Di mattina. Verso il palazzo di Giustizia. Accompagnando mia moglie. Protesa alla sua borsa straboccante di lamenti. O, di attese. Messe al sonno di anni o di cernite. Da qualcuno che non è Dio. Nè immagine di Dio. Ma solo pretesto di sè medesimo. Da qualcuno che non dispone della sapienza del tempo.
Essere giudice è facile.
Isacco. Essere senza colpa: è il difficile onere del sacrificato.
Il vento turbina. Per gli ampi spazi del centro direzionale. Fomentato l’effetto vortice dalla ingegneria bioclimatica: ognuno dimentica qualcosa. Tutto è, sulla superficie del fare.
Si cammina. Trasportati dal flusso ventoso. Le carte nella borsa ondeggiano anch’esse. Lanciano strepitii. Implorazioni e gemiti.
Come, d’improvviso, dalla guglie scalate di cemento armato della chiesa, si diffondono i rintocchi. Della campana a morto.
E’ mattina. In un’altra mattina, in infinite mattine, d’intorno alle torri campanarie si levavano gli sguardi ad accompagnare il suono di un addio. Le pievi giacevano. Fecondatrici dei raccolti. Ammonitrici. Tra la continuità della terra e la vendetta demoniaca o la suggestione misterica. Effigiata. Intrusa o rivelatrice. Illustrata e indicata. Dai vecchi, ai giovani. Come il tempo del passaggio.
Gli uomini si conoscevano. Si raccontavano. Espiavano. Insieme.
Non siamo più insieme. Gli uomini, compaiono e scompaiono. Come somme algebriche, improvvisate al mercato
E, come al mercato, evidenziati da un prezzo. Scritto su un foglio che assorbe la pioggia. Ora: una medaglia, un encomio, qualche lacrima, un applauso.
Il volo di chi cade da una impalcatura non è un volo d’angelo. Il rantolo soffocato, nella polvere, non è il grido di rivolta del demonio. La volontà di potenza del lavoro, della vita, si spegne. Con la rabbia. Con la desolazione dell’abbandono.
Disperata solitudine. Della fine. Come, del ricordo.
O, della invocazione d’aiuto. Nelle paura del nulla.
Tra i teli bianchi, auspicati e negati, delle sala operatorie. Ovvero, nelle aule di giustizia. Ovvero, tra i corridoi del sapere. Ovvero, ovvero, tra i fuochi di guerra. Simili, ma non uguali nella sapienza, alle lampeggianti punizioni degli dei.
Siamo impediti. Tutti. Al sincronico, ma evaso, battito della vita. Con la luce. Con le stagioni. Con il pianto. Con il suono delle campane. Con il ricordo. Degli amici. Della nostra opera.
Tutto si frange. Sulla fedeltà all’onore immorale.
Leggo la “Lettera a Tito” di Paolo di Tarsia. Per etirparne il commento: “Tutto è puro per i puri”. Mi occorre. Per quello che andrò a scrivere domani. Per una dedica alla “mia voce”. A Irene.
Oggi la mia purezza trasecola. Si annienta. Dove la lettera ammonisce:”Esorta gli schiavi a esser sottomessi in tutto ai loro padroni; li accontentino e non li contraddicano, non rubino, ma dimostrino fedeltà assoluta, per fare onore in tutto alla dottrina di Dio, nostro salvatore.”
E grido: Dio, se ci sei, Dio, perchè armi la mano del fratello? Perchè fai servi i puri? Dio, perchè vuoi schiavi i tuoi figli operosi?
Non sono un teologo. Quindi, un interprete utile della parola di Dio.
Ma, la mia vita mi impone, il mio dolore mi impone, a soffrire della parola di Paolo.
Che non ha accompagnato, non ha salvato. Che ha voltato le spalle, che volge le spalle. Ai fanciulli, coartati dai padroni, ancora alle macine. Alla fanciulle violentate e abusate. Alle intuizioni stroncate. Alle lapidazioni. Alle mutilazioni. Ai lavoratori massacrati. Ai reietti della opulenza.
Io sono un reietto. Con vanto. Un impedito. Infedele.
Nuovamente è mattina. Nuovamente le campane espanderanno i rintocchi. Senza mani di pietà. I servi resteranno servi. La loro morte è statistica. La loro vita un evento considerato, ma ininfluente. Preventivato. La carne umana può anche essere pasto.
Per me, non suonate le campane! Vorrei ascoltare la “mia voce”.
Irene, canterai per me?
franchini

Caro Franchini,
Quando ti dicevo che, valorizzando le tue doti diverresti un leader, non intendevo un capo tradizionale, ma una guida affinché le basi non abbiano più bisogno di capi (a tenere separate le collettività e perciò a provocare le guerre) e così l’umanità si unifichi.
Cordialmente,
Mario Ragagnin
http://www.marioragagnin.net
Non commento.
Non voglio,non posso,non ne sono capace.
Voglio,posso solo,sommessamente per non disturbare,plaudire.
Il tuo posto nel mio cuore è certo e fedele.