
SINOSSI
“Viaggio in Sicilia attraversando la Calabria”
é il racconto del viaggio che l’autore si é trovato a compiere nell’estate del 2023 su invito di alcuni amici siciliani coinvolti nell’avventura di un personaggio sui generis ( una sorta di Masaniello contemporaneo ) assurto a simbolo della Sicilia che si vuole ribellare pur consapevole di non avere alcuna possibilità di successo. Egli pensa di iniziare la conquista della Sicilia e magari l’ascesa verso il potere nazionale partendo da un paesino sui monti Peloritani, Fiumedinisi, caratterizzato come tutte le terre del Sud da spopolamento, abbandono, povertà e arretratezza.
Il profeta del riscatto siciliano riesce a far vibrare il cuore dei suoi compaesani e diventa catalizzatore di quanti, nell’isola sognano un nuovo corso.
Il viaggio però diventa per l’autore l’occasione di riscoperta della memoria della Sicilia e della Calabria che egli attraversa, la prima in auto, la seconda in treno.
la storia dei Florio partiti da Bagnara Calabra e divenuti “reali”di Sicilia prima di precipitare in rovina, viene rivissuta attraverso gli occhi di un gruppo di Ragazze che si sporgono euforiche al sopraggiungere della stazione di Bagnara, così come le storie delle emigrazioni da quelle terre vengono rivissute attraverso gli occhi di quanti lì stanno tornando per le vacanze.
Il viaggio si trasforma così in una metafora delle sofferenze e delle occasioni perdute del Sud ma anche uno spaccato della bellezza e della lentezza del suo pensiero meridiano.
A Roccalumera vi è l’incontro con la poesia di Salvatore Quasimodo e la Torre Saracena assurta a riferimento della sua memoria ancestrale. Da Roccalumera l’autore si reca a Taormina attraverso la vecchia statale che gli consentirà di immergersi nella dimensione intima dell’isola con l’Etna sua presenza tutelare. A Taormina egli rivivrà la sua giovinezza e ripercorrerà a ritroso la sua vita capovolgendo l’antico approccio. Infatti qui l’autore ritrova il fascino della bellezza e della poesia e abiura il suo interesse per la politica ribaltando la decisione del ragazzo che a Taormina, pur tormentato per la scelta, decise di abbandonare la letteratura per la scienza economica che, a differenza di quella, gli avrebbe consentito di spendersi per il riscatto del Sud. Nell’incanto di Taormina egli si rende conto che il Sud ed il mondo intero han bisogno di bellezza e poesia più che di economia per sognare, immaginare e magari vivere la propria rivoluzione interiore prima che sociale.
Il racconto si chiude con l’immersione dell’autore nel mito di Scilla e Cariddi rivissuto attraverso l’epopea di ‘Ndria Cambria, il protagonista del monumentale capolavoro di Stefano d’Arrico, Horcynus Orca, che racchiude in sé non solo il dramma del Sud ma anche il dramma dell’umanità vittima della violenza delle guerre scatenate da gente assetata di un potere impastato di violenza, odio e morte.
La partenza
Siamo diretti in Sicilia su un treno con cui stiamo attraversando la Calabria in cerca delle terre dove approdarono i Greci e prosperò la civiltà e la cultura mediterranea; Ebrei, Cristiani, Saraceni ed Ortodossi erano di casa, i Basiliani ed i Bizantini crearono frantoi ipogei, santuari e abbazie, i profughi trovarono rifugio e i barbari cercarono il latte, il miele ed il vino ed una nuova patria.
Da queste parti, tra Stilo ed Altomonte, il domenicano Tommaso Campanella sfidò l’autorità della chiesa romana e scrisse la sua “ Città del Sole”. Gli Arbëreshë fuggiti dall’Albania invasa dai Turchi Ottomani trovarono casa. I braccianti-cafoni percorsero la loro lunga strada verso la speranza del riscatto che li avrebbe portati ad emigrare nel mondo. I briganti, da tutti manipolati e traditi, avrebbero iniziato la loro inutile, ingenua e disperata protorivoluzione in contemporanea con i cafoni-braccianti delle altre terre del Sud.
Ferdinando Secondo di Borbone, dal canto suo, a Mongiana aveva creato la prima fabbrica siderurgica per i suoi cannoni ai quali, tuttavia, all’approssimarsi della fine del regno mai immaginata eppure incombente come la fatalità di un destino inevitabile, preferì i binari per costruire ferrovie e laminati per tirar su vagoni in combinata con il napoletano stabilimento di Pietrarsa che realizzava locomotori e treni laddove in Italia ed in gran parte d’Europa si viaggiava ancora con carrozze e calessi trainati da cavalli e giumente.
L’Imperatore Federico, già prima di Dante, faceva risuonare nelle sue corti la lingua del si e artisti e poeti praticavano il pensiero meridiano.
Herman Esse, Paul Klee e Vasilij Kandiskj, nei tempi a noi più vicini, vi scoprirono la contrapposizione tra giorno e notte, tra luce ed ombra nel loro viaggio verso l’Africa alla scoperta dei colori mediterranei, della baluginante illuminazione e della trascendente meditazione.
Ci lasciamo alle spalle il massiccio del Pollino immaginando le sue creste e le rade foreste di pini loricati e le mandrie di mucche podoliche ed i monti che mostrano, a quanti salgono da Sud verso nord, il familiare profilo del gigantesco “Dolce Dorme” ed avanziamo verso le terre di Sibari e Metaponto.
Qui la terra si stringe in un istmo dolce e serrato tra il mare Tirreno e il mare Ionio tanto da indurre Omero ad immaginare la Calabria circondata dal mare e ad indicarla, secondo taluni, come l’isola dei Feaci che vi avevano creato il regno della prosperità e della concordia dove l’ospitalità era sacra agli dei e dove Odisseo vi giunse stremato dalla terra di Circe, perseguitato dalla furia di Poseidone, ma, infine, salvato dalla benevolenza di Athena.
Freno la corsa del treno nella mia mente assetata di ricordi e percezioni passate lungo questo percorso calabrese e costringo il moderno convoglio ad avanzare sonnacchioso, come nei tempi andati, verso la punta estrema della penisola, in direzione di Villa San Giovanni da dove ci imbarcheremo per raggiungere Messina. Così sorseggio la costa che scorre davanti a noi allegra e festosa.
É estate e la gente invade questi luoghi benedetti dagli dei antichi e consacrati dal dio delle scritture, cullati da acque profonde e trasparenti e protetti da boschi lussureggianti di pini e macchia mediterranea. Su queste sponde Nausicaa incontrò Odisseo naufrago in cerca di asilo. Athena lo aveva reso bello e splendente agli occhi della fanciulla che lo condusse con sé alla regia di re Alcinoo suo padre, invocandone la protezione mentre la Dea le instillava nel cuore impossibili, devoti e rassegnati, sogni d’amore.
Ci lasciamo ad Est la Sila e scendiamo a Sud verso l’Aspromonte. Paesaggi inconsueti, superbi e struggenti si susseguono alternando borghi e paesi annidati in cima ai colli o distesi lungo i pendii che scendono al mare o si rannicchiano tra le insenature, piccoli golfi e porti naturali un tempo regno di pescatori. Cerco l’invisibile San Luca, terra di pastori e di ‘Ndrangheta: ci ero andato in pellegrinaggio sulle orme di Corrado Alvaro e della sua “Gente in Aspromonte”. Più giù Gerace deserta, solitaria nella sua bellezza incantata, mi aveva stregato e riempito di tristezza.
