
Se l’Italia fosse un paese normale, dopo la bellicosa dichiarazione di Matteo Salvini sullo stop a soldi e armi all’Ucraina sarebbe stata subito convocata un’immediata verifica di maggioranza, e se in quel contesto si fosse registrata una divergenza insanabile, la crisi di governo sarebbe risultata inevitabile. Tanto più perché quelle parole sono state spese in una sede solenne come il congresso della Lega – una volta tanto che si celebra un’assise di partito, a ignorarne i contenuti si fa peccato mortale – e perché sulla base di quella relazione Salvini è stato riconfermato segretario a larga maggioranza. E invece, nulla. Mi dicono, dandomi una pacca consolatoria sulla spalla: guarda che la grammatica politica della Prima Repubblica non c’è più, fattene una ragione. Rispondo: a parte il fatto che la grammatica è una e non ne esistono diverse a seconda delle stagioni, ergo la politica di oggi è sgrammaticata, comunque io non mi rassegno. E non perché vivo di nostalgia, ma perché amo l’Italia e non sopporto di vederla ridotta in questo modo.
Trovo insopportabile che si lanci un sasso, anzi un macigno, come quello tirato dal segretario della Lega nonché ministro e vicepresidente del Consiglio, che ha chiesto un esplicito mandato politico ai delegati che di lì a poco voteranno, per portare in Consiglio dei ministri la posizione del partito contraria a votare nuove risoluzioni con cui continuare a stanziare ulteriori risorse finanziarie e militari, e poi si faccia finta di nulla. E lo dico a prescindere dal merito, perché non si guida un paese, specie se lo si deve condurre attraverso tornanti impervi della storia, esaltando le differenze a favore di telecamera e nascondendole nelle sedi istituzionali. Io ovviamente sono contrario a quella posizione – vigliacca e autolesionista, a cui manca solo la richiesta di far uscire l’Italia dalla Nato per essere coerente fino in fondo – ma la mia critica sarebbe la stessa se invece la sposassi senza riserve. E non attenua il mio giudizio, anzi, il fatto che Salvini, dopo una telefonata risentita di Meloni, abbia di lì a poco, sempre nella sede congressuale della Lega, attenuato i toni derubricando a “ragionamento” la sua proposta e impapocchiando un discorso sulla diplomazia che deve prevalere rispetto alle armi. Tanto che un po’ tutti gli osservatori, a cominciare da quelli che ho coinvolto nella mia War Room di lunedì 26 ottobre (qui il link), scommettono che Salvini non passerà dalle parole ai fatti, perché se ponesse con forza la questione “stop aiuti all’Ucraina” senza ottenere soddisfazione, dovrebbe uscire dal governo, aprendo la crisi. E lui, che è contrario alle elezioni in primavera che vuole Meloni, si darebbe la zappa sui piedi.
Ma noi di tutto abbiamo bisogno meno che di ipocrisia. Anche perché la nostra politica ne è già fin troppo intossicata. A cominciare dalle tonnellate di doppiezza che circondano una questione decisiva come la guerra russo-ucraina e di conseguenza la guerra ibrida scatenata da Putin contro l’Europa. Infatti, se sul piano formale il governo ha tenuto una linea chiara pro Kiev ed è vero che alla fine tutte le decisioni sono passate all’unanimità in consiglio dei ministri, sul piano sostanziale le cose stanno un po’ diversamente. Partiamo dal presupposto che dall’inizio della guerra ad oggi, gli aiuti erogati in modo diretto e bilaterale da Roma a Kiev (cioè senza contare la triangolazione di Bruxelles), ammontano tra i 5 e i 6 miliardi (di cui la metà in assistenza civile e umanitaria, e solo 3 miliardi in materiale militare, come i sistemi di difesa aerea SAMP/T), pari a circa lo 0,14% del nostro PIL, il che vuol dire essere tra la 20ma e la 21ma posizione nella classifica dei 27 paesi Ue. Non certo il posto che spetta all’Italia. Così come non è degno del paese che siamo il continuare a tenere coperta dal segreto di Stato la materia degli aiuti militari, non fosse altro perché rende legittimo che i cittadini si siano fatti l’idea di chissà quali flussi di denaro e armi abbiano preso la strada di Kiev, mentre la realtà è che ciascun italiano in questi quasi cinque anni di guerra si è caricato di una cifra pari al costo di una tazzina di caffè al mese, niente di più.
