
Meloni non ottiene in Europa nessuna flessibilità aggiuntiva sul caro energia e torna a mani vuote.
Intanto la manovra del governo mostra quali interessi vengono prima: per la difesa si prevedono 4,6 miliardi aggiuntivi, per la sanità 2,4. Quasi il doppio alle armi rispetto alle cure. Il confronto riguarda le nuove risorse, non la spesa complessiva; quindi rivela chiaramente dove il governo vuole concentrare lo sforzo.
A chi aspetta una visita, un esame o un intervento si continua a chiedere pazienza. Quando si tratta di riarmo, invece, si usano le deroghe europee e si accetta nuovo debito.
Il Documento programmatico di bilancio prevede interventi per circa 23,5 miliardi. Ma gli strumenti devono ancora essere precisati. Dietro gli annunci, dunque, resta una manovra con molte incognite e una gerarchia politica già riconoscibile.
Anche la promessa di mettere definitivamente in ordine i conti diventa sempre più incerta. Infatti, dopo la discesa sotto il 3% attesa quest’anno, il deficit risalirebbe al 3,4% nel 2027 e al 3,2% nel 2028.
Sulle coperture, poi, servono risposte. Da banche e assicurazioni sono attesi circa 5 miliardi nel 2027, ma il meccanismo non è ancora definito. Sarà un contributo effettivo e stabile oppure, ancora una volta, un anticipo di entrate future? La differenza è enorme: incassare oggi imposte dovute domani può migliorare un bilancio nell’immediato, lasciando però un problema a chi verrà dopo.
Intanto si prospettano altri 1,2 miliardi di tagli ai ministeri. Prima di chiamarli risparmi, il governo dovrebbe spiegare quali attività e quali servizi saranno coinvolti. Perché dietro ogni voce contabile possono esserci persone, territori e diritti.
Nonostante un quadro così magro, alle imprese andrebbero comunque circa 3,4 miliardi aggiuntivi. Le risorse pubbliche devono produrre investimenti, innovazione, salari migliori e occupazione stabile. Distribuire incentivi senza pretendere risultati verificabili significa rinunciare a una politica industriale e lasciare irrisolte le debolezze del paese.
Meloni presenta come necessità contabili scelte che sono politiche. Il riarmo viene assunto come un impegno da rispettare; i diritti sociali restano subordinati alle risorse disponibili. Questa gerarchia va rovesciata. La sicurezza di un paese comincia dalla possibilità di curarsi, studiare, lavorare e vivere con dignità.
Un segnale positivo viene dal campo largo che trova una posizione comune su una scelta decisiva, quella di destinare le risorse alla protezione sociale e alla sicurezza energetica.
La risoluzione firmata da PD, M5stelle, AVS, Più Europa e Italia Viva contesta la richiesta del governo di finanziare in deficit, nel biennio 2027-2028, circa 14,4 miliardi per l’energia e altrettanti per la difesa. Propone di non autorizzare questo impiego dell’indebitamento e chiede di riservarlo al contrasto della povertà, alla sanità pubblica, al sostegno di famiglie e imprese colpite dalla crisi energetica e alla riduzione della dipendenza dai combustibili fossili, investendo in fonti pulite, reti e infrastrutture.
Sul piano europeo indica una difesa comune, superando il riarmo degli eserciti nazionali senza coordinamento. Infine chiede di riconsiderare radicalmente gli impegni di spesa assunti nella NATO e di impedire ulteriori aumenti degli stanziamenti per armamenti.
È un documento importante, una base concreta su cui costruire l’alternativa.
Il discrimine tra destra e sinistra comincia ad essere chiaro: la destra è per il riarmo e la sinistra per la spesa sociale.
Adesso questa posizione comune deve diventare un impegno vincolante per tutti, nella battaglia sulla manovra e nel programma di governo. L’unità del campo largo acquista forza quando indica con chiarezza quali interessi vuole rappresentare e quali scelte intende compiere.
Enrico Rossi

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