In fondo alla penisola Scilla guarda Cariddi aggrappata sulla sponda siciliana. In mezzo il mare che lì è mare-mare, abitato da fere e, almeno una volta, da orche assassine e terribili creature . È terra di sconvolgente, insopportabile quanto irrinunciabile bellezza questa, teatro delle avventure di ‘Ndria, ‘Ndria Cambria, il giovane pescatore in fuga dalla assurda guerra mussoliniana, in cerca del padre e della terra dei padri, come un rinato Telemaco, protagonista di un’Odissea lunga e drammatica come la storia di queste terre e vissuta in quattro assurdi, tragici, infiniti giorni ricostruiti dal siciliano Stefano d’Arrigo nel suo monumentale Horcynus Orca.
Sul lato calabrese intanto abbiamo superato il piccolo borgo marinaro di Bagnara da dove, all’inizio del secolo diciannovesimo, partirono con un gozzo, dei remi ed una vela i fratelli Florio che, da pescatori, divennero commercianti di spezie prima di trasformarsi in potenti armatori, proprietari di industrie, tonnare e flotte mercantili divenendo ricchi signori e dominatori del Mediterraneo prima di perdersi dietro alle lusinghe di un inutile quanto funesto sogno regale, svanito nelle anticamere del regime fascista e seppellito nei lussuosi alberghi della capitale dove Ignazio disperatamente si industriava a far sopravvivere l’illusione di donna Franca, sua signora e regina sino alla fine.
Intorno, il Mediterraneo dai tempi del mito fondativo guardava la Calabria issata su un piedistallo di monti e valli ed attendeva di assistere alla rinascita dell’Italia.
Siamo su un treno diretto a Villa San Giovanni da dove io e Francesco Saverio prenderemo il traghetto che ci porterà in Sicilia.
Siamo partiti da Napoli alle prime ore del giorno, mercoledì 27 luglio 2023. L’aria è ancora fresca. L’estate abnorme di quest’anno incendiatasi con temperature record salite oltre i quaranta gradi, ha concesso una tregua di normalità e noi ci siamo infilati in essa sperando che continui e siamo partiti. Siamo diretti in Sicilia, dove l’influsso dell’equatore e la vicinanza del continente africano e del deserto del Sahara sono più evidenti e indulgono all’illusione o ai sogni della Fata Morgana.

Sicilia
La Sicilia si annuncia tra Scilla e Cariddi. Il rosso convoglio adesso avanza rapido sulla costa calabrese. L’interno della carrozza potresti scambiarlo per la carlinga di un aereo. No, non siamo più in un treno che sbuffa e sibila arrancando sui binari. Non è il treno che arrivava stracolmo di un popolo di emigranti con le valige di cartone, affacciati ai finestrini con il groppo alla gola a scrutare ciascuno la propria sponda. Chi quella calabra e chi quella sicula, tutti di ritorno, dopo ventiquattro ore di viaggio, dal freddo e ostile nord, che fosse italiano o tedesco faceva poca differenza, pronti a passare le ferie di luglio o d’agosto al paese, a caricarsi sulle spalle la statua del Santo Patrono o della Santa Patrona rimasti lì in attesa del loro ritorno e la sera recarsi in piazza a chiacchierare con i compaesani, ritrovare le vecchie amicizie e conoscenze e, al culmine della festa, assaporare le note della banda come un dolce gelato, fresco e rigenerante, da custodire gelosamente come un ricordo prezioso, nel ritorno verso le terre del nord.
Il treno su cui viaggiamo è moderno, anche veloce. Certo, niente a che vedere con le schegge che schizzano a velocità impressionante a settentrione, ma comunque niente a che vedere nemmeno con gli antichi treni lumaca di una volta. E poi non ci sono più emigranti che tornano. Non è che dalla Sicilia o dalla Calabria o da tutto il Sud la gente non parta più, anzi. Semplicemente non ci ritorna più. Sta tutta qui la differenza tra ieri e oggi. Adesso sono i ragazzi che partono. Se ne vanno e basta. Non tornano. Ed il Sud si spopola, salvo la breve parentesi delle vacanze al mare che attira come il fresco nella calura.
Ci sono un nugolo di ragazze in abbigliamento estivo nel lungo vagone che corre verso Reggio Calabria. E signore, giovani e di una certa età. L’accento dice che sono di qua. “Ecco, ecco, arriva Bagnara”, dicono in coro quattro ragazze, probabilmente studentesse fuori sede, sporgendosi verso il finestrino. E dall’altra parte ragazzi scrutano verso Cariddi mentre puntiamo a Scilla. E ci sono uomini fatti anche e tutti attendono il loro turno.
Io cerco la costa viola e mi dico che dovrò finalmente andare un giorno a Reggio Calabria, fermarmi e camminare sul lungomare più bello del mondo con le sfumature viola che increspano lo Ionio sino alla confluenza con il Tirreno mentre la Sicilia incombe, ancora avvolta nella luce meridiana.
“Villa San Giovanni. Grazie per aver viaggiato con noi” annuncia intanto una voce dagli altoparlanti “grazie per aver viaggiato con noi e ci auguriamo di avervi ancora a bordo dei nostri treni” continua algida e distante mentre invita a prepararsi. Il treno si ferma giusto il tempo per la discesa. Poi riparte. Non è più come al tempo degli emigranti che tra l’arrivo e la partenza in una stazione passava mezz’ora o addirittura un’ora, laddove si doveva cambiare locomotore, e potevi farti anche un panino o scendere a comprarti le sigarette e farti pure una passeggiata. Adesso è tutto efficienza e fretta. È la competizione del mondo moderno che tutto strangola.
E la dimensione mediterranea? La lentezza del pensare meridiano?
Un’altra storia, ormai dimenticata e tutta da riscoprire, anche quella. Ma sarà per un’altra volta. Adesso noi pure dobbiamo scendere. Per la verità scendono tutti a Villa San Giovanni. A Reggio non va praticamente nessuno.
Che tristezza, mi dico. Ci affrettiamo. Zaino in spalla e borsa a tracolla. Dobbiamo correre all’imbarcadero e prendere l’aliscafo per Messina. A Messina, oltre il porto, ci aspetta Andrea nostra guida sapiente per condurci verso Roccalumera e Fiumedinisi, nomi che non mi dicono niente ma che promettono rivelazioni di orgoglio identitario che magari ci coinvolgeranno. O sconvolgeranno. Si parla di un tale, naïf e sanguigno personaggio, capace di parlare alla pancia della gente che attende, come sempre, possa arrivare il suo tempo, il tempo del sud. Domani insieme ad altri amici e compagni di avventura ci sposteremo verso Taormina ad immaginare il futuro, mi dicono, ascoltando il nascente profeta.
Taormina intanto mette in moto il mio immaginario. Variopinto ed anche variegato. Vacanze da sogno, bella gente, il teatro greco, roba per ricchi, almeno una volta, e ragazzi controcorrente e con la zazzera arruffata in testa a contestare quella società che sembrava arruffona e ben pensante e che adesso fa addirittura nostalgia.
La Sicilia è lì a due passi. Immensa. Grande come un continente.
La Calabria si sporge come uno sperone, una punta pronta ad incunearsi in essa o ad unirsi in un matrimonio indissolubile quanto impossibile.
La costa siciliana si apre da ogni parte e Messina è pronta ad accogliere quanti arrivano nel suo concavo porto. C’è la madonnina tutta d’oro in cima alla colonna a dare il benvenuto mentre la città si annuncia, là dietro, con il suo volto aperto e gioviale.