A questo si aggiunga il fatto che il tredicesimo pacchetto di aiuti militari italiani all’Ucraina risulta congelato, tanto è vero che è dal dicembre 2025 che Roma non manda aiuti a Kiev. E non si tratta di un sostegno qualunque: a Zelensky servono gli Aster 30, missili superficie-aria a lungo raggio di esclusiva produzione italo-francese (Eurosam, il consorzio formato dall’italiana MBDA, partecipata di Leonardo, e dalla transalpina Thales), gli unici con cui si possono difendere le città attaccate dai russi. Meloni, dopo vari rinvii, si era impegnata con il presidente ucraino e con Macron a provvedere entro questo ottobre. Ma nonostante si sia arrivati a fine mese, il Copasir, che va preventivamente informato, non è stato ancora allertato e paiono parole di circostanza quelle spese dal ministro Tajani che si dice convinto, dopo dieci mesi trascorsi inutilmente, che “il pacchetto sia quasi pronto”, a dimostrazione che la linea europeista di Forza Italia dentro la maggioranza di governo sia fragile e inascoltata. Perché questo ritardo? Si dice che la presidente del Consiglio volesse prima smarcare la legge di bilancio (ed è stato così il 21 ottobre, e chi volesse farsene un giudizio, scoprendo quanto sia elettorale e per nulla strategica, veda la War Room di giovedì 22 ottobre,qui il link) e ora voglia attendere i risultati delle elezioni americane di midterm, il 3 novembre, per capire quale sorte attende Trump e cosa ne sarà degli Stati Uniti (specie se la Casa Bianca dovesse perdere il controllo di Camera e Senato). Per carità, curiosità legittima, ma che non giustifica l’ennesimo tentennamento. Tanto più ora che Salvini l’ha sfidata apertamente, e che dunque ogni rinvio non può che essere interpretato come un pietoso (e inutile) tentativo di tenere coperte le divergenze interne, e considerato che il ministro competente, quello della Difesa, è il primo a premere perché si proceda. Ora si parla di un’udienza di Crosetto al Copasir per il 9 novembre, ma sembra più una volontà unilaterale del ministro – l’unico che ci ha messo la faccia e la coerenza in questa penosa vicenda – anche perché è una totale incognita l’intenzione del ministro Giorgetti di validare il provvedimento, e la sua firma è indispensabile.
Crosetto sa bene che nel governo di cui fa parte albergano tre sentimenti che fanno a pugni con l’asserita adamantinità della posizione filo-ucraina. Il primo è il sentimento di avversione nei confronti dell’Europa, e non riguarda solo lo sbandierato sovranismo della Lega di Salvini, ma anche quello più tenuto a bada ma pur sempre vivo del partito della presidente del consiglio. La quale ha sì sepolto i vecchi slogan anti-Ue e anti-euro, ha sì stabilito un rapporto personale con Ursula von der Leyen, ma è pur sempre all’opposizione nel Parlamento europeo, mostra avversione verso una maggiore integrazione comunitaria – tant’è vero che non adotta il Mes e continua a difendere il diritto di veto, anche dopo l’uscita di scena del suo amico Orbán che ne è stato il più fiero paladino – e nutre scetticismo verso i Volenterosi nelle diverse modalità con cui si sono manifestati. Ed è difficile essere davvero vicino a Kiev stando lontano da Bruxelles, così come non basta definire Putin come aggressore dell’Ucraina se non si dice anche, in modo inequivocabile, che ha in mente un disegno imperialista e che la guerra ibrida contro l’Europa, e quindi anche contro l’Italia, è lo strumento per realizzarlo.
La seconda pulsione impropria dell’inquilina di palazzo Chigi è quella che l’ha spinta per lungo tempo ad accoccolarsi ai piedi di Trump e del mondo Maga – per calcolo e per affinità elettive – pur essendo chiaro che il presidente americano preferiva flirtare con Putin invece che rispettare l’alleanza storica con l’Europa e che trattava Zelensky come il perdente che doveva sbrigarsi a soccombere, fino al punto da privarlo del sostegno militare e dell’intelligence. Una postura che è terminata solo quando Trump ha deciso di porre pubblicamente fine, alla sua maniera, a quel presunto sodalizio. Ma anche dopo che Meloni è stata costretta a prendere le distanze, è mancato il coraggio che Macron e perfino il prudente Merz hanno avuto di spiegare ai propri cittadini l’incestuosità del rapporto Trump-Putin, a tutto danno dell’Ucraina. Per esempio, pur evitando di allinearsi ai voltafaccia di Trump nei confronti di Zelensky, la presidente del Consiglio non ha mai speso parole chiare di condanna del comportamento del presidente americano. E sono curioso di vedere cosa farà il governo se fosse formalizzata la folle idea della Casa Bianca di proporre, probabilmente d’intesa con Russia e Cina, il nome di Orbán come successore del segretario generale dell’Onu, Guterres, quando a fine anno scadrà il suo mandato. Prevarrà la più volte sbandierata amicizia con l’autocrate ungherese o la prudenza verso un nome del tutto indigeribile all’Europa?
