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Se la scuola costruisce il futuro di un paese, perché proprio lì si cerca di risparmiare?

C’è una domanda che dovremmo porci davanti alle scelte contenute nella nuova manovra finanziaria: se la scuola è il luogo in cui si costruisce il futuro di un Paese, perché proprio lì si cerca di risparmiare? La domanda è ancora più urgente se guardiamo a quello che sta accadendo nelle piazze italiane, dove gli studenti manifestano per chiedere più risorse per l’istruzione, università accessibili a tutti, borse di studio, servizi e maggiori opportunità.

di Angioletta Massimino · 2 Novembre 2026

C’è una domanda che dovremmo porci davanti alle scelte contenute nella nuova manovra finanziaria: se la scuola è il luogo in cui si costruisce il futuro di un Paese, perché proprio lì si cerca di risparmiare?

La domanda è ancora più urgente se guardiamo a quello che sta accadendo nelle piazze italiane, dove gli studenti manifestano per chiedere più risorse per l’istruzione, università accessibili a tutti, borse di studio, servizi e maggiori opportunità. Chiedono che il diritto allo studio non dipenda dalle condizioni economiche delle famiglie e che la scuola pubblica torni a essere una reale occasione di crescita e uguaglianza.

E quale risposta arriva dalla nuova manovra del Governo Meloni? Una riduzione di quasi settemila posti nella scuola italiana a partire dall’anno scolastico 2027/2028: 4.925 docenti e 2.049 unità di personale ATA, con un risparmio previsto di 251,7 milioni di euro all’anno dal 2028.

I tagli ai docenti non riguardano soltanto gli insegnanti di sostegno, ma l’intero organico dell’autonomia, che comprende docenti su posto comune, insegnanti di sostegno e personale destinato al potenziamento dell’offerta formativa. Non è ancora specificata la distribuzione delle riduzioni tra queste categorie.

E non si tratta di un intervento isolato: sommando i tagli già programmati con la precedente legge di Bilancio, si arriva a 14.808 posti in meno nell’arco di tre anni scolastici.

Dietro questi numeri ci sono persone e servizi indispensabili: insegnanti che seguono gli studenti, docenti di sostegno che garantiscono inclusione, collaboratori scolastici che assicurano vigilanza e assistenza, assistenti amministrativi e tecnici senza i quali le scuole non potrebbero funzionare regolarmente.

Come si può chiedere alla scuola di combattere la dispersione scolastica, contrastare le disuguaglianze e garantire attenzione agli studenti più fragili, mentre si riducono le risorse umane necessarie per farlo?

Si dirà che gli studenti diminuiscono e che bisogna adeguare gli organici al calo demografico. Ma perché non trasformare questa diminuzione in un’opportunità per avere classi meno numerose, più tempo da dedicare a ciascun ragazzo e maggiori possibilità di recuperare le difficoltà? Perché scegliere invece la riduzione del personale?

La questione riguarda anche le università, dove i giovani chiedono borse di studio adeguate, alloggi sostenibili e un sistema che permetta a tutti di proseguire gli studi, indipendentemente dal reddito familiare. Non basta proclamare il diritto all’istruzione se poi, nella realtà, le condizioni economiche impediscono a tanti ragazzi di esercitarlo.

Non possiamo considerare tutto questo una semplice questione di contabilità pubblica. È una questione di priorità e di visione del futuro. Naturalmente le risorse dello Stato non sono illimitate, ma proprio per questo bisognerebbe domandarsi su quali settori non sia possibile risparmiare. E l’istruzione dovrebbe essere uno di questi.

Una scuola pubblica forte è uno dei principali strumenti di uguaglianza sociale: permette ai ragazzi di sviluppare conoscenze, pensiero critico e consapevolezza, offrendo loro la possibilità di costruirsi un futuro senza essere condizionati esclusivamente dalle proprie origini familiari.

C’è una frase di Gabriella Giudici, spesso erroneamente attribuita a Italo Calvino, che esprime con particolare efficacia questa riflessione:

«Un Paese che distrugge la sua scuola non lo fa mai solo per soldi, perché le risorse mancano, o i costi sono eccessivi. Un Paese che demolisce l’istruzione è già governato da quelli che dalla diffusione del sapere hanno solo da perdere».

Gli studenti che oggi riempiono le piazze non stanno chiedendo un favore. Stanno rivendicando un diritto e ricordando alle Istituzioni che il futuro non può essere costruito risparmiando proprio sulle generazioni che dovranno ereditarlo.

Perché il costo più alto, per una società, non è investire nella scuola. È rinunciare a farlo!

Angioletta Massimino

Sezione: Editoriale

Angioletta Massimino

Siciliana, socialista e imprenditrice, scrive per passione, fa giornalismo come ricerca della verità e porta avanti l’editoria come attività imprenditoriale.
La sua formazione comprende studi classici, giuridici, giornalistici, sociologici e musicali
Dal 1987 ha guidato la ‘Massimino Editrice’ e la Tipolitografia ‘Sicilmediterranea’, collaborando con Giuffrè Editore, Giappichelli Editore e Istituzioni accademiche.
La Sicilia è il centro del suo impegno: una terra ricca e capace, spesso relegata in un ghetto culturale e politico.
Il suo lavoro nasce dall’esigenza di restituirle spazio e dignità.
Socialista per convinzione, ha fatto parte della Commissione Nazionale di Garanzia e del Consiglio Nazionale del PSI, contribuendo alla redazione di un’interrogazione parlamentare sul MUOS e alla stesura di un disegno di legge sullo stalking giudiziario.
Ha collaborato con diverse testate giornalistiche, tra cui Avanti! Online, I Nuovi Vespri, Il Faro sul Mondo, Il SudEst, PoliticaPrima, AKIS REGALE, La Giustizia, Quotidiano dei Contribuenti, PensaLibero.it.
Vive e lavora in Sicilia.

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