Il processo di globalizzazione si è sviluppato per molti anni in un clima intellettuale caratterizzato da una forte esaltazione delle virtù del mercato e da un profondo pessimismo sul ruolo delle politiche pubbliche attive.
Io credo al fatto che non soltanto una nuova economia è veramente possibile, ma una nuova società, in senso civile e istituzionale, è davvero possibile. E può essere edificata, con tutti gli strumenti che cultura e scienza mettono a disposizione.
Lo esigono anche le domande forti che pone l’attuale crisi. Da essa occorre non soltanto uscire, ma soprattutto imparare. Proprio l’ampiezza del suo dispiegarsi, dagli aspetti economici e occupazionali a quelli connessi alla difficoltà riconoscere e comunicare i valori antropologici sui quali si fonda la vita sociale, orienta nella direzione della necessità di ripensare fin dalle radici la nostra cultura. Con questo scritto, cerco di individuare alcune vie“per un nuovo modello di sviluppo”, e di rispondere ad alcune domande emergenti che provengono da diversi ambiti quali lavoro, rispetto dell’ambiente, impresa e cura della salute, tutte domande che meritano anzitutto un accurato discernimento.
Più ancora, riflessioni, proposte e soluzioni esigono una profonda rilettura di carattere antropologico, che le orientino nella direzione del rispetto integrale della persona, di un’etica – pubblica e privata – all’altezza del bene di tutti, di una giustizia aperta a considerare le più alte forme di fraternità, di solidarietà, di gratuità.
In questo sforzo di rilancio del pieno sviluppo del nostro Paese, l’auspicio è che la nostra cultura laica, repubblicana, democratica e liberale possa ritrovare un ruolo di primo piano nello scenario politico nazionale.
La posta in gioco è tra le più alte di sempre. Non si tratta soltanto, né principalmente di scoprire se saremo un po’ più ricchi o un po’ più poveri; se avremo garantito una scuola pubblica, una pensione dignitosa e un servizio sanitario efficiente; se le imprese si riprenderanno, e come; tutte cose importanti, anzi importantissime. Cè qualcosa di più profondo e radicale, al centro della crisi nella quale il mondo ancora si dibatte. Ed è l’idea di persona/cittadino. È importante elaborare teorie su quale finanza, quale impresa, quale mercato, quale welfare emergerà dalla crisi. A essere messa in discussione è l’antropologia, la concezione dell’uomo che ha dominato i due ultimi decenni del Novecento e il primo del Duemila. La vera domanda, la domanda centrale, riguarda l’idea stessa di persona e di cittadino. La crisi, dunque. Saperla leggere per poterla governare; interpretarla per non esserne travolti.
In questo compito, appare preziosissima la Caritas in veritate, l’enciclica di Benedetto XVI, per affermare che in crisi è un intero «modello di sviluppo». Non le forme in cui questo modello si è organizzato; ma il modello stesso. Ma qual è questo modello? Il modello affermatosi negli ultimi trent’anni?
Si può affermare che il modello a oggi vincente è costruito attorno a una nuova antropologia, basata su una visione profondamente individualistica dell’essere umano da un lato; e sul mercato, come istituzione chiave alla quale la nuova visione antropologica si associa naturalmente. Individualismo e mercato, dunque. Un nuovo binomio che ne ha spodestato un altro. Quale?
Nel secondo dopoguerra, fino agli anni Settanta, le nostre città avevano bisogno di funzionare, erogando i servizi richiesti dalle comunità; ma avevano anche bisogno di elaborare e condividere dei significati comuni, ossia valori, pensieri e tradizioni. Che davano un valore alla sua funzione. L’ultimo trentennio si afferma con una crescente separazione tra funzioni e significati. Le infrastrutture dell’età della globalizzazione non hanno più bisogno di essere sostenute né da un potere politico né da un ethos culturale. Basta loro l’efficienza tecnica. Quanto ai significati, s’è affermata la convinzione che il senso da dare alla vita nei rapporti individuali sia riferibile alla sfera puramente individuale. Ognuno si dà i suoi, di significati, in base alla propria personalissima idea di libertà.