C’è infine la furbizia elettorale dell’intero governo che con l’approssimarsi delle elezioni ritiene sia più prudente stare lontano da decisioni relative a questioni militari in generale e alla guerra russo-ucraina in particolare, nella presunzione che gli italiani si dividano tra coloro che non vogliono più spendere per Kiev, immaginando che siano soldi tolti a sanità, pensioni e scuola, e coloro che fanno del ripudio della guerra il loro credo (chissà se davvero pagherà elettoralmente, ma nel caso sarà solo per l’insipienza di chi guida il centro-sinistra). Inoltre, pesa la variabile Vannacci, il quale, come e più del segretario della Lega, porta acqua al mulino moscovita. Il generale in pensione (anticipata) sbraita contro “lo spreco di risorse per aiutare gente che con noi non c’entra niente”, e Meloni, invece di avversarlo politicamente, non gli vuole offrire il destro (è proprio il caso di dire). Ma così si rischia che per gli aiuti italiani all’Ucraina si debba attendere le urne, finendo per dare soddisfazione a Salvini anche senza volerlo.
Una linea, quella di Salvini e Vannacci, che fa scopa con la battaglia contro le armi di Conte, che trova sponda in Avs e condiziona il Pd, dove tra la segreteria che ha fatto dell’unità del campo largo un mantra assoluto e dunque trangugia qualunque piatto indigesto servito dai 5stelle (magari questo piace pure) e quei (pochi) riformisti del Pd che provano a dissentire, c’è in mezzo la palude silente e acquiescente del corpaccione del partito, in piena atarassia. Il no di Schlein all’aumento delle spese militari nell’ambito Nato, anche se non riguarda in modo diretto l’Ucraina, la dice lunga su cosa circola nelle viscere del Pd. E Conte ne approfitta mettendo in pratica la cosa che sa fare meglio, la cosiddetta “tattica del salame”, una modalità negoziale che consiste nel chiedere e ottenere continue concessioni cui l’interlocutore cede progressivamente per evitare un conflitto, finché si ritrova senza nulla in mano. È ancora da capire se lo scopo dell’avvocato pentastellato sia quello di averla vinta o non piuttosto di tirare la corda fino a spezzarla: sembra che uno di coloro che gli sussurrano all’orecchio, probabilmente il più ascoltato, lo spinga tenacemente a imboccare questa seconda strada, e nel caso fosse vero potrebbero essere clamorosi i risvolti di questa tanto subdola quanto ingegnosa operazione.
Sta di fatto che tutto questo mette l’Italia nella condizione di condividere con la Francia la non invidiabile primazia di paese europeo in cui i partiti amici di Putin sono più e meglio rappresentati, capaci di condizionare (centrodestra) o addirittura presidiare (centrosinistra) entrambi i fronti del bipolarismo. A Parigi si corre il rischio che nelle presidenziali del prossimo maggio arrivino al ballottaggio due putiniani doc come Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon, e tocca sperare sia che l’ex presidente François Hollande riesca a mediare tra il progressista Raphaël Glucksmann e il moderato Édouard Philippe per avere un’unica candidatura terza rispetto a destra e sinistra estreme, sia che le dimissioni anticipate dalla presidenza della Bce di Christine Lagarde significhino una disponibilità a servire il suo paese in un momento letteralmente drammatico. A Roma abbiamo la certezza di avere un sistema politico che oltre ad essere fallito da tempo per molte ragioni, per di più in un contesto geopolitico come quello in cui viviamo soffre di pericolose infiltrazioni putiniane in entrambi i poli e l’unica speranza a cui aggrapparsi è il pareggio, cioè che nessuno riesca ad arrivare al 42% dei voti e di conseguenza non si accaparri il premio di maggioranza (sempre che la nuova legge elettorale esca viva dal vaglio della Corte Costituzionale). Il pareggio aprirebbe molte incognite, ma sempre meglio (meno peggio) della certezza di ritrovarci una delle due coalizioni condizionata dalla Russia. Che pena.
Enrico Cisnetto


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