
Oggi, a 80 anni dalla sua scomparsa, mi piace pensare che vorrebbe essere ricordato, anzitutto, come artista. Perché la pittura fu il suo impegno e la sua consolazione – che mai abbandonò – anche nei momenti più bui. Ennesima conferma che arte e vita si fanno, in taluni individui, indissolubili. E mi piace rievocare la sua formazione non accademica, di autodidatta, un imprinting che avrebbe forgiato in lui un desiderio di sperimentazione al di fuori di ogni convenzione accademica, nonché l’avvio di una significativa corrispondenza con artisti e amici (tra i quali Antonio Salvetti, Vittore Grubicy e Plinio Nomellini), modalità con cui a quel tempo ci si confrontava e si cresceva, anche artisticamente.
E’ indiscussa la “radice naturalista della sua pittura, con scenari paesistici e soggetti legati all’intima realtà del quotidiano” (Federica Casprini, “Sulla corrispondenza artistica di Vittorio Meoni”, estratto da Miscellanea Storica della Valdelsa, gen.-dic. 2005). Si tratta di temi che “rimarranno una costante nella sua opera e in seguito saranno affrontati attraverso una coerente e continua applicazione dei principi scientifici sulla percezione della luce e dei colori”, le teorie ottiche e cromatiche di Rood e Chevreul, di cui si dà ampio conto in un testo del tempo, “I principi scientifici del divisionismo” (1906) di Gaetano Previati, che ho il piacere di annoverare tra i miei libri.
Meoni, che aveva raccolto le proprie opzioni estetiche nell’opuscolo “La decadenza dell’arte borghese” (1897), chiedeva agli artisti “di abbandonare il loro status di spiriti eletti a servizio della classe dirigente” e di “adottare un linguaggio comprensibile anche al popolo”. Come si può intuire, egli era intensamente fuso con questa stagione artistica di grande fermento. Così scrisse di lui il pittore livornese Lewellyn Lloyd (“La pittuta dell’Ottocento in Italia”, Nemi, 1929, p. 61): “E’ un delicatissimo pittore, poeta (…) e si può considerare l’unico superstite rimasto fedele al principio e alla teoria della scomposizione dei colori per ottenere maggiore vibrazione della luce”. E concludeva: “Sta fra il Morbelli e il Grubicy. Dipinge paesaggi della sua Colle e gli angoli ascosi con molta forza e aristocrazia.”
Nel 1993 il Comune di Colle organizzò una mostra a lui interamente dedicata – radunando per l’occasione una ragguardevole quantità di tele, provenienti per lo più da collezioni private -, evento di cui è rimasta traccia con il relativo volume-catalogo, accompagnato da un brano critico di Stefano Francolini (“Vittorio Meoni, pittore della luce: dall’impressione del vero al colore diviso”).
Per chi desiderasse un accesso immediato alla sua opera, potrà recarsi alla Galleria d’Arte Moderna del Palazzo Pitti in Firenze. Qui sono custodite “Oasi nelle crete senesi” e “’Ai frati’ a Colle Val d’Elsa”. La prima, in particolare, evoca l’ariosità e la solennità discrete di una terra così peculiare della provincia senese. Ben si attaglia a questo dipinto quanto ebbe ad annotare Carlo Ciappei: “Ché tutta l’arte del Meoni tende a sprigionare dalla trita realtà, minutamente osservata, l’ansito misterioso di una vita umile e profonda teneramente amata dall’artista (…). L’elemento che agli occhi di lui trasfigura, spiritualizzandola, la realtà, è la luce nelle molteplici decomposizioni delle vibrazioni eteree (…)”. Vibrazioni capaci di sollecitare, di impressionare con dolcezza (virtù che pare mutuata dalla soavità del paesaggio e del vernacolo di Colle) lo sguardo (e il cuore) dell’osservatore di ogni tempo.
Paolo Marini

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