L’importanza di un buon welfare
Dal sociologo all’economista, cambia il linguaggio, ma la sostanza è la stessa. Globalizzazione, mercato, istituzioni sono espressioni che ricorrono in questi ambiti senza alcuna differenza.
Il processo di globalizzazione si è sviluppato per molti anni in un clima intellettuale caratterizzato da una forte esaltazione delle virtù del mercato e da un profondo pessimismo sul ruolo delle politiche pubbliche attive. In questo modo, sono stati trascurati gli insegnamenti della migliore teoria economica, insegnamenti
che rilevano quanto sia importante per un paese disporre di una buona qualità e articolazione delle istituzioni.
Proprio quelle istituzioni che negli ultimi anni, rendono il più possibile a disancorarsi da tradizioni, storie e culture. E’da sfatare la falsa convinzione che se sei in difficoltà e devi risparmiare, è bene cominciare dal welfare, indebolendo la rete di protezione sociale, come se si trattasse di spese a fondo perduto.
L’errore di prospettiva, se la teoria non basta, è confermata dalla pratica.
Basta ricordare quanto sta accadendo Oltralpe: la Francia è il paese che meglio sta attraversando questa crisi, proprio grazie a una rete di protezione sociale delle famiglie che accresce la sicurezza economica e la fiducia, sostenendo altresì la domanda interna a compensazione della caduta delle esportazioni.
Un buon welfare è dunque elemento di forza, non di debolezza: ciò dimostra come gli schematici appelli liberisti non tengano conto adeguatamente dell’importanza della qualità delle istituzioni e delle norme sociali, diverse da paese a paese, ma che rappresentano un prezioso patrimonio di capitale pubblico, nel senso di un bene comune proprio di ciascun paese. La qualità delle istituzioni conta eccome. Ma torniamo al “virus” dell’individualismo esasperato. I significati si frammentano e si fa una fatica via via crescente a intendersi su tutto. Si potrebbe dire che questa è un’antropologia che definisce l’uomo come volontà di potenza: ciascuno deve essere libero di fare quel che vuole e quante più possibilità ha ogni singola persona, tanto più è libera. Tutta questa libertà, reale o presunta, è indubbiamente inebriante.
Se l’individuo e l’interesse personale occupano il centro, quanto spazio potrà mai restare per i valori della solidarietà, della fratellanza e dell’altruismo? E se l’io è l’unico parametro valido, che ne sarà della comunità e dei soggetti collettivi? Che cosa è l’homo oeconomicus: un’economia di mercato, per funzionare, non richiede agli agenti economici di andare oltre la ricerca del proprio interesse. Richiede soltanto correttezza e onestà. Qui, allora, viene a mancare lo spazio per l’etica, per le virtù più impegnative come l’altruismo, la solidarietà, la fratellanza, ecc, In poche parole, l’homo oeconomicus non è una persona, non coltiva il proprio sviluppo integrale. In questa prospettiva, i meccanismi di funzionamento di un’economia di mercato possono contribuire a un’erosione dei valori etici, alimentare ingordigia, opportunismo, indifferenza verso gli altri, piuttosto che la propensione a farsene carico. La collaborazione rischia di svuotarsi di significato, o addirittura di essere considerata un’espressione di debolezza, non di forza, come se chi collabora fosse incapace di fare da sé. È il momento, questo, di rafforzare e non di indebolire il coordinamento delle politiche e le forme di collaborazione.
Sostenere le imprese-traino
Com’è possibile uscire dalla crisi indenni, o almeno subendo meno danni possibili. A questo proposito avanzo cinque proposte, che riassumo, a grandi linee.
