
A dieci anni dal referendum sulla Brexit, il Regno Unito si confronta con i costi economici dell’uscita dall’Unione Europea. La promessa di una maggiore libertà commerciale si è scontrata con una realtà difficile da aggirare: il mercato europeo resta il principale partner economico britannico e sostituirlo con accordi internazionali alternativi si è rivelato molto più complicato del previsto.
Secondo le stime dell’Office for Budget Responsibility, la Brexit ridurrà nel lungo periodo la produttività britannica del 4% e gli scambi commerciali del 15% rispetto allo scenario in cui il Paese fosse rimasto nell’Unione. La conseguenza è una minore capacità di crescita, con effetti sugli investimenti, sui salari e sulle entrate fiscali.
Il problema riguarda soprattutto le barriere commerciali introdotte dopo l’uscita dal mercato unico. Controlli doganali, certificazioni e nuove procedure amministrative hanno aumentato i costi per le imprese. Nel 2025 il Regno Unito ha esportato verso l’Unione Europea beni e servizi per 384 miliardi di sterline, pari al 41% delle esportazioni complessive, importandone per 472 miliardi, equivalenti al 50% del totale. Le esportazioni di merci verso l’Europa risultavano inoltre inferiori del 14% in termini reali rispetto al 2019, mentre quelle di servizi erano cresciute del 28%. Una differenza che mostra come le conseguenze della Brexit abbiano colpito soprattutto il settore manifatturiero, già alle prese con costi energetici elevati e difficoltà produttive.
Questi risultati spiegano il riavvicinamento politico a Bruxelles. Il governo britannico punta a ridurre gli ostacoli agli scambi, migliorare la cooperazione energetica e recuperare competitività industriale. Il percorso non equivale ancora a una richiesta formale di adesione, ma rappresenta un cambiamento rispetto alla linea politica che aveva accompagnato l’uscita dall’Unione.
In questo quadro torna anche il riferimento al Trattato di Maastricht del 1992, che pose le basi dell’attuale Unione Europea. Un eventuale rientro britannico richiederebbe tuttavia una nuova procedura di adesione e la negoziazione delle relative condizioni. Non sarebbe automatico il recupero delle deroghe precedenti, compresa quella sull’adozione dell’euro. Londra dovrebbe quindi valutare il rapporto tra i benefici economici dell’integrazione e gli obblighi derivanti dalla partecipazione alle istituzioni europee.
Parallelamente, il Canada sta rafforzando i rapporti con Bruxelles. Durante il vertice di Montréal del 29 e 30 ottobre 2026, il governo di Mark Carney e l’Unione Europea hanno annunciato l’Alliance for the Future, un’intesa che amplia la collaborazione commerciale, industriale e strategica. L’iniziativa si aggiunge al CETA, l’accordo commerciale applicato provvisoriamente dal 2017, e riguarda settori fondamentali come energia, materie prime strategiche, semiconduttori, tecnologie digitali e difesa. Nel 2025 gli scambi tra Canada e Unione Europea hanno raggiunto circa 130 miliardi di euro, oltre l’80% in più rispetto al 2016.
Bruxelles e Ottawa intendono inoltre definire entro il 2027 una nuova forma di associazione economica, senza prevedere l’ingresso del Canada nell’Unione. L’obiettivo canadese è diversificare gli sbocchi commerciali e ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti, soprattutto dopo il ritorno delle politiche protezionistiche dell’amministrazione Trump. Per l’Europa, invece, il Canada rappresenta un partner importante per l’approvvigionamento di materie prime, gli investimenti tecnologici e la cooperazione industriale.
Il confronto tra Londra e Ottawa mette in evidenza due strategie differenti. Il Regno Unito cerca di ridurre i costi derivanti dall’uscita dal mercato europeo, mentre il Canada punta ad ampliare l’accesso allo stesso mercato senza rinunciare alla propria autonomia commerciale. La differenza riguarda soprattutto il punto di partenza: Londra deve ricostruire rapporti economici precedentemente garantiti dall’appartenenza all’Unione, Ottawa intende sviluppare quelli già esistenti.
Resta però un aspetto decisivo. L’eventuale reintegrazione britannica non eliminerebbe automaticamente i problemi strutturali dell’economia nazionale, così come gli accordi con il Canada non risolverebbero le difficoltà industriali europee. I benefici dipenderanno dalla concreta riduzione dei costi commerciali, dagli investimenti e dalla capacità delle imprese di sfruttare le nuove condizioni.
La lezione economica della Brexit riguarda proprio questo equilibrio. Uscire dall’Unione ha restituito al Regno Unito autonomia normativa e commerciale, ma ha contemporaneamente aumentato i costi di accesso al suo principale mercato. Recuperare quei vantaggi richiede ora nuovi negoziati, nei quali Londra dovrà necessariamente accettare compromessi.
Il risultato è un paradosso politico ed economico: mentre il Regno Unito cerca di ricostruire una parte dell’integrazione perduta, il Canada lavora per approfondire la propria collaborazione con Bruxelles. Due percorsi diversi che mostrano quanto il valore effettivo della sovranità economica dipenda non soltanto dalla libertà di decidere, ma anche dalle condizioni alle quali un Paese riesce a commerciare, produrre e investire.
Riflessione finale:
Raccontare un’Unione Europea debole, irrilevante e destinata al declino significa ignorare i reali rapporti di forza dell’economia mondiale. L’Europa dispone di uno dei più grandi mercati del pianeta e controlla, attraverso la BCE, l’emissione dell’euro, la seconda valuta internazionale dopo il dollaro, oggi persino superiore alla moneta americana nel valore nominale del cambio. E qui sta il punto che molti sembrano dimenticare: il potere mondiale non si misura soltanto con gli eserciti, ma soprattutto con il controllo della moneta, del credito e dei mercati finanziari. Chi emette una valuta globale possiede un’enorme capacità di influenzare commerci, investimenti e rapporti economici internazionali.
Piero Terracina


A Pensalibero puoi davvero scrivere e pensare libero 
Lascia un commento