Da qui si parte per Palermo o Catania ed il resto della grande ed immensa Isola, concupita dal Mediterraneo e cercata da tutti i popoli su di esso assiepati.
Greci di ogni parte e Cretesi, Fenici e Cartaginesi, Romani e Bizantini, Arabi ed Ebrei, Normanni, Svevi, Inglesi, Francesi, Spagnoli e popoli del Nord che scendevano, scendevano verso il sole, la bellezza, la civiltà, la cultura e la ricchezza che lì si era accumulata dalla notte dei tempi.
Ci giunse anche Federico sedotto dai racconti di sua madre Costanza d’Altavilla, e non se ne andò più.
E la Sicilia divenne il cuore del Mediterraneo. La sintesi di tutto ciò che viveva nel Mediterraneo. Sincretismo mediterraneo chiamarono l’incrocio delle culture, del pensiero, delle architetture e delle arti che qui si intrecciarono.
Bellezza pura. Irraggiungibile. Come quella della Cappella Palatina gioiello del palazzo reale di Palermo.
Con il pensiero metto a fuoco tutte le mie reminiscenze mentre nella pancia dell’aliscafo attraversiamo lo stretto e con lo sguardo cerco la madonnina che tanto tempo fa mi accolse quando vi giunsi per una insperata vacanza.
Ero diretto a Favignana, la dolce isola del Favonio, già abitata dagli arabi che vi lasciarono il cus-cus e posseduta dai Florio che lì vi avevano le ricche e possenti tonnare. Andavo a casa di un siciliano che aveva sposato una mia cugina conosciuta in Germania, dove tutti i meridionali si ritrovavano e si scoprivano come un unico popolo. E quello, a sua volta, mi fece conoscere un suo amico, depositario dei segreti dell’isola, mi aveva assicurato. Gioacchino, bello e statuario come un dio greco, era uno degli ultimi pescatori di tonni. Mi raccontò i segreti ed anche le violenze ed i dolori della mattanza mentre mi conduceva nelle spiagge incontaminate e nelle grotte vietate ai radi turisti. Quelli, con la gloriosa barca a lui lasciata in eredità dal padre e fatta costruire dal nonno di suo padre, li portava in mare aperto nella speranza di incontrare le gigantesche tartarughe che soggiornavano nei paraggi.
Fa caldo, ma è un bel caldo, addirittura consolante, dopo le temperature asfissianti dei giorni scorsi. E poi si sa benissimo che in Sicilia fa caldo. Mi dico che devo organizzarmi per fare la Magna Via Francigena. Quattrocento chilometri da Palermo a Messina passando per Trapani e Catania. “Ma non ad Agosto” mi hanno intimato categoricamente i miei amici siciliani “troppo caldo. Se ne parla a settembre-ottobre o a maggio. In Sicilia ad agosto fa caaaldo. Scordatelo”. Così cerco gli echi del mio antico viaggio e di quelli successivi e mi lascio avvolgere e cullare dall’amico sole agostano.
Fiumedinisi ( Flumen Dionisyi)
A sera siamo a Fiumedinisi. Due passi da Messina. Sui monti Peloritani. Mille anime più o meno. Tutte protese verso il palco dove il profeta ancor giovane e pieno di sacro furore canta una storia di valige di cartone grazie alle quali la gente si è riscattata. Adesso è il tempo dell’orgoglio, urla nel microfono. “Basta partire. Siamo tutti qui. Non facciamo guerra a nessuno ma ci prendiamo quel che ci spetta. A cominciare da casa nostra” è una filastrocca a metà tra una declamazione rap ed una nenia antica.
Il palco è a ridosso della valle che precipita tra i monti Peloritani. Davanti la piazza gremita. Su un lato, meravigliosa quinta, la chiesa matrice, dedicata a Maria Santissima Annunziata, dignità di cattedrale, impostazione romanica, rifacimento barocco, una torre campanaria compatta, incastonata nella facciata e incuneata nella navata laterale con l’intreccio dei pesi che regolano l’orologio esterno ed una scaletta in pietra lungo il muro perimetrale interno che giunge sin lassù dove vi sono le campane che tengono il conto delle ore.
Alle spalle i monti con il fiume che diventa lago pronto ad accogliere il bagno del capo e di quanti lo vorranno seguire, come Mao Zedong al tempo della lunga marcia, nel rito iniziatico-propiziatorio. Ai lati, le viuzze che salgono.
Di fronte l’unico bar con i tavolini ormai pieni di avventori che hanno invaso la piazza. La luce blu, celebrata dal nordico cineasta Bergman, si spande appena a ridosso dell’imbrunire e diffonde una nota magica che immerge il paese in un’atmosfera addirittura struggente. Sembra che il cielo attraversato da una candida luna ormai giunta a metà del suo percorso, lo voglia rapire e stagliarlo nel sogno.
Guardo la Chiesa. Osservo la piazza, contemplo i monti, mi aggiro tra la gente seduta ai tavolini, rilassata e piena di fiducia che è oltre la speranza.
Le ore scorrono scandite dall’orologio della torre. È sera inoltrata ormai. Quasi notte. Il profeta sul palco sprizza energia dagli occhi oltre che dal viso e da tutto il corpo teso come una corda di violino. Schiocca sibilanti scudisciate sugli sfruttatori di ogni parte e di ogni credo e raccoglie complicità a palate dai suoi concittadini che lo acclamano.
“Basta emigrare” canta o declama e quelli applaudono fino a spellarsi le mani. Ci sono molti giovani anche e gente che viene da tutte le parti della Sicilia. C’è gente, come noi, che arriva dal Sud. Qui sta succedendo qualcosa, ci ammoniscono.
In un paesino di mille anime quel signore ha fondato un partito che vuole far rinascere la Sicilia e, tutto intero, il Mezzogiorno e, perché no, anche l’Italia. Inonda con la sua volontà di potenza quanti entrano nella sua orbita e costoro lo ripagano con una fede totale ed assoluta. Ingenua e carica di speranze.
Un fenomeno antropologico che azzera una rassegnazione sociale lunga decenni, che dico, secoli. Dalle due del pomeriggio, la gente sale, come in un pellegrinaggio iniziatico, lungo i tornanti che avvolgono Fiumedinisi per partecipare al rito comunitario e parlare, ascoltare e parlare con l’uomo che sprizza forza da tutti i pori e semina fede da ogni verbo.
Qui arrivarono i Greci e si insediarono, mi raccontano in tanti. Mi dicono che nel fiume sacro a Dioniso scorresse polvere d’oro. E la città di Fiumedinisi crebbe.
Gli Arabi terrazzarono i monti e i Cristiani innalzarono la cattedrale e nobili e plebei la resero patria di tutte le genti lì confluite prima che si spopolasse, come tutto il Sud, fino a lasciarla diventare un paese fantasma. E quel signore canta, incita e fa anche il comizio finale. “Ci riprendiamo quel che è nostro” urla nel microfono mentre tutti applaudono rapiti, estasiati. Io immagino ingenuamente che voglia riferirsi alla bellezza, alla civiltà mediterranea, alla cultura dei popoli che qui si sono mischiati diventando comunità.
E la vecchia chiesa di Maria Santissima Annunziata lascia fare. Quieta, immobile come le sfere dell’orologio sulla torre che si muovono lente a contare un tempo che non si è mai fermato anche quando qui non veniva nessuno.