Primo: Occorrono interventi che aiuti i paesi con i conti pubblici più traballanti a risanare i loro bilanci, senza essere costretti a mettere in atto politiche drastiche, che producono effetti devastanti su livelli di occupazione e di disoccupazione.
Secondo: Potenziamento dei servizi all’impiego e gli interventi nel campo della formazione e all’aggiornamento professionale.
Terzo: razionalizzazione degli ammortizzatori sociali; in particolare, moltiplicare gli sforzi per sostenere le imprese “sane” che attraversano momenti di difficoltà, non le imprese “decotte”.
Quarto: va rafforzato e qualificato il settore delle piccole imprese.
Quinto: tenere aperte opportunità d’investimento e di crescita occupazionale nei settori e nelle imprese che hanno buone prospettive di uscire dalla crisi, giacché le loro produzioni rappresentano gli sbocchi di probabili evoluzioni dei mercati e della struttura della domanda aggregata di beni e servizi. Si tratta di individuare soprattutto i settori che, nei diversi contesti nazionali, potranno svolgere una funzione di traino dell’intera struttura produttiva. Uno di questi settori è l’ambiente. Investire in ambiente conviene? Tutte le voci – dimostrano come investire nell’ambiente non sia un lusso, né una “spesa”. Semmai è un vantaggio, lo dimostrano i fatti e le cifre. Si può parlare di “benefici congiunti”, come quando si va al supermercato, dove si paga due e si prende tre. I modi per raggiungere strategicamente quest’obiettivo sono: risparmiare, essere più efficienti, mettere in campo fonti energetiche che non usino il carbonio. Gli esempi vanno dall’edilizia ai trasporti. Non si tratta di sognare, ma di ragionare con i piedi ben piantati per terra, guardando però in avanti, avendo a cuore il futuro. La questione fondamentale che si pone ai politici, agli accademici e alla società tutta è come conciliare crescita economica, aumento e diffusione del benessere, rispetto e tutela dell’ambiente. Soldi buttati? Tutto il contrario, investimenti strategici. Gli analisti di una grande banca d’investimenti stimano che il giro d’affari legato ai settori per la produzione di energia a basso contenuto di carbonio ammontasse nel 2008 a 530 miliardi di dollari e prevedono che possa superare i 2.000 miliardi entro il 2020. Ma non basta.
I benefici ricadrebbero anche sull’occupazione: Secondo un rapporto preparato per la Commissione Europea, le attività legate allo sviluppo delle fonti rinnovabili porterebbero in Europa, in pochi decenni, alla creazione di quasi tre milioni di posti di lavoro». Negli Usa, nei prossimi trenta anni il 10 per cento dei posti di lavoro saranno creati nei settori della green economy.
Ma intanto la crisi perdura. Si potrebbe paragonarla a un infarto. È qualcosa di più di una sbucciatura. Ha colpito, infatti, il cuore del modello di sviluppo: il sistema finanziario globale, Wall Street, il luogo, dove letteralmente si pompavano le risorse finanziarie affinché il meccanismo stesse in piedi. Le cause di un infarto possono essere numerose. Spesso agiscono tutte insieme. Ma una secondo me, è preponderante.
E per descriverla non c’è bisogno di fare riferimento a qualche luminare dell’economia, ma basta andare.
indietro nel tempo fino al grande Bardo: «Frate Lorenzo, in Giulietta e Romeo afferma che “come
nelle erbe, così nell’uomo stanno accampati due re nemici: la grazia e la volontà primitiva e incivile”, e in una vena analoga Romeo, rivolgendosi allo speziale che gli consegna il veleno fatale, risponde: “Prendi il tuo denaro: il denaro è il veleno peggiore per l’anima umana”».
Conclusione. Il veleno dell’abuso del denaro e del debito, la cui volontà di dominio ha sovrastato ogni altra ragionevolezza, è alla radice della Grande Crisi in corso, così come allora fu l’emblema del dramma scespiriano.
Come nel dramma veronese del Cinquecento, anche il dramma economico iniziato nell’agosto del 2007 è stato scatenato da una crisi finanziaria globale, che ha la sua radice nel prevalere di una volontà di accumulare senza limiti profitti finanziari. Un veleno che, originato dagli Stati Uniti, si è propagato a livello globale, e per combattere il quale è necessario un antidoto altrettanto potente».
Cambiare stili di vita
Il valore della centralità del cittadino, ossia il valore della persona, trova nelle scienze dell’organizzazione, negli studi di efficacia e di sostenibilità organizzativa ed economica, delle prove inequivocabili.
Persona e nuovo modello economico, per quell’economia verde spesso evocata nei consessi internazionali e basata su un uso più efficiente dell’energia, un maggior utilizzo di fonti rinnovabili, lo sviluppo di tecnologie innovative.
Ciò significa cambiare i nostri stili di vita. Ma questi non cambieranno se non cambierà il quadro di valori in cui l’uomo è inserito, se non cambierà la gerarchia dei valori che dovranno vedere concordi governi, capitale e lavoro, industria e scienza, tecnologia e finanza.
E’ tempo che si metta termine all’apparenza, alla superficialità ed esibizionismo, simboli di stato sociale che non dicono niente.
Un’impresa titanica? Io contesto questo individualismo, perché fine a se stesso. Un termine che mi è particolarmente caro, è associazione: in un’economia moderna, l’aumento della produttività del lavoro è tipicamente il risultato di uno sforzo congiunto e complementare di una comunità di lavoratori.
e manager.
E ancora: l’impresa moderna è, oggi più di ieri, un’associazione di professionalità, valori e motivazioni.
Per l’Italia, il problema è di essere finalmente consapevoli dei veri, grandi problemi del paese – occupazione, produttività, qualità dei beni come delle istituzioni, scuola, famiglia e giovani – promuovendo modalità
sempre più partecipate e comunitarie del fare impresa, superando la volontà primitiva di privatizzare i profitti e socializzare le perdite.
E allora, valori, etica, associazione. Sono tre parole che possono contribuire a ridefinire un nuovo modello economico. Perché superato l’infarto – tornando alla precedente metafora – e passata la paura iniziale, le reazioni possibili sono tre.
La prima è di chi si ritiene finito e cade in un profondo stato depressivo che gli impedisce qualsiasi azione;
La seconda è di chi torna a condurre esattamente la vita di prima, esponendosi a nuovi serissimi rischi;
La terza è di chi comprende che l’infarto, la crisi, è stato determinato da uno stile di vita scorretto; e l’infarto è stato un segnale, un invito a cambiare.
Proviamo quindi a imparare dalla crisi per correggere il modello di sviluppo. Come correggerlo?
Sotto accusa va messa un’antropologia basata semplicemente sulla volontà di potenza.
Perché, noi siamo volontà di potenza. Ma siamo anche fragilità. Rimuovere la fragilità significa negare la realtà. Rimuovendo la nostra fragilità rendiamo il mondo disumano.
Invece noi siamo fragilità personalmente e collettivamente. Riemerge allora la nozione di associazione.
Tutti siamo liberi e pensiamo di essere liberi ciascuno per conto proprio.
In questo modo creiamo il deserto. L’inganno sta nel fatto che ciascuno di noi nasce da altre persone che ci mettono al mondo e da cui siamo educati, e nei cui confronti siamo debitori fin dalla nascita.
La nostra umanità, la nostra stessa individualità è intessuta dell’altro. Pensare che noi esistiamo come singole persone è una seconda rimozione della realtà. La critica all’individualismo esasperato e la costruzione di un nuovo modello economico nascono da un recupero profondo e deciso dell’idea di persona e di cittadino. Una persona che vive in relazione e vive di relazioni. Una persona che in famiglia, nella società, a scuola, al lavoro, in politica è al centro di una rete di relazioni. Dalla crisi non si esce, se non insieme.

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