Ugo Franchini, mio padre, fu orfano. Nel 1917. Perchè il padre, Umberto, cadde a quota 123, sul Carso. Riposando, ignoto, a Redipuglia.
Mio nonno era uno di quegli italiani dell’unità -del sud saccheggiato, umiliato- mandato a putrefare, carne umana, insieme ad altri seicentomila. Per fare, dell’odierno nord/est, territorio italiano.
Senza medaglia d’oro. Senza nome sulla lapide.
Mio padre, per tutta la sua vita, non seppe, non volle sapere, dove fosse sepolto.
Ora, comprendo: per una illusione di presenza che egli poteva trattenere e alimentare come certezza di una identità.
Mio padre, causa la sua povertà, fu obbligato a rinunciare a folgoranti carriere universitarie. Solo, preda delle voluttà giovanili di mia madre, si applicò all’insegnamento nei licei.
Mai, ancor oggi, dimenticato dagli alunni.
Amato. Temuto. Ambito. Nei suoi “-50”, voto alle interrogazioni. Che erano il modo di un incitamento, di una attenzione, di un dialogo, di un sortilegio -di comprensione, di incertezze, di sfide-. Tra persone.
Io fui “’mbertuccio”, immagine di cui si accompagnava nelle classi, per divagare di letteratura, di filosofia , di quotidianità, di etica, durante le sue lezioni di matematica.
Ricordo: i suoi alunni, divenuti cattedratici, cedevano la cattedra quando mio padre si recava alle loro lezioni. E piansero, diversamente da me, alle sue esequie.
Clara Barra Caracciolo, mia madre, mi portò in grembo, a piedi, a Qualiano.
Era ancora in corso la guerra. Poi mi affidò, bambino, a mia nonna. Così che attendevo il suo ritorno, la sera, dietro le scuri.
Da Capodichino. Ove insegnava nelle classi elementari differenziali. Sottraendo allo stipendio il costo della sopravvivenza per le alunne, ancora più povere della miseria. Tra le prime, introdusse, negli anni –ormai, altrove- il “giornalino” di classe (miss Italia, ricordi?).
Ora giace immobile. Gioisce e piange, vive, nella telefonata, nella visita di un suo allievo. L’età ne fa pressante l’addio. Scriverò di lei: fu straordinaria maestra; per questo lascito, straordinaria madre.
Gli adolescenti scorgono il pube infoltirsi e il rossore della incertezza rigarsi di pulsioni. Immaginate. Inconsulte. Sollecitate. Esasperate. Oggi, da nudità impure. Sporcate da adulterazioni consumate ciclicamente. Esposte, incessantemente e disordinatamente, ovunque. Tra immaginifiche apoteosi e teatrali sensualità. Adescate, alla facilità e al “diritto”, dalle verità virtuali di seni, glutei, vagine, peni, rapporti, stimoli. Per una trasgressione o un peccato, senza dio, senza sapienza.
Sotto la pelle non ci sono più viscere. Il corpo è vuoto del suo sangue, delle sue orine, delle sue feci.
Il corpo non è più umano, è ipotetico. Il rossore è ipotetico.
Strepitii di diritti. Alla violenza, verso di se. In una società di madri e padri, educatori, che adorano partorire dei, figli di dei. Belli, orpelli, inutili. E ne tutelano sorrisi, compiacimenti, capricci. Ne tutelano il rossore ipotetico. Senza un perchè che indichi il dolore, la consapevolezza, la responsabilità. Un primitivismo tribale senza riti di iniziazione. Senza il linguaggio delle ombre. Del volo.
Penso: alle regine, spose a 4 anni. Alle mie madri che hanno partorito le generazioni, da cui provengo, non appena pervenuto il tempo del menarca. Forse, qualcuna è stata stuprata. Nessuna di esse si è vergognata. Nè io me ne vergogno.
Penso: agli schiavi, alle bambine e ai bambini. Con occhi, mani, cuori piagati, veri, che lavorano le vesti e i simboli per gli dei delle madri, dei padri, degli educatori. Dei, muti di suoni infiniti.
Penso: ai sottintesi. Alle incredulità moralistiche. Demoniache condanne da una pioggia di desideri incompiuti o segreti. O, alle acquiescenze. Di adulti dagli occhi che si distolgono.
Ne rivengo l’immagine dei suoi capelli corvini. Sfumato il volto. Si presentò raccontando, drammaticamente, quasi crudelmente –ma, non poteva essere altrimenti- la sua vita di orfana, di genitori trucidati dai nazi-fascisti.
I miei compagni con il rossore della incertezza, pure rivolgendosi con il “lei”, profittando delle emozioni, assediarono la cattedra. Assediarono, esibendo una cortesia compiaciuta, la giovane insegnante, la giovane donna. Io la “difesi”, per casta.
Era la supplente di italiano. Erudita, preparata, al termine delle giornate scolastiche, più volte mi chiese di essere suo accompagnatore, su per la salita dove arrancava, ansimante e veloce, la fiumana degli studenti. Lentamente, senza parole che non fossero su Dante o Guicciardini o Manzoni.
Ricordo, avevo 16 anni. Primo dell’istituto. Atleta e fomentatore delle rappresentanze studentesche. Mi preparavo al “salto” dell’ultimo anno; mi occorreva l’ ”otto” in tutte le materie.
Agli scrutini mi assegnò “sette” in italiano. E quel solo “sette” mi impedì di sostenere la maturità.
Non l’ho mai più rivista. Ho dimenticato il suo nome.
Per comprendere un tale astio, caparbio e punitivo, invano, per anni, ho inseguito una ragione. Ho cercato un motivo. Finanche in un’offesa -impossibile, mai espressa- che le avessi potuto arrecare. Racchiusa in una frase o un gesto che avesse potuto turbare, inquinare, una sua emozione. O, un suo amare, rispettare, il proprio passato.
Mi condannò. Nel tempo ho perdonato. Ho ringraziato.
L’anelito all’oltre umano -che mi ha consumato e mi consuma da quei giorni, che ha spiantato la mia giovinezza- è stato un suo dono. E i doni sono atti straordinari di umanità. Di benevolenza del cielo, se inconsapevoli. Non importa se aprono la strada del dolore.
Ho compreso, avanzato negli anni, forse, il senso, il significato, del “sette”. Riposto, credo, nella vendetta della infelicità, della solitudine. E lo aspergo, ancora innocente, su queste righe.
Non c’è giorno che io non abbia memoria di Dario, di Antonio; miei compagni di banco. Che non rividi più e che so scomparsi: a venti, a trent’anni. Non c’è giorno che io non ricordi, o mi finga di ricordare, i nostri inseguimenti, fantasticati, alle ragazze -dai calzettoni, sino alle ginocchia, e dalle gonne, fluide oltre i polpacci,-.
Timidi, impauriti, guasconi. Sorridenti e tragici. Drammatici. Come la vita che, già all’inzio del liceo, si era rovesciata addosso.
Riguardosi. Capaci in noi stessi di costruire, progettare un sogno. Di fallimento, anche. Ma, sogno. Qui, la testimonianza. Il residuo della storia.
Un nuovo compito di italiano. Nessuno si apparta nell’aula. Nessuno deride. I professori sono in silenzio. Osservano. Ciascuno con la matita rosso/bleu, dove la mina è l’intimo, che si trascrive, della propria vita -della propria esperienza, della propria conoscenza, della propria illusione-.
Il tema: “Requiem per una classe”.
Incomincio a scrivere:
“Napoli, ottobre 1961.
Non per la nostra classe. Nel novembre 2006 …”
franchini

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