
Venerdì scorso la Commissione europea ha confermato la proposta: quarantacinque miliardi per il 2027, la seconda metà del prestito da novanta già previsto. Stavolta il grosso, 31,7 miliardi, non va al bilancio di Kyjiv ma alla capacità industriale della sua difesa; gli altri 13,3 vanno al bilancio. Manca il via libera del Consiglio, dove siede anche il governo italiano, e i soldi arriveranno dall’inizio del 2027, ultimo anno della legislatura.
Intanto Giorgia Meloni conferma il sostegno all’Ucraina e si dice «pronta a pagarne i costi politici», mentre Matteo Salvini, rieletto segretario della Lega anche con la promessa di abbandonare Kyjiv, insiste che «le sanzioni hanno messo in ginocchio solo le imprese italiane». È una formula che usava già nel 2022.
Conviene guardare i numeri, perché sbagliano sia quelli che dicono che l’Italia non fa nulla sia quelli che la dipingono in preda a una febbre bellicista. Il Kiel Institute, con dati ad agosto, conta 4,3 miliardi di aiuti bilaterali, lo 0,24 per cento del Pil: diciottesimi su ventisette, contro una media dello 0,69. I militari valgono tre miliardi. L’ultimo pacchetto è del novembre 2025, e nel 2026, ha ammesso Guido Crosetto in agosto, nessun nuovo aiuto era stato formalizzato. Le consegne autorizzate prima continuano, Aster 30 compresi, e il tredicesimo pacchetto arriverà «probabilmente entro fine anno». Fin qui, ragione agli scettici.
Ma il 76 per cento dello sforzo italiano passa da Bruxelles, come in Spagna (78 per cento) e in Francia (71 per cento), mentre in Germania è il 42 per cento. Contando la quota europea, l’Italia vale 18 miliardi: terza dopo Germania e Francia. In rapporto al Pil è sedicesima, con l’1,01 per cento contro l’1,38 per cento di media, a 6,6 miliardi da una quota proporzionale al suo peso. Non è il fanalino di coda: è un contributore sotto la media che fa quasi tutto con il portafoglio europeo e poco con il proprio.
Questo spiega due cose. La prima è perché Volodymyr Zelensky continui a ringraziare Meloni, come il 14 ottobre per la sua posizione «chiara e inequivocabile»: a Kyjiv conta l’affidabilità del voto di Roma, a Bruxelles e nel G7, e quel voto non ha mai ondeggiato. Non per questo smette di chiedere: a luglio voleva poter colpire in Russia con le armi italiane. La seconda è che Salvini non ha una linea, ha uno slogan: il canale europeo, cioè tre quarti dell’impegno italiano, passa dal governo di cui è vicepremier. Dire «stop ai soldi» significa dire no in Consiglio a Meloni.
Sul fronte opposto, quello del no al riarmo, si discute di un 5 per cento che è l’obiettivo Nato al 2035, e non ha nulla a che fare con questa manovra. Il governo chiede flessibilità per lo 0,3 per cento del Pil l’anno alla difesa nel 2027 e nel 2028, altrettanto per l’energia, e Meloni ha fatto tagliare di 8 miliardi la richiesta di Crosetto, dimezzando gli investimenti del 2028. Un riarmo che si taglia da solo non è quello che raccontano in piazza.
Anne Applebaum ha scritto che la Casa Bianca non vuole solo influenzare la politica europea ma rimodellarne le coalizioni: a parole promuove riarmo e cooperazione, nei fatti sostiene i politici che li avversano. L’Italia ne è un buon laboratorio, con Salvini e con un Roberto Vannacci che nei sondaggi supera Antonio Tajani. Washington ha autorizzato Kyjiv ad acquistare cinquecento Patriot, ma le consegne arriveranno tra anni, e Zelensky chiede ai partner una soluzione per questo inverno, quando i russi colpiranno gli impianti energetici. Quel buco possono colmarlo solo gli europei, e l’Italia ha in mano il Samp/T e gli Aster 30. È lì, più che nelle percentuali del Pil, che si misura Meloni.
I costi politici, dunque, li paga già, a Bruxelles, e nessuno glieli contesta perché nessuno sa che ci sono. Se vuole che Kyjiv le creda e che gli italiani non le sfuggano, deve fare tre cose: dire sì ai quarantacinque miliardi in Consiglio, mandare il tredicesimo pacchetto con l’antiaerea dentro, e spiegare a chi vota che cosa sta pagando. Il resto è rumore, e Salvini lo fa benissimo.
Marco Taradash


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