
Alla fine, la burocrazia ha emesso la sua sentenza. La Commissione elettorale israeliana ha timbrato le carte, ha scosso la polvere dai faldoni e ha decretato ciò che il potere ha sempre bisogno di sentirsi dire: il voto è regolare. Poco importano i sospetti, poco importano le ombre, poco importano quelle irregolarità che, a detta dei funzionari, non pregiudicherebbero l’esito finale. Come se la democrazia fosse un’equazione matematica dove i decimali di fango si possono arrotondare per difetto.
Ma la democrazia, quella vera, non vive di soli calcoli algebrici. Vive di fiducia. E quando si comincia a dire che il sospetto è irrilevante ai fini del risultato, si compie il primo, pericoloso passo verso l’assuefazione. Si accetta l’idea che la purezza del processo sia un lusso sacrificabile sull’altare della stabilità. È la solita, vecchia storia: la forma che divora la sostanza.
Israele si specchia oggi in questo verdetto, un pezzo di carta che pretende di chiudere una ferita aperta nel corpo di una società già drammaticamente divisa. In un contesto politico così tragicamente complesso, dove ogni voto è una trincea e ogni scrutinio un esame di coscienza collettivo, liquidare le anomalie come dettagli trascurabili è un errore che si paga a caro prezzo. La trasparenza non è un optional per i tempi di pace; è lo scudo d’acciaio che deve proteggere le istituzioni quando tutto il resto trema.
Dire che i sospetti non alterano il vincitore significa ignorare che il vero sconfitto, in questi casi, è la credibilità dello Stato. Una democrazia che si accontenta di essere “abbastanza regolare” smette di essere un faro e diventa un ufficio postale. E i popoli, quando smettono di credere nelle urne, finiscono per cercare la verità altrove. Questo verdetto salva il risultato di oggi, ma ipoteca la legittimità di domani.
Giuseppe Basilico


Settore Tech a rischio?
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