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Una situazione drammatica: Fuga dalla Sicilia

di Aldo Penna | 23 Settembre 2013

Invece di immaginare un rapido cammino per spezzare le catene che imprigionano, un popolo intero si contende le chiavi di quelle catene.

siciliaIn Sicilia, con i tassi di disoccupazione giovanile prossimi al 50%, e con la speranza di un’inversione di tendenza sempre più lontana, si sta assistendo a un silenzioso esodo di massa. Fuggono i giovani di tutte le classi sociali. Emigrano nel Nord Italia, nel Nord Europa, nel Nord del mondo, per trovare un lavoro che al Sud non esiste. Si assiste alla’emigrazione preventiva: fuggono i giovani diplomati in direzione di atenei che garantiscano migliori prospettive. E se per Tommaso Marinetti la guerra era “l’igiene del mondo”, per una Sicilia sempre più prossima alla disperazione, la fuga è il rimedio maledetto e distruttivo a una società che non riesce a fornire orizzonti di speranza ai suoi ragazzi.

Immersi in un medioevo delle professioni, spesso tramandate di padre in figlio, con la dissoluzione del tessuto connettivo delle piccole attività imprenditoriali, nell’assenza di grandi aziende, con il fallimento di ogni ruolo della mano pubblica, con i costi del denaro in ascesa per le imprese, quattro o cinque punti in più rispetto al Nord) la Sicilia cammina sull’orlo di un burrone con gambe malferme e nessuna idea che possa restituire a una comunità stremata la fiducia smarrita. Le nostre università giganteggiano negli strati bassi delle classifiche, la nostra sanità ha gli indici più alti per mortalità post operatoria, abbondiamo in uso e abuso di farmaci, abbiamo la burocrazia pubblica e la classe politica più pagata, l’esercito di precari più numeroso, di tutto il continente europeo.

I giapponesi nel 1870 uscirono dalla loro insularità secolare assorbendo il meglio delle istituzioni occidentali. I loro studenti furono inviati all’estero a migliaia, per apprendere i segreti della superiorità tecnologica occidentale. In Sicilia i fondi delle borse per consentire di studiare all’estero sono scomparsi e si fa a gara nell’imitare e sorpassare il peggio dei privilegi delle caste più voraci del nostra Paese. Invece di immaginare un rapido cammino per spezzare le catene che imprigionano, un popolo intero si contende le chiavi di quelle catene. Immense risorse sono imprigionate in politiche parassitarie, mentre molte città siciliane affogano nei rifiuti tra turisti disgustati e residenti inferociti.  E mentre l’Est europeo ha compiuto in venti anni la sua rivoluzione e la Cina in tre decenni ha trasformato un’economia contadina in una grande potenza industriale, la Sicilia, dopo 2000 anni di stasi, annuncia cambiamenti storici che non arrivano, invoca l’arrivo di guerrieri che mai si presenteranno, e il tempo inesorabile consuma e disperde anche i sogni migliori.

Pubblicato in : Primo piano

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