge l’impressione che il provvedimento miri espressamente a favorire alcuni soggetti economici a scapito di altri, violando un principio cardinale di civiltà tributaria.

web-agency-150x150Di una cosa va dato merito ai sostenitori della web tax, sulle cui criticità ci siamo già soffermati su Leoni Blog (clic e clic) e – più dettagliatamente – in questo Focus: della tenacia con cui si ostinano a presidiare un provvedimento troppe volte dato per morto e poi risorto. Ma i motivi di plauso si esauriscono qui.

Dopo che la scomunica di Renzi e le perplessità di Letta sembravano averne segnato il destino, oggi la web tax si ripresenta con qualche ritocco. Svanisce il primo comma, quello che faceva un confuso riferimento all’acquisto di servizi online e al commercio elettronico diretto e indiretto, mentre sopravvive l’obbligo di acquistare gli spazi pubblicitari e i link sponsorizzati «visualizzabili sul territorio italiano» da soggetti quali «editori, concessionarie pubblicitarie, motori di ricerca o altro operatore pubblicitario, titolari di partita IVA italiana». Allo stesso modo, si circoscrive al settore dell’advertising la previsione dell’emendamento Covello, che altera le modalità di determinazione del reddito d’impresa.

Le modifiche partorite nella notte dalla commissione Bilancio della Camera intervengono solo sul perimetro del provvedimento, senza rettificarne in alcun modo l’impianto sbilenco. Si tratta ancora di una norma “illegittima, inutile, dannosa e autolesionista”, sebbene di portata più limitata. In questo senso, è naturale chiedersi se il gioco valga la candela, dal momento che la candela è diventata un moccolo. Perché persistere nella difesa di un intervento che ci esporrebbe a una sicura procedura d’infrazione e che minerebbe gli interessi del nostro ecosistema digitale a fronte di un’attesa di gettito ancor più modesta della previsione originaria?

La web tax formato mignon non risponde alle perplessità dei critici e, a ben vedere, ne aggiunge di nuove. Il riformato ambito di applicazione, infatti, indebolisce le altisonanti giustificazioni in termini di equità fiscale ed evidenzia l’assetto degli interessi sottostanti alla discussione. Raramente quanto in questo caso, è possibile identificare con chiarezza i soggetti che beneficiano di una proposta legislativa e quelli che ne sono danneggiati. L’articolato della web tax li indica chiaramente, a cominciare da quella gerarchia editori-concessionarie-motori di ricerca.

Insomma, ai problemi già sollevati si aggiunge l’impressione che il provvedimento miri espressamente a favorire alcuni soggetti economici a scapito di altri, violando un principio cardinale di civiltà tributaria. Un sospetto, per il vero, evidente sin dall’origine, ma rafforzato dall’evoluzione degli ultimi giorni, perché – con buona pace di Andrea Pezzi – l’opinione di Carlo De Benedetti ha un peso specifico ben superiore e perché l’aver cassato gli altri servizi online rende immediatamente visibile che quella che poteva apparire come una delle conseguenze della web tax è, invece, la sua principale ragion d’essere.

Ancora sul Sole di oggi, Francesco Boccia si difende dall’accusa di aver ideato una tassa ad aziendam, quando – proprio nelle ore in cui l’articolo andava in stampa – il dibattito parlamentare si spingeva in quella direzione. È ora davvero cruciale che il governo intervenga, perché se la web tax prêt-à–porter era una misura profondamente sbagliata, questa versione su misura è uno scempio inaccettabile.

Pubblicato in : Primo piano

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