
Giusto la penna di Tolstoj sarebbe in grado di descrivere esaurientemente il disastro militare di Putin in Ucraina, le centinaia di migliaia di morti, i carri abbandonati nel fango, le navi affondate nel mar Nero e come se non bastasse le raffinerie, gli hangar e i depositi bombardati sul suolo russo, dalla Crimea alla Siberia. E nemmeno Tolstoj potrebbe nascondere che mentre Napoleone, una vittoria dietro l’altra, marciando a piedi e a cavallo, da Parigi arrivò a Mosca in due mesi e dormì al Cremlino, Putin è fermo da cinque anni nel Donbass e nonostante disponga di una flotta di jet a reazione, non vede Kyiv nemmeno con il binocolo.
Durante il G20 degli Esteri di Atlanta Lavrov è rimasto solo come un appestato. Il ministro britannico Milyband gli ha detto di spiegarlo a Putin che non vincerà la guerra, perché l’ha già persa. Putin l’ha persa in Siria dove i russi stavano dal 1960, in Venezuela, dove Maduro era un alleato su cui contare, in Iran, dove non dipende più da lui il futuro del più grande Stato in medio oriente. Putin ha perso in Africa, dove la Wagner è diventata un corpo autonomo del figlio di Prigozhin che fattura un miliardo di dollari all’anno che una volta finivano a Mosca, mentre l’Afrika Korps, che doveva sostituirla, è costretta a ritirarsi dal Mali al Mozambico, priva dei sufficienti rifornimenti.
L’unica speranza a cui si può ancora affidare Putin è che gli americani non vanno in vacanza a Yalta. Preferiscono Las Vegas. Non è che importi loro molto se Zhaporizha sia russa o ucraina, nemmeno sanno dove sia Zhaporizha. A sentire il consigliere per la sicurezza della prima amministrazione Trump, John Bolton, Donald ignorava persino se la Finlandia fosse russa o cosa. Quello che conta per l’America è che la Russia non divenga una provincia della Cina, esattamente, come quando temevano che la Cina lo divenisse dell’Unione sovietica. La politica estera statunitense ha sempre previsto una competizione fra i due paesi più grandi al mondo, per dimensioni e risorse o per popolazione. Mai uno inglobasse l’altro, gli Stati Uniti avrebbero un bel problema. Non basterebbe occupare la Groenlandia per venirne a capo. Servirebbe il Canada, il Messico, l’intero Sud America e ancora sarebbero in affanno, perché sugli europei hanno smesso di contare. Piccoli, divisi, litigiosi, come appaiono loro.
Di conseguenza gli americani hanno assunto una postura molto diversa dagli inglesi. Con Lavrov si complimentano per aver preso Pokrovsk, e anche se non l’ha presa la guerra l’ha vinta lo stesso, per lo meno a sentirlo. Allora benissimo, la si pianti di stare a bombardare l’Ucraina che è stata sconfitta e ci si metta in affari con i nazisti di Kyiv, che importa. Conviene tornare a far guadagnare qualcosa agli oligarchi. I loro capitali li stanno buttando per pagare le armi e la tecnologia, non proprio eccellente, di Kim Jong Un. Sempre meglio un po’ di soldi sporchi che star lì a seppellir cadaveri. Mica saranno ancora comunisti a Mosca.
Riccardo Bruno
Direttore politico de “La Voce Repubblicana”


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