È il Pensiero meridiano che torna a fare capolino. Il pensiero meridiano? Si, lo puoi trovare qui, questa sera, sparso in questa piazza come nelle feste di Paese, con la banda, le luminarie ed i fuochi di artificio a mezzanotte.
… La tradizione delle luminarie… La tradizione della banda… La tradizione dei fuochi di artificio.
Per una volta all’anno, si potevan rompere le rigide regole del vivere contadino, ma con misura, ovviamente ed entro i limiti del giusto. D’altronde la festa del patrono arrivava una volta all’anno ed in estate, quando il paese tornava a riempirsi con gli emigranti che tornavano per le ferie.
A Sud la festa era il momento della quiete, del convivio e del lento andare.
La domenica e il Natale, la Pasqua, il Corpus Domini e la ricorrenza del Santo Patrono erano feste comandate.

I contadini indossavano il vestito buono per andare a messa ed a mezzogiorno vi era il pranzo con tutta la famiglia. La pasta fatta in casa con il grano stipato nell’ammezzato che dilatava lo spazio striminzito di casa, molito per l’occasione e raccolto dentro ad una nuvola bianca in cui volteggiava il mugnaio anch’egli di bianco vestito, il sugo rosso dei pomodori freschi con il verde basilico se era estate, o la salsa preparata nella bella stagione se era inverno, magari un pollo o un coniglio allevati nell’orto e fatti passare a miglior vita all’insaputa dei bimbi che con quelli ci giocavano, accanto alle immancabili verdure ed in sostituzione delle solite polpette di pane e formaggio impastate con qualche uovo. O il pesce appena pescato, sarde e sgombri o vope e aguglie.
In occasione della ricorrenza del santo patrono, ogni quattro o più anni, il capofamiglia si concedeva il vestito nuovo che sostituiva quello ormai vecchio e già rivoltato e lo faceva per sé e per gli altri componenti la famiglia, moglie e figli. Vi era la messa mattutina da onorare con il predicatore chiamato a tessere le lodi del santo con un sontuoso panegirico, senza contare la processione pomeridiana alla vigilia e le luminarie con la banda che duravano per due giorni, a volte tre.
E si usciva tutti insieme a passeggio per le vie del paese illuminate come fosse mezzogiorno, oltre che trasformate in fantasmagoriche città lontane e mai viste. E poi la sera c’era la banda in piazza che suonava sulla grande cassa armonica, bella e splendente come e più di un vero teatro di città. E sulla piazza vi erano i tavolini con i camerieri dei bar che andavano e venivano.
La festa di paese
La piazza del paese con le luminarie e la cassa armonica era irriconoscibile.
Le case intorno erano scomparse ed al loro posto erano comparse grandiose scenografie con migliaia e migliaia di lampadine colorate .
Era diventata piazza San Marco come a Venezia o Piazza San Pietro come a Roma o addirittura Parigi, Las Vegas e chissà cos’altro!
Al centro l’orchestra chiusa in alto dalla cupola che la faceva sembrare una specie di immenso tabernacolo tutta saettante di rubini e smeraldi, brillanti e diamanti da incantare.
Ed i contadini per una volta sognavano, seduti ai tavolini ad ascoltare le arie d’opera interpretate dalla banda, tutta fiati, piatti e gran cassa.
La Traviata e Rigoletto.
La Lucia di Lammermoor e l’Elisir d’Amore.
La Tosca e Turandot.
Il Barbiere e Guglielmo Tell…
Le conoscevano bene. Da veri intenditori.
Avevano preso ad ascoltarle anche alla radio ed a viverle al cinema e facevano i confronti e, di loro, ci mettevano le parole, che avevano ormai mandato a memoria, sulle note della cornetta che interpretava le parti del soprano, del bombardino e del trombone che echeggiavano quelle del basso e del baritono, del flicorno, dell’oboe e del corno inglese che proponevano gli acuti del tenore e così di seguito.
Per la festa del Patrono che capitava sempre in estate, tornavano anche gli emigranti che poi erano tutti giovani, già fidanzati o pronti a fidanzarsi prima di ripartire per dare un senso al loro sacrificio fuori di casa e riempire il tempo vuoto. Erano figli di contadini e contadini essi stessi e quindi abituati a scandire la loro vita sui tempi della terra e in armonia con le stagioni. Un po’ come preparare la campagna in autunno e seminarla in attesa di mietere in giugno o mettere a dimora le piantine dell’orto intorno alla ricorrenza di San Marco in Aprile per raccogliere i frutti in estate.
L’attesa per essi non era tempo sprecato.
Era un tempo pregno di futuro.
Era il tempo della preparazione.
E anche con la vita funzionava così.
Si fidanzavano e partivano ma avevano il cuore in pace e la consapevolezza di lavorare fuori casa e fuori paese, in fabbriche ostili e cantieri inospitali, per guadagnare quanto bastava per farsi una casa al paese e mettere su famiglia. E la partenza, pur dura e piena di dolore, diventava sopportabile anzi piena di speranza se tu eri fidanzato.
Devi avere un progetto nella vita come per i campi e sapere che devi seminare per mietere e che devi lavorare per raggiungere uno scopo.
Le famiglie ed il paese si erano riempite di nuovo e mentre la banda suonava, andava in scena la nostalgia e prendeva corpo l’idea di tornare e mettere in piedi un’impresa qui. “Basta emigrare” intanto proclamava il profeta sul palco. Quelli, all’estero, avevano imparato il mestiere e gli stessi padroni li incoraggiavano nei loro propositi.
Ed intanto Rigoletto pregava e minacciava, la Traviata si redimeva, Lucia impazziva ed il Barbiere se la rideva, Tosca si vendicava e Turandot finalmente si innamorava e la gente di Fiumedinisi sognava.
E la conversazione procedeva a mozziconi per ascoltare le arie più famose e toccanti o entusiasmanti mentre la gente andava e veniva lungo la strada principale che dalla piazza menava alla chiesa o alla villa, che poi erano i giardini comunali e che erano stati trasformati, pure quelli, in una galleria luccicante e variopinta, strabiliante e piena di bancarelle.
Poi l’orchestra annunciava la marcia trionfale dell’Aida.
Quanti, tra i ragazzi, erano sciamati di qua e di là la riconoscevano e si passavano la parola…
“Stanno arrivando le trombe egiziane, corriamo”. Anche i grandi tacevano. I solisti delle cornette si erano alzati in piedi.
Tre da una parte e tre dall’altra, rivolti verso la piazza gremita.
Sul podio il Maestro a dettare il tempo ed il ritmo.
L’orchestra si era zittita nell’istante immediatamente precedente quello in cui le trombe egiziane erompevano nei loro squilli trionfali.
Anche il profeta si era fermato un attimo per prender fiato e caricare di meraviglia quanto andava proclamando.
I bambini, avevano sospeso i giochi e si erano assiepati sotto il palco.
I grandi avevano smesso di parlare, anche i camerieri si eran fermati.
Gli squilli echeggiavano dappertutto, alteri, ad annunciare il trionfo del vincitore.
Le lunghe trombe d’argento si alternavano, prima le une poi le altre, quindi procedevano insieme, ed ancora si sovrapponevano, le une con le note brevi ed intermittenti, le altre con quelle continue, interminabili, che scaldavano il cuore mentre tu pensavi che sarebbe bello non finissero mai. Ed intanto il maestro disegnando per aria un ampio cerchio con tutte e due le braccia, significava che bastava.
