
Intanto, va detto, la posizione della Germania è da condividere. I tedeschi hanno dimostrato, con la vicenda della riunificazione e non solo, di saper fare piuttosto bene e chiedono per ciò e non da oggi, all’Europa (e soprattutto ai Paesi più cialtroni, tra i quali tradizionalmente il nostro), di volersi mettere in riga perché non hanno alcuna intenzione di pagare oltremodo le allegre e spensierate politiche spendaccione degli altri. Il rigore di bilancio è un obiettivo necessario, oltre che di buon senso, come si apprende già in tenera età affacciandosi alla pur semplice ma basilare economia domestica; correlativamente, è irresponsabile e folle reputare che l’Unione Europea possa reggersi sul continuo e sempre più pesante deterioramento dei conti pubblici degli Stati sovrani, allo stesso modo in cui una famiglia non potrebbe a lungo sostenersi se molti tra i suoi componenti vivessero al di sopra delle proprie possibilità.
Se dunque la pretesa di Merkel ha l’obiettivo di generare, per quanto con molta fatica, una comunità di virtuosi (e non un’accozzaglia di raccattati) è forse perché solo nel primo caso l’Unione Europea come tale ha una chance per mantenere o riguadagnare terreno in un contesto mondiale ove rischia di essere irreversibilmente periferica.
La linea tedesca – che è stata tradotta, grosso modo, in decisioni delle istituzioni comunitarie, probabilmente e comunque insufficienti – si ferma inevitabilmente all’an del risanamento; il quo modo è ovviamente prerogativa dei singoli Governi, che debbono comunque impostare delle manovre che siano accettate dai rispettivi Parlamenti. L’obiettivo del risanamento del bilancio si perde così nei meandri del gioco politico e dei suoi pesanti condizionamenti, nel senso che – come in Italia è accaduto e accade – un Governo evita di incidere profondamente nei meccanismi che generano la spesa pubblica (a cominciare dai costi del sistema istituzionale e politico, nonché del consenso dei gruppi sociali di precipuo riferimento) e si porta più prosaicamente a fare la cosa scontata e che qualunque Carneade saprebbe improvvisare: incrementare le entrate agendo sulla leva fiscale, cioè spremendo vieppiù il limone. Sotto questo profilo il Governo Monti è già praticamente un Governo ‘socialista’, nel senso che – almeno fino ad oggi – non ha inteso scardinare quell’apparato statale che rosica sempre più pericolosamente la ricchezza del Paese; al contrario è portato a mantenere in vita, con qualche rimaneggiamento anche di sola facciata, il rassicurante e tenacissimo status quo, con la scusa della ‘coesione sociale’ e di altre panzane inventate a bella posta. L’Italia potrà esibire nel triennio 2011-2013 il più grande bilancio primario statale cumulato delle economie avanzate censite statisticamente dall’Fmi (pari al 7,8% del Pil) e nel 2012-2014 (insieme alla Germania) un rapporto deficit/Pil sotto il 3%. Obiettivi da condividere come tali, che saranno raggiunti però al prezzo del dissanguamento del Paese; minimi cambiamenti strutturali (come il generale passaggio al criterio contributivo nel sistema pensionistico) sono ottenuti al prezzo di un innalzamento della pressione fiscale la cui durezza è ancora tutta da saggiare. Come dire: i problemi sono tutt’altro che finiti.
Malgrado quanto sopra, è sicuro – ripetiamo – che Hollande saprà fare di peggio. Con la sua vittoria, tutto tornerà in discussione, il famigerato Fiscal Compact – che già non gode di buona salute – potrà dirsi virtualmente finito e – con esso – di più, rischierà di perdersi del tutto la ragione di restare assieme come Europa. Rottura dei vincoli stabiliti e mani libere, in somma. D’altronde, la tanto invocata ‘novità’ socialista, in che cosa consisterà? Provate a indovinare: nell’allargare i cordoni della borsa, cioè nel riguadagnare velocemente una dissennata politica di deficit spending, naturalmente senza far mancare l’ingrediente indispensabile (e qui particolarmente ‘cattivo’) dell’inasprimento fiscale (è Hollande che propone di portare al 75% l’aliquota marginale per i redditi sopra il milione di euro, per non parlare di Melenchon – con cui Hollande dovrà pur trattare – che vuole addirittura la confisca dei redditi sopra i 360 mila euro: un autentico proto-comunista nel cuore del Terzo Millennio).
Conclusione: il rischio è di finire dalla padella alla brace. La Francia, ancora una volta come tante altre nella storia, è più vicina a noi di quanto palesino la carte geografiche. Una volta di più, politici nostrani (segnatamente in casa Pd ma non solo) aspettano un segno, un ‘là’ dall’Oltralpe per provare a esistere, a resuscitare. La speranza è che – pur al prezzo di qualche concessione a una destra illiberale e xenofoba – Hollande resti uno spettro, una meteora in rapida dissoluzione.

SE Hollande vuol dire statalismo ,le argomentazioni sono ineccepibili. Ma se volesse dire una politica un pò diversa da quella semplicistica dello spremilimoni ?
Certamente che “una famiglia non potrebbe a lungo sostenersi se molti tra i suoi componenti vivessero al di sopra delle proprie possibilità”;ma qui non si parla della famiglia europea ,ma dei singoli stati. Dove la spesa pubblica non può essere ad libitum: quando la spesa pubblica ingrossa sostanzialmente per le spese di mantenimento dell’ apparato ,più che per quello che fa verso la collettività , una precisazione va fatta ,e non è quella portata dalla tassazione ad ogni costo. Certo bravi sono stati i tedeschi , e non possono subire il peso dei compagni di cordata europei che si comportano in modo diverso . Allora equilibriamo l’articolazione della spesa pubblica ,il sistema economico ,le remunerazioni del lavoro ,la resistenza sociale ai privilegi. Come dire cambiamo ” sistema” …che non è esattamente come spremere il limone!