
Questa settimana, e non succedeva da tempo immemore, tutti i dati sul mercato del lavoro Usa pubblicati sino ad ora (esclusi solo i Nfp che sono in via di pubblicazione oggi pomeriggio), hanno evidenziato un significativo peggioramento in tutte le sue componenti più importanti. Martedì è stato pubblicato il Jolts Openings, ovvero quell’indicatore che fornisce una indicazione sui volumi delle offerte di lavoro, sulle assunzioni e sul turnover, misurando l’eccesso di offerta di lavoro (posti vacanti) per un determinato settore e in un determinato periodo, relativamente alle aree commerciali e industriali degli Stati Uniti. Le offerte di lavoro negli Stati Uniti sono diminuite di 288.000 unità, attestandosi a 7,192 milioni a marzo 2025, il livello più basso degli ultimi sei mesi e ben al di sotto delle aspettative di mercato, che si attestavano a 7,48 milioni.
Il giorno dopo, ovvero mercoledì, sono usciti gli Adp, ovvero il report della Automated Data Processing (ADP), che ogni mese pubblica questo rapporto sul mercato del lavoro del settore privato non agricolo. Tale documento precede quello ufficiale del Dipartimento del Lavoro, i Non Farm Payrolls, in uscita oggi pomeriggio. Detto ciò, le imprese private negli Stati Uniti hanno aggiunto 62.000 lavoratori ai propri stipendi nell’aprile 2025, meno della metà dei 147.000 stipendi rivisti al ribasso del mese precedente e ben al di sotto delle aspettative di mercato di 115.000. Si è trattato dell’aumento più contenuto da luglio dello scorso anno, a sottolineare l’impatto dei dazi imposti dal governo statunitense sull’assunzione di nuova manodopera da parte delle imprese.
Ieri, infine, sono usciti i Challenger layoffs e i jobless claims settimanali. I primi sono relativi di tagli di posti di lavoro annunciati dalle aziende negli Stati Uniti. Questo report, pubblicato ogni mese, fornisce informazioni dettagliate sui licenziamenti, incluse le statistiche sul numero di licenziamenti, il settore industriale e la regione geografica. Ebbene, i datori di lavoro statunitensi hanno annunciato 105.441 tagli di posti di lavoro ad aprile, in netto calo del 62% rispetto ai 275.240 di marzo, ma comunque il 63% in più rispetto ad aprile 2024. Si tratta del totale più alto del mese da aprile 2020, quando furono segnalati 671.129 licenziamenti, ma era il periodo della pandemia. Finora, nel 2025, i datori di lavoro hanno annunciato 602.493 tagli di posti di lavoro, il numero più alto per questo periodo dell’anno dal 2020, principalmente nel settore pubblico, a causa dei tagli ai costi legati al DOGE, nonché nei settori tecnologico e della vendita al dettaglio.
Infine, sempre ieri sono usciti i Jobless claims, ovvero le richieste iniziali di sussidio di disoccupazione, che sono aumentate di 18.000 unità, raggiungendo quota 241.000 nella settimana conclusasi il 26 aprile, il numero più alto da febbraio e ben al di sopra delle aspettative di mercato, che si attestavano a 224.000.
Un quadro che conferma, come le preoccupazioni e l’incertezza che si sono manifestate sui mercati dall’arrivo del Presidente Trump, stiano cominciando a contagiare non solo gli asset finanziari più rilevanti, ma anche l’economia reale. A tal proposito, la prima rilevazione del Pil Usa del primo trimestre, ha evidenziato una contrazione dello 0,3% nel primo trimestre del 2025, segnando il primo calo dal primo trimestre del 2022. Si tratta di una netta inversione di tendenza rispetto alla crescita del 2,4% del trimestre precedente e decisamente inferiore anche alle aspettative di mercato, che si attestavano sullo 0,3%. Un aumento del 41,3% delle importazioni ha contribuito al rallentamento, poiché imprese e consumatori si sono affrettati ad accumulare beni in previsione di costi più elevati a seguito di una serie di annunci di dazi da parte dell’amministrazione Trump. Se poi consideriamo che l’inflazione rimane ancora su livelli sostenuti, con il rischio, per di più, che gli effetti delle tariffe si ripercuotano sui consumatori finali, con un ulteriore rialzo dei prezzi al dettaglio, è evidente che ciò impedisca alla Fed di ridurre il costo del denaro, suscitando le ire di Trump che nel recente passato, ha criticato aspramente Jerome Powell e la banca centrale. Il quadro che si presenta quindi, fa aleggiare lo spettro della stagflazione, uno scenario che potrebbe diminuire la fiducia degli investitori verso asset denominati in dollari, compresi i titoli di Stato.
MERCATI.
In questo scenario, bisogna prestare la massima attenzione alle correlazioni intermarket, ma anche all’andamento degli indici di rischio, tra cui il Vix, il fear and greed, oltre alle price action su Oro, Jpy e Chf e infine all’andamento dei rendimenti dei titoli di Stato Usa. Per quel che riguarda i primi due, per ora rimangono in zona neutra, dopo gli eccessi di aprile, quindi in parziale risk on, ovvero appetito al rischio, mentre il Gold, dopo i massimi sopra 3.500 dollari l’oncia, sta ripiegando verso 3.200, in una fase di correzione da eccessi evidenti. Jpy e Chf restano forti, anche se correggono al ribasso contro dollaro in relazione al fatto che l’alto rendimento del biglietto verde, li rende poco appetibili se non limitatamente a movimenti ad alta volatilità che si manifestano nei momenti di panic selling. L’interscambio tra appetito e avversione al rischio e viceversa, dipendono esclusivamente, almeno in questo momento, dalle dichiarazioni di Trump e nel caso, da dati macro che evidenzino recessione negli Stati Uniti, il che verrebbe percepito dai mercati con una perdita di fiducia del sistema America, con conseguente sell off di obbligazioni governative. Buona giornata.
Saverio Berlinzani

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