Il profeta dal palco urlava per un’ultima volta “ ci riprendiamo quello che è nostro” e dava il segnale d’inizio della festa con i volontari schierati davanti agli stand gastronomici. Per un attimo si era fermato a rimirare il suo popolo, o il suo trionfo come un novello Radames pronto al sacrificio.
Le chitarre elettriche avevano taciuto. Anche la fisarmonica e le tammorre si eran fermate. Mentre saliva il brusio del popolo di Fiumedinisi.
Le trombe egiziane erano state pure esse riposte e la melodia veniva riproposta dall’orchestra per un’ultima volta.
I bambini riprendevano a correre di qua e di là. I camerieri tornavano a chiedere e portare ordini, i giovani a rimirare le bellezze femminili spuntate, d’incanto, nei paraggi a suggerire o consolidare l’idea di un qualche appuntamento prima di ripartire e le famiglie riprendevano a scherzare felici per una volta e dimentiche degli affanni e delle fatiche.
Il santo patrono e la banda avevano fatto il miracolo anche quest’anno. E lo avrebbero fatto anche l’anno a venire. “Ci rivedremo tutti qui di nuovo l’anno prossimo” intanto prometteva il profeta.
E nel frattempo grandi e piccini, a scuola o a bottega, nei campi e nei cantieri, al paese o all’estero avrebbero di tanto in tanto canticchiato le arie d’opera in attesa della banda, di nuovo, l’anno prossimo, questa volta con la fidanzata accanto, magari e in tutti sarebbe riecheggiato il grido “e ci riprendiamo quel che è nostro”.
La rinascita del Mezzogiorno comincia dalla memoria dei suoi borghi dispersi nelle terre di mezzo, incastonati tra le valli ed i monti. Non solo. Anche la rinascita del Paese intero ricomincia dalla riscoperta dei suoi territori. E la salvezza del Mondo dipende dal ritorno della memoria primordiale e dalla riscoperta dei valori ancestrali. Tutta roba racchiusa nel pensiero meridiano che si è accumulato nella dimensione mediterranea, dalla notte dei tempi.
Ha ragione da vendere il giovane profeta, energico, asciutto, con gli occhi che saettano e la voce che sferza come uno scudiscio. È da qui che parte la rinascita del Mezzogiorno. È qui che è custodito l’antidoto per salvare il mondo dal veleno del consumismo che ha trasformato il villaggio globale in un caravanserraglio e magari scongiurare la glaciazione prossima ventura.
A notte fonda il novello Radames dà appuntamento a Taormina che ha da poco conquistato divenendone primo cittadino. Per disegnare il futuro da festeggiare con i compaesani e chi ci sarà l’anno prossimo e negli anni a venire.
Dai Monti Peloritani al mare immenso osservando l’Etna
È prima mattina quando scendo nella hall dell’albergo fronte mare. Siamo a Roccalumera. Abbiamo lasciato a notte fonda Fiumedinisi ed i monti Peloritani e siamo scesi al mare.
Roccalumera si distende lungo la costa ionica. Qui la spiaggia domina incontrastata. Anche un po’ monotona. Di fronte la poderosa sponda calabrese movimenta il panorama mentre verso l’interno, appena più in là, il paesaggio torna ad inerpicarsi e di nuovo diventa aspro e variegato. Sale sui colli, ridiscende a valle, si incunea tra ripidi dirupi, i cocuzzoli mostrano rocche, castelli e paesi abbarbicati in cima e, su tutto, un cielo azzurro che si tuffa nel mare profondo, dove il mare è mare, come dice Stefano d’Arrigo nel suo Horcynus Orca. Profondo ed imperscrutabile, come un pezzo di Oceano infinito.
Più in là Letojanni, l’antica Naxos fatta rivivere in Giardini Naxos, la cittadina erede della gloria passata e depositaria della superstite naturale bellezza. Nel 735 prima di Cristo, racconta Tucidite, da quelle parti arrivarono i Greci e vi fondarono la loro prima colonia e la chiamarono Naxos che evocava l’Egeo ed il mito di Arianna che proprio a Naxos, mentre dormiva fu abbandonata da Teseo reduce da Creta dove aveva ucciso il Minotauro liberando Atene dalla maledizione di Poseidone. Venivano dall’isola di Eubea, da Calcide per la precisione, ma vi erano anche Ioni e Dori tra loro loro e giunti sulla sponda orientale dell’antica Sikelia vi si insediarono, ricacciando i Siculi sui monti. E proprio sul Monte Tauro, dopo la distruzione di Naxos ad opera di Dionisio primo, tiranno di Siracusa, i superstiti coloni greci con i Siculi fondarono Taormina e divennero Sikelioti.
E in alto, in cima al monte, superba ed orgogliosa, solitaria Taormina sovrasta ancora oggi il mare immenso che si distende ai suoi piedi. È lì che siamo diretti per ascoltare il profeta di Fiumedinisi ed osservare il popolo che si assieperà intorno a lui.
I Monti Peloritani han ripreso il sopravvento sul basso litorale e corrono verso la piana di Catania per cedere il passo all’Etna che tutta intera guarda la Sicilia dai suoi tremila metri con gli armoniosi pendii che la percorrono tutta e che un tempo la impreziosivano rendendola fertile e ricca d’acqua, mi dice Ninni, un mite intellettuale, medico di Catania che per nulla al mondo baratterebbe la sua tenuta sui Monti Rossi, le due montagne ricche di ferro e belle come generosi seni femminili, spuntate sulle pendici del Vulcano all’epoca della grande esplosione del 1669 che seminò distruzione e morte creando tuttavia un palcoscenico da cui si poteva ammirare una Sicilia mai vista. Oggi l’Etna è tranquillo. Nessun pennacchio di fumo si leva verso il cielo né alcun torrente di lava scorre sui suoi fianchi. L’aria è tersa ed invita lo sguardo ad osare. In cima, tra le cavità più profonde, Efesto aveva la sua fucina a disposizione degli dei. Lì forgiò lo scudo di Achille che fermò la lancia di Ettore e le armi invincibili che all’eroe troiano, per volere del fato, procurarono morte gloriosa e immortale onore di pianto. Dalla sua grotta a perpendicolo sul mare, Polifemo, accecato da Nessuno, provò a fermare la navigazione di Odisseo, aiutato da Poseidone suo padre che gli infuse forza di natura divina a sradicare un intero pezzo del monte ed a scagliarlo verso la nave superstite del re di Itaca, ancorata in fondo alla baia dove, per fortuna dell’umanità, faceva buona guardia Athena che proteggeva gli uomini coraggiosi ed assetati di conoscenza. I faraglioni di Acitrezza nacquero dalla furia di Polifemo e dalla pietà di Athena che frantumò lo sperone roccioso mandando gli enormi massi a conficcarsi lungo la costa più in là, lontano da Odisseo.

Lassù, tra dirupi ed anfratti, grotte e crateri, la montagna pietosa, allorquando il mondo conservava ancora la sua dimensione primordiale e gli uomini coltivavano i valori ancestrali, accumulava neve ed acqua che poi lasciava fluire, attraverso i canaloni scavati dalla lava, in tutte le direzioni verso la superficie isolana, rendendo felice la gente che vi abitava e scolpendo in ogni dove giardini-paradiso. Così, i Saraceni chiamavano la lussureggiante vegetazione che ricopriva le pendici del Vulcano. Essi qui si erano insediati sin dal decimo secolo lasciando, dopo la loro partenza, più di qualche traccia ancor oggi visibile non solo nell’architettura e nella gastronomia ma anche nella cultura e nel pensiero coltivato nella sua dimensione meridiana più elevata. Non per niente in Sicilia si erano insediati i Greci che quel pensiero, intriso di senso del limite e della misura, elaborarono dopo averne trasfuso la quintessenza nella loro stessa vita oltre che nella organizzazione delle Polis da loro fondate.
Con Ninni discutiamo dei nobili retaggi antichi e delle evidenti falle contemporanee che mettono a dura prova quest’Isola un tempo incantata ed oggi sofferente, violata, come del resto l’intero Mezzogiorno, essendo stati privati, l’una e l’altro, del respiro Mediterraneo e costretti ad inseguire, con l’espatrio a settentrione dei loro ragazzi, le aberranti frenesie consumistiche del caravanserraglio a cui è stato ridotto il villaggio globale che sta soffocando il pianeta.
Percorriamo l’antica strada nazionale che da Messina conduce a Catania, arrampicandoci sui monti e scendendo a valle, accarezzando il mare e correndo incontro al sole. È una strada stretta, roba inconcepibile per la modernità che in Sicilia presenta più di qualche limite oltre che qualche contrasto, anzi molti striduli contrasti che tuttavia possiedono un risvolto assai suggestivo e ricolmo di struggente nostalgia.
Qui autostrade e ferrovie sono un tormento e spesso disegnano autentiche vie crucis o percorsi di guerra, se più vi piace. Eppure la lentezza è il grande fascino di questi posti. La lentezza dettata dal sole meridiano, declinata dalle stagioni e dai ritmi della terra che rendono unico, come un grande continente, tutto intero il Mediterraneo.
Ci siamo mossi dall’albergo di prima mattina e ci siamo lasciati alle spalle il mare. Sui monti ci attende Taormina, dove il gran sacerdote di Fiumedinisi ha dato appuntamento a curiosi, fedeli e sostenitori per celebrare, al cospetto della gloria passata e della natura ancora incontaminata, il rito del recupero dell’orgoglio frustrato e professare, come indomiti catecumeni, il credo nel riscatto futuro cercato, ahimè, nelle pieghe purulente dello sviluppo globale che disconosce il pensiero meridiano in esso radicato. Di certo gloria e bellezza mi sopraffanno. Non so se il resto, che ha che fare con la decaduta politica, riuscirà a impressionarmi, conquistarmi, meravigliarmi o addirittura coinvolgermi.
Roccalumera
Prima di imboccare la vecchia statale risaliamo il paese di Roccalumera per un centinaio di metri e sbuchiamo dentro ad una stradina che ci conduce all’interno dell’abitato prima di confluire sulla nazionale che è anche il corso della cittadina nel tratto che la percorre e la attraversa.
Su di esso si affacciano linde e ordinate le case del Paese. Sono tutte abitazioni a pian terreno, ad un piano. Massimo a due. E danno un senso di armonia che poi è l’armonia che mi è capitato di avvertire nelle terre di mezzo di tutto intero il Mezzogiorno ed anche nei villaggi in riva al mare lungo le coste pugliesi.
Il rischio sismico qui ha aiutato ad evitare gli obbrobri dei palazzoni che ho incontrato su alcuni tratti della costa ionica della Calabria, tanto meravigliosa quanto troppo spesso violentata, ma è soprattutto la millenaria cultura contadina e pastorale in uno con quella, non meno solida, dei pescatori che non tollera casermoni e alti palazzi. Qui ciascuno vuole essere padrone e re a casa sua ed in simbiosi con la terra, per cui le abitazioni devono vivere ben radicate al suolo, riscaldate dal sole e rinfrescate dal vento e tempestate d’azzurro dal mare e dal cielo mentre dai monti arrivano le fresche ombre dei boschi ed il fruscio sonoro della macchia mediterranea.
Ci fermiamo.
Ai bordi della nazionale che attraversa Roccalumera, sorge, poderosa e superba la Torre Saracena. Una possente rocca cilindrica che si eleva al cielo e scruta il territorio. Anzi scrutava il territorio. Già al tempo della conquista araba, in forma più umile, essa faceva buona guardia, avvertendo abitanti e soldati di eventuali pericoli ed offrendo anche rifugio alle gente del contado. Poi, nei secoli successivi, assunta l’attuale possente conformazione, divenne sentinella tra sentinelle, contro le scorribande degli antichi conquistatori che alla Sicilia non avevano mai smesso di pensare come alla loro terra promessa che intanto era divenuta patria di Normanni e Svevi, dominio di Angioini e Aragonesi, possedimento Spagnolo, financo Sabaudo, prima di confluire nel regno di Napoli, rinominato Regno delle Due Sicilie e divenire oggetto della conquista garibaldina e parte del neonato Regno d’Italia. Essa montava buona guardia anche contro le mire dei vicini, feudatari e nobili castellani che, indifferenti ai pericoli esterni, si davano battaglia per la supremazia casalinga magari da offrire ai potenti che da ogni parte d’Europa arrivavano qui, nella terra da dove si poteva controllare il Mediterraneo. Persino dai monti di Fiumedinisi arrivavano frotte di cavalieri ad assediare la Torre per impadronirsene e controllare il litorale. Ma la torre era pressoché inespugnabile e olio bollente e cannoni tenevano a bada i prepotenti.
Adesso sta lì mansueta, esibendo la sua inutile possanza a beneficio degli abitanti di Roccalumera che l’hanno assunta a loro simbolo dopo averla liberata di ogni piglio guerresco e dopo averla confidenzialmente circondata con le loro case come fosse parte di esse, o loro stesse sue pertinenze. La sua presenza è oggi inglobata nell’abitato di Roccalumera che costringe a ricomporne felicemente la vista frammentata tra le costruzioni, fortunatamente basse, che si sono disposte da un lato e dall’altro della strada. Ma è comunque un gran colpo d’occhio.
La torre scandiva il tempo di Roccalumera. Essa era meta del gran tour che signori, artisti, scrittori, musicisti e avventurieri provenienti da tutta Europa, compivano nelle antiche terre del Sud e della Magna Graecia a completare la loro formazione o a trarre ispirazione per le loro opere o la loro vita inebriandosi di luce e di bellezza incontaminata. Oggi è il riferimento del parco letterario ispirato al poeta Salvatore Quasimodo, premio Nobel per la letteratura che a Roccalumera nacque recando con sé ovunque il ricordo della Torre Saracena.
Ad essa il Poeta non cessava di rivolgere i suoi passi e posare i suoi occhi. Da essa traeva intima consolazione. Torre di Quasimodo da allora è stata anche rinominata. E lì che egli ricostruiva i tanti sogni a rovescio che troppo sovente segnano lo spietato dipanarsi della vita umana. Lì dedicò all’amato fratello, troppo prematuramente scomparso, che con lui vi correva in bicicletta a perdifiato fino a raggiungerla, il suo struggente pensiero per un sogno interrotto sul più bello.
Su una lastra di marmo attaccata alla torre vi è incisa la poesia di Quasimodo per il fratello morto. “Vicino ad una torre saracena. Per il fratello morto” è il titolo. Ninni inizia a leggere. Io ascolto, assorto, mentre il sole comincia a salire ed una leggera brezza ci accarezza. Chissà perché non abbiamo fretta di raggiungere i nostri compagni in viaggio ad incontrare il profeta dal piglio competitivo conosciuto a Fiumedinisi, ieri sera. Mi rendo conto che il riscatto di questa terra, ma anche di tutte le terre del Sud non dipende dall’ orgoglio da mettere nella competizione per lo sviluppo come se l’orgoglio fosse benzina e lo sviluppo un’auto in corsa. Esso, al contrario, è legato alla capacità di riscoprire la propria dimensione meridiana e mediterranea. Il mondo intero, anzi, mi dico, avrebbe bisogno di un bagno in essa per riscoprire il senso del limite e della misura che sono gli unici antidoti per salvarlo, questo mondo, dalla corsa verso il baratro scavato dal consumismo becero e fine a sé stesso. Anzi no, finalizzato ad alimentare la maledetta spirale della inutile produzione che spinge allo spreco ed alla distruzione per tornare a produrre al solo scopo di soddisfare la fame insaziabile della speculazione affamata di soldi e potere da quelli assicurato. Sorrido tra me e me, pensando che forse Taormina, che ci accingiamo a raggiungere tra poco, sta riportando in superficie un ragazzo dalla zazzera arruffata che vi era giunto con le tasche vuote e la testa piena di idee rivoluzionarie. E mi sento in pace con me stesso, mentre Ninni declama per me la poesia di Quasimodo.
“Io stavo ad una chiara/ conchiglia del mio mare/ e nel suono lontano udivo cuori/ crescere con me, battere/ uguale età. Di dèi o di bestie, timidi/ o diavoli: favole avverse della/ mente. O forse le attente/ morse delle tagliole/ cupe per volpi lupi/ iene, sotto la luna a vela lacera/ scattarono per noi/ cuori di viole delicate, cuori/ di fiori irti. O non dovevano crescere/ e scendere dal suono: il tuono tetro/ su dall’arcobaleno d’aria e pietra,/ all’orecchio del mare rombava una/ infanzia errata, eredità di sogni/ a rovescio, alla terra di misure/ astratte, ove ogni cosa/ è più forte dell’uomo.
Taormina
Ninni è gentile. Mi racconta la storia della Torre, da quando la costruirono i Saraceni e le diedero nome Fakhar, ossia potente, poi divenuta Ficarra nella denominazione popolare. Mi mette a parte dei dolori di Quasimodo, della sua partenza e dei suoi ritorni e del problematico recente tentativo di far rivivere la sua poesia nel parco letterario a lui intitolato. Mi conduce ad ammirarla in tutte le sue sfaccettature tra le case che la custodiscono. Mi racconta della ferita del poeta mai del tutto rimarginata per quell’impossibile sogno familiare vissuto a rovescio. Coglie il mio sguardo attento, affamato di storie, sitibondo di conoscenza come Ulisse e con una decisione improvvisa imprime una sterzata all’auto e, cambiando direzione, mi propone, piuttosto che raggiungere l’autostrada, di tornare sulla vecchia statale.
Mi dice che raggiungeremo Taormina attraversando i Monti Peloritani che tornano ad essere aguzzi e frastagliati appena oltre Roccalumera e formano un paesaggio duro quanto affascinante che precipita in continue gole e forma, lungo la costa, un rosario ininterrotto di baie, sovrastate da speroni di roccia che precipitano a picco sul mare. Probabilmente ci perderemo qualcosa delle celebrazioni nel parco trasformato in chiesa dal profeta del riscatto Siciliano, ma va bene così, ci confortiamo a vicenda, mentre io gli sono grato dal profondo del mio animo. Il riscatto non è nei proclami ma nella conquista, attimo dopo attimo, della bellezza che ci circonda e della vita che ci possiede.
Lungo il percorso dappertutto i fichi d’india incorniciano la linea dell’orizzonte che prende forma tra cielo e mare.
Il mare, in fondo, è punteggiato da barche piccole e grandi. Man mano che ci spostiamo verso Letojanni, Naxos e Taormina si intravedono possenti yacht alla fonda.“Prima dell’invasione dell’ Ucraina qui arrivavano i russi con navi enormi, autentiche ville galleggianti” mi racconta Ninni, mentre saliamo e ci allontaniamo definitivamente da Fiumedinisi e Roccalumera.
Stiamo puntando al cuore della Sicilia incantata che da sempre ha richiamato ricchi, nobili, scrittori, artisti, intellettuali e gente alla moda. E ragazzi che andavano controcorrente e avevano voglia di sfidare conformismi e luoghi comuni ed anche sguardi più o meno snob.
Sono venuto anch’io da queste parti quando avevo più o meno vent’anni ed ero una matricola di economia alla Federico Secondo di Napoli. Avevo tradito la vocazione per la fantasia e la magia della letteratura pensando, non so se ingenuamente o presuntuosamente, di raddrizzare questo mondo rovesciato, come diceva Quasimodo.
Senza una lira in tasca, in treno ed in autostop e sfidando fatica e fame per il gusto di immergersi in atmosfere vietate ai comuni mortali.
Adesso mentre saliamo, osservo, ricomponendo i quadri riposti da allora nella mia memoria e cercando in silenzio il mio sguardo antico su Taormina. È bella Taormina. Davvero bella. Nobile ed esclusiva. Qui Goethe approdò per il suo gran tour nella luce meridiana e nella civiltà mediterranea.
E Friedrich Nietzsche scrisse il suo “Così parlò Zarathustra” e Klimt si lasciò avvolgere dalla beatitudine dei ritmi lenti meridiani. Le dame ed i nobili inglesi e russi venivano a Taormina già nel mille settecento. Vi sostavano tra settembre e giugno snobbando l’estate che invece era il regno di giovani e ragazzi e soprattutto di pescatori e popolo che qui vivevano tutto l’anno.
Taormina mi appare così come una regina sul cui capo il tempo si avvolge come una corona senza fine. Se Fiumedinisi era un affascinante villaggio arroccato tra i monti Peloritani, Taormina è la città che li domina. Le sue vie, le sue chiese, le sue piazze, le porte antiche che la cingono ancora, testimoniano di una nobiltà ed una ricchezza consacrata dal tempo e accumulata da quanti qui vi han soggiornato felicemente. Greci e genti provenienti da ogni dove nel Mediterraneo, vi sono giunte. I Romani ne fecero un pezzo della loro grande patria. Saraceni e Bizantini vi soggiornarono. E tutti lasciarono le loro tracce.
Ed oggi gente elegante e raffinata la attraversa e la percorre. Certo il turismo ormai la fa da padrone. Ma è un turismo attento. D’altronde i palazzi raccontano una storia gloriosa, d’altri tempi mentre la cattedrale e le chiese scandiscono senza sbavature il bel tessuto urbano.
Da un balcone si sporgono verso la stretta via sottostante i vasi moreschi debordanti di piante. Sono vasi che mostrano un volto femminile ed un volto maschile. Il colore blu impresso sullo sfondo bianco consente di sfumare l’incarnato della pelle dei protagonisti ivi raffigurati ed aiuta a lasciarsi andare ed inseguire le leggende di amori impossibili, tradimenti e drammi che qui sfumano nelle essenze della macchia, nel profumo del basilico e nell’aroma acuto della menta.
È bella Taormina. Ed io mi sento attratto da essa. Come tanti anni fa. Quando vi giunsi ragazzo pieno di sacro furore anticonformista e ne rimasi abbagliato.
Ninni mi ha raccontato un sacco di cose ed io facevo cenno di si con la testa mentre inseguivo i miei pensieri. Adesso si è fatto tardi. Ninni si avvia al parcheggio, deve rientrare. Lo saluto con riconoscenza. Ci abbracciamo. Ci siamo completamente scordati del rito per il riscatto dell’orgoglio perduto predicato dal profeta di Fiumedinisi. Io torno sui miei passi e mi accingo a ripercorrere ancora una volta le vie che mi conducono a porta Messina e a porta Catania passando per la porta di Mezzo e mi sporgo dai belvedere a parlare con l’Etna ed a scrutare il mare tra i fichi d’india che mi invitano a sporgermi con attenzione per scrutare il litorale e raggiungere Catania e Siracusa. E ritrovo la mia solitudine inseguendo lo stupore di un ragazzo che qui non riusciva a staccarsi dall’idea di bellezza e dalla poesia che pure aveva tradito per una presunta rivoluzione mai giunta a maturazione. Ma forse la più grande rivoluzione, la più vera, è quella che ti conduce ad essere in simbiosi con il creato e in pace con l’umanità immersa nella dimensione primordiale e nei valori ancestrali. Che poi sono esattamente i contenuti del pensiero meridiano dettato dal Padre Mediterraneo.
Il teatro greco-romano caro a Goethe è lì ad attendermi. Ma è tardi anche per me, mi aspettano Francesco Saverio e gli altri. Sarà per un’altra volta, mi dico, con il cuore pieno di nostalgia.
Il sogno della rivoluzione
Attraverso per l’ultima volta Taormina, lentamente, gustandomi sino in fondo la sua bellezza discreta, la sua atmosfera rilassata, osservando gli sguardi della gente in cerca dei balconi, dei vasi moreschi che narrano amori impossibili, gelosie, tradimenti e vendette lasciate fluire tra gli effluvi e gli aromi mediterranei che salgono dal mare che intanto sonnecchia, laggiù, avvolto nel suo trasparente manto azzurro.
La sensualità qui trasuda ad ogni passo, ti accarezza da ogni dove. Le calde pietre color del sole, il vento amico che si insinua tra le strette vie, i balconi stracolmi di luce, l’ombra delle chiese, la leggiadria dei palazzi, il cielo terso che si tuffa nelle acque dello Ionio, ogni cosa ne esalta la carica erotica che a sua volta è intrisa di poesia, di misticismo addirittura.
Eros qui arriva direttamente dal desiderio divino e ti porta alla fusione con l’universo. Klimt vi trovò lo splendore con cui avvolgeva di luce i suoi sogni dipinti, Nietzsche si esaltò nella castità dell’amore per Lou Salomé. E schiere di ragazzi qui si sono innamorati della vita ed hanno celebrato le loro nozze con essa. Il Teatro scavato tra le pendici del monte, con il mare immenso di qua e di là l’Etna, è il luogo giusto per lasciar sedimentare la sua forza travolgente, dopo averne centellinato il gusto tra le strade del borgo.
Mi rendo conto che sto cercando inconsciamente di allungare la mia permanenza a Taormina.
Immerso in un silenzio sovrumano ovattato di solitudine, inseguo i pensieri di Goethe e ne faccio dono a quel ventenne che fui e che qui avvertì struggente il richiamo del mito, della poesia e della bellezza mentre i miei compagni mi spronavano a svegliarmi mettendomi davanti uno di loro travestito da finta ragazza, spingendomi verso il mare a nuotare e ad immaginare altre passioni ed altri incantamenti. Ed è con quelle passioni e quegli incantamenti che mi ritrovo a fare i conti nei giardini dove sono finalmente giunto per riunirmi ai miei nuovi compagni con cui stiamo cercando di capire se vi siano delle vie d’uscita che conducano fuori dalla decadenza di questa parte d’Italia che pure reca nel suo grembo i segreti della più alta civiltà ed i segni delle immense culture mediterranee che l’hanno prodotta.
Il profeta di Fiumedinisi in maniche di camicia tra i prati dei giardini comunali, sotto gli alberi maestosi, tra le fontane e gli zampilli, parla davanti ad un microfono. C’è una folla sparuta ad ascoltarlo. Niente a che vedere con la folla straripante di ieri sera. Sono persone compassate. Tra loro mi indicano una ex parlamentare della repubblica non so se delusa o in cerca di nuova verginità nella veste di passionaria al seguito del profeta. Vi sono dei consiglieri comunali, un onorevole deputato dell’Assemblea Regionale Siciliana. Arriva anche qualche rappresentante di altri movimenti politici ad augurare, in maniera subdola e compassata, buon lavoro ed a prospettare alleanze più o meno spurie e interessate. Per tutti il gran sacerdote dell’annunciato riscatto siciliano ha parole cordiali e promesse di possibili intese per fare magari qualche pezzo di strada in compagnia. Poi chissà… si vedrà.
La forza dirompente del capo che ieri sera fluiva come un fiume in piena trascinando con sé, come una marea montante, quanti si accalcavano in piazza e sotto il palco a Fiumedinisi adesso ha lasciato il passo alla razionale disamina delle cose da fare. Bisogna conquistare il potere, per riappropriarsi dei sogni, pensa a bassa voce, quasi a volersi scusare. Bisogna conquistare il potere per riprendersi quanto nei secoli è stato sottratto o trafugato, mi aspetto che urli nel microfono. Ma oggi si ragiona di alleanze, più che di passioni. Non vedo il fuoco né intravedo il piglio di Lenin, profugo a Capri, in attesa di tornare e sferrare l’attacco con la sua avanguardia rivoluzionaria. Ma al tempo di Lenin c’era la guerra in Europa, la violenza la faceva ovunque da padrona ed il popolo aveva una spasmodica voglia di rivincita, anzi proprio di vendetta oltre che di assaporare la libertà, finalmente. Adesso un popolo assuefatto alle prepotenze del potere che lo ha dapprima blandito e quindi addormentato con prebende e favori, è tutto quel che c’è, mentre ragazzi, uomini e donne, giovani e meno giovani, se ne vanno a cercarsi un posto nelle metropoli nordiche o nelle megalopoli planetarie. Anch’essi se ne sono fatta una ragione e non pensano ad alcuna rivoluzione.
A me sembra un discorso vecchio, trito, esattamente uguale a quello che declinano tutti gli altri, il discorso odierno dell’aspirante gran maestro della nuova politica che ha già conquistato Messina e adesso anche Taormina. Il potere…il potere. Per che cosa? Non certo per ridare speranza e prospettiva a chi se n’è andato o a chi arranca rimanendo. Per quello servirebbe il guizzo rivoluzionario di Lenin, la passione irrefrenabile, la poesia della rivolta. Quella cantata da John Reed nei suoi “Dieci giorni che cambiarono il mondo” o quella vissuta da “il dottor Tzivago” e quella descritta da Albert Camus nel suo “L’homme révolté” o ancora quella raccontata da Evgenij Zamjatin in “Noi”, precursore di “1984” il romanzo distopico di Orwell. Ormai il potere serve per sedersi a qualche tavolo per spartirsi quel poco che i padroni della nazione o del mondo lasciano cadere come briciole dalla tavola per essi imbandita.
Non mi ha convinto il profeta di Fiumedinisi, approdato a Taormina, benedetta dagli dei. Puoi cavalcare il desiderio di rivalsa di un popolo. Puoi impossessarti della sua rabbia accumulata, puoi addirittura avvertire la sensazione che esista una enorme prateria che attende di essere presa, conquistata. Ma se non capisci che ogni idea di riscatto deve nascere dalla voglia di liberazione di un popolo violato, misconosciuto oggi, