
Che Il Vernacoliere chiuda i battenti non è una tragedia culturale, ma piuttosto il compimento di un processo lento e inevitabile: l’estinzione di una forma d’umorismo che, da tempo, non rappresentava più nessuno.
Il problema non è solo l’assenza di ricambio generazionale, la naturale usura di una redazione e di un linguaggio, ma qualcosa di più profondo: il mutamento antropologico del riso, la trasformazione del comico in una società che ha smesso di credere nella trasgressione come strumento di verità.
Un tempo Il Vernacoliere incarnava una satira popolare e corrosiva, figlia di un’Italia ancora dialettale, irriverente, carnale; un paese in cui il linguaggio triviale era un gesto di liberazione collettiva. Poi, lentamente, la volgarità ha smesso di essere sovversiva ed è diventata merce. La bestemmia, lo scandalo, la parodia dei potenti si sono trasformati in routine comunicativa, neutralizzati dall’ironia di massa e dalla banalità algorimtica dei social.
In questo scenario, Il Vernacoliere non è morto perché censurato o incompreso, ma perché anacronistico. Non sapeva più ridere del presente: ripeteva se stesso, confondendo la libertà espressiva con l’invettiva, la satira con la propaganda. Laddove un tempo c’era l’intelligenza dell’eccesso, è rimasto solo l’automatismo dell’insulto. E nulla invecchia più rapidamente del sarcasmo quando perde il suo oggetto simbolico.
Freud, in Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio, spiegava che il comico è una scarica di energia psichica: una valvola che consente all’individuo di liberare tensioni represse senza distruggere l’ordine simbolico. Ma quando l’ordine simbolico crolla, quando tutto è già esposto, già detto, già mostrato l’umorismo non libera più nulla: diventa puro riflesso, tic linguistico, eco dell’assenza di conflitto.
La satira aveva senso in un mondo attraversato da tabù, ipocrisie e poteri visibili; oggi, nell’era della trasparenza forzata e dell’esibizione di sé, non c’è più un “Altro” contro cui ridere. E il comico, privato del suo interlocutore, si ripiega in malinconia, in autoironia difensiva.
Il riso non è più gesto politico o collettivo: è una microterapia privata, un modo per sopportare il reale, non per trasformarlo.
In questo senso, la chiusura del Vernacoliere è un atto di giustizia naturale: finisce un’epoca, non un’idea.
L’ironia continua, ma ha mutato registro: da catartica a analitica, da esplosiva a introspettiva.
Oggi ridiamo per non dissolverci, non per liberarci.
David Pacifici

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