Ci è piaciuta molto la scelta del Comitato di Oslo di assegnare al dissidente cinese Liu Xiaobo, simbolo della battaglia per i diritti umani e civili in Cina, il premio Nobel per la Pace, e ci è piaciuta non solo perché il dissidente cinese merita indubbiamente il premio, ma perché questa scelta riaccende i riflettori su due questioni fondamentali che dovrebbero chiamarci tutti in causa e che invece preferiamo opportunisticamente ignorare. La prima riguarda l’alto, intollerabile numero di persone che in molti paesi sono ancora perseguitate, incarcerate, torturate ed uccise per le loro idee e per la lotta da loro sostenuta per il riconoscimento dei più basilari diritti umani e civili, senza che la comunità internazionale, al di là di blandi richiami del tutto ininfluenti, riesca mai ad intervenire concretamente per tutelare coloro che, spesso a mani nude ed armati solo delle proprie idee e del proprio disperato coraggio, si battono per ciò di cui noi invece godiamo, ormai senza neanche più attribuirgli un valore. La seconda questione, strettamente connessa alla prima, riguarda invece il limite che dovremmo coscientemente e responsabilmente porre alla cosiddetta realpolitik, in nome della quale si omaggiano dittatori, si ignorano violazioni gravissime dei diritti umani, si tollerano posizioni ricattatorie e vessatorie che bloccano ogni possibilità di intervento in favore di coloro che lottano per la libertà: ricordiamo ancora il massacro di civili e di monaci consumato in Birmania nell’indifferenza di tutti, grazie all’assurdo diritto di veto di cui godono Cina e Russia all’Onu, diritto con cui proteggono i loro forti interessi economici appoggiando il regime birmano. L’assegnazione del Nobel a Liu Xiaobo, proprio alla vigilia della riunione del Fondo Monetario Internazionale che vede al centro del dibattito la richiesta fatta proprio alla Cina di rivalutare la propria moneta per ridare un po’ di ossigeno alla bilancia delle esportazioni dei paesi occidentali ancora presi nella morsa delle recessione, assume dunque il sapore di una vera e propria sfida a riconsiderare le due questioni sopra esposte: fino a che punto, infatti, possiamo dichiararci titolari di diritti che riteniamo universali, se accettiamo che tali diritti siano ancora negati in tanta parte del mondo? E, parallelamente, fino a che punto possiamo farci ricattare dalle arroganti pressioni di una potenza economica certamente esplosiva, come quella cinese, accettando di abbassare colpevolmente la testa e la voce ogni qualvolta si ripropone la questione dei diritti contrapposta alle esigenze del mercato globale? Non vogliamo assumerci il ruolo delle verginelle innocenti né dei predicatori visionari che ignorano la stretta concatenazione di cause ed effetti che ha portato a questa disparità evidente di condizioni di vita in paesi diversi, ci pare però di poter ragionevolmente affermare che si poteva senza dubbio fermarsi molto prima che la strada delle concertazione ad ogni costo, che ci ha visti infine subire di tutto, ci conducesse nel vicolo cieco del ricatto economico elevato a modalità di rapporto internazionale. Non abbiamo mai creduto al modello Bush chiamato esportazione della democrazia, perchè basato sull’arrogante pretesa di poter affermare un principio di per sé assolutamente pacifico con azioni militari, ma è anche vero che quell’inutile e per di più costosissimo organismo chiamato Onu molto avrebbe potuto fare, se avesse voluto assolvere al compito per cui era nato in origine, invece di alimentare la invereconda politica dei veti incrociati che, di fatto, ha sempre impedito qualunque significativa risoluzione in favore dello sviluppo e della libertà. Pensiamo, ad esempio alla delirante applicazione dello strumento della Cooperazione Internazionale: ci sono paesi, come il Laos, il cui Pil è costituito per oltre il 95% dai fondi della Cooperazione, che vengono però utilizzati dai membri del regime per garantirsi lussi inauditi ed un costante rifornimento di armi, mentre la popolazione versa in uno stato di miseria indicibile ed è priva di ogni pur minima libertà, diritto, tutela. E questo vale anche per i paesi africani, vale in generale per tutti quei paesi dove regimi durissimi hanno prodotto solo miseria e continuano però a prosperare non solo indisturbati ma riccamente finanziati dal nostro denaro. Ora, a tutte quelle anime belle ma con la coscienza sporca che hanno voluto, col denaro attribuito a pioggia, scaricarsi del peso dei regimi comunisti appoggiati a prescindere – compreso quello cinese – vorremmo chiedere se una politica di controllo sull’erogazione dei fondi, se un monitoraggio costante su loro reale utilizzo, se sanzioni mirate ad ogni violazione, non avrebbero potuto molto operare in favore di un effettivo miglioramento della qualità della vita di tante popolazioni e dunque anche di un loro accesso all’istruzione che certo avrebbe favorito un processo evolutivo verso la democrazia. Se la Cina oggi prospera perché il regime che la guida riesce a comportarsi da capitalista sfrenato – vogliamo parlare di tutela dei lavoratori, di salari minimi, di sfruttamento di manodopera, di “politica” del figlio unico? – senza alcuna remora etica e tenendo a freno le masse ridistribuendo, almeno in minima parte, la ricchezza guadagnata, e intanto ci tiene sotto scacco in virtù dell’immenso mercato che rappresenta per le nostre imprese, è anche vero che la bilancia dell’esportazione cinese è determinata dalla capacità di assorbimento del nostro mercato, fortemente provato dalla crisi e gravato da poca flessibilità, in tutti i sensi. Come a dire che noi ci siamo messi nella posizione di essere ricattati economicamente ma anche politicamente, per la nostra stessa debolezza, ma che potremmo ancora riequilibrare le posizioni se volessimo farlo; perché se tornassimo a ragionare in termini di competitività, di qualità, di flessibilità, il nostro mercato sarebbe più selettivo e meno conquistabile dai prodotti cinesi, dunque non saremmo sotto schiaffo e potremmo ragionare alla pari, anche sui diritti negati. Ma siccome stiamo ancora qui a baloccarci con il presunto diritto del posto fisso, dietro l’angolo di casa e possibilmente lavorando poco, bè, che vogliamo fare?! La Cina è così vicina che ce l’abbiamo in casa, ma allora dimentichiamoci, per favore, persino dell’esistenza della parola diritto e continuiamo a subire il ricatto dei regimi che, troppo tardi lo capiremo, privano anche noi della nostra libertà.
ChiBo

Lascia un commento