Proprio vent’anni fa, il 9 giugno del 1991, il referendum sulla preferenza unica avrebbe aperto un processo che avrebbe portato, a furor di popolo, all’abbattimento e della preferenza e dello stesso sistema proporzionale, visti come una delle cause del degrado politico e morale in cui era precipitata la repubblica dei partiti.
Oggi, giugno 2011, parte, sempre con il suggello della società civile, la raccolta delle firme per un referendum destinato a reintrodurre e la preferenza e lo stesso sistema proporzionale (secondo una linea cui si è ispirata una precedente proposta del nostro partito).
E però, il percorso di queste proposte non sarà né semplice né facile. In un contesto in cui l’atteggiamento delle forze politiche non è certo preventivamente favorevole. Anche perché l’iniziativa referendaria ha anche l’ulteriore pregio di mettere a nudo la loro generale ipocrisia; tutti ferocemente avversi al sistema attuale; tutti decisi a considerare assolutamente prioritaria la sua modifica; tutti altrettanto graniticamente restii a spiegare ai “cittadini” così spesso verbalmente onorati una qualsivoglia proposta concreta.
Ma fermiamoci qui, perché qui ci interessa parlare di legge elettorale “in sé e per sé” e non dei marchingegni strumentali costruiti intorno alla medesima.
Ma, proprio per restare in quest’ottica, sono necessarie alcune considerazioni introduttive. La prima ha a che fare proprio con il mutamento di segno del disegno referendario. Insomma è il caso di domandarci perché gran parte di quella società civile che vent’anni fa vedeva la proporzionale e il voto di preferenza come parte di un sistema da abbattere li riproponga oggi come elemento portante di un disegno di riforma.
Ora, la gente ha cambiato parere perché sono completamente cambiate le sue priorità. Allora l’obbiettivo, garantito dall’introduzione del maggioritario a turno unico e dalla abolizione delle preferenze, era la formazione di maggioranze politiche e di governo, all’interno di un sistema bipolare libero da condizionamenti partitici e corporativi. Mentre i referendari del 2011 hanno in mente la ricostituzione del rapporto tra elettori ed eletti, attraverso la libera scelta dei secondi da parte dei primi.
Dietro a tutto questo c’è, beninteso, l’esperienza di questi venti anni; a testimonianza dei limiti di qualsiasi ingegneria istituzionale. Così, il maggioritario, secco o con premio di maggioranza, ha garantito la permanenza di un bipolarismo che era comunque nell’ordine delle cose; ma non ha portato, contrariamente alle attese, né al bipartitismo né alla diminuzione del ruolo dei partiti e delle corporazioni. Mentre la qualità della classe politica scelta dall’alto, con il “mattarellum” come con il “porcellum” è progressivamente peggiorata.
Rimane però il fatto che le attese sono radicalmente cambiate nel corso del tempo; che, insomma, vent’anni fa si richiedeva alla legge elettorale una cosa- il mutamento del sistema politico- mentre oggi l’aspettativa di tutti è diventata un’altra- il ristabilimento del rapporto diretto elettore-eletto (ad evitare la formazione di “caste”). Tutto ciò riflette, magari indirettamente, una verità troppo a lungo dimenticata. E cioè il fatto che i sistemi elettorali rispondono, oggettivamente, ad esigenze diverse e magari potenzialmente contraddittorie.
Così, per rifarci all’esperienza italiana, la prima repubblica privilegiava sopra ogni altro l’obbiettivo della rappresentanza, e della rappresentanza più equa possibile delle sensibilità esistenti nel paese; mentre la seconda ha posto al centro il problema della consistenza e della coesione delle maggioranze di governo; in una prospettiva bipolare-bipartitica.
Oggi, infine, è all’ordine del giorno il problema della legittimazione, attraverso il controllo dal basso, della classe politica.
Ora, come i vari sistemi – il proporzionale nelle sue varie versioni, l’uninominale a due turni, modello francese, l’uninominale secco, modello Westminster – hanno risposto a queste attese?
Un primo rapido esame ci suggerisce di scartare l’uninominale secco, pur tanto caro ai radicali ed agli ammiratori del modello anglosassone; ma che si pretenderebbe di introdurre in un contesto di radicato e insopprimibile pluripartitismo. In un simile ambiente, il “mattarellum”, che contraddiceva espressamente al principio della rappresentanza, ha portato a maggioranze parlamentari certo consistenti, ma tutt’altro che coese mentre la regola della designazione da parte dei dirigenti centrali dei vari partiti dei candidati nei vari collegi ha portato alla formazione di una classe politica “dipendente” che non aveva, né si curava di avere, alcun rapporto con il territorio.
Rimangono, allora, come punti di riferimento, il proporzionale e l’uninominale a due turni. Il primo copre molto felicemente il criterio della rappresentanza; e non ostacola, di per sé, il funzionamento del bipolarismo e di maggioranze di governo alternative mentre, invece, è curiosamente carente proprio sul terreno dei corretti rapporti tra elettori ed eletti.
Il secondo garantisce maggioranze forti e coese e, nel tempo, radicamenti territoriali e “fidelizzazione” dei propri elettori; ma non gli si chieda di garantire una voce a chi è “fuori”, o perché piccolo o perché “non coalizzabile”.
Nulla esclude, però, che una combinazione tra i due sistemi possa dare luogo a risultati relativamente soddisfacenti per tutti. E di questo si discuterà in un prossimo articolo.
Alberto Benzoni (avantidelladomenica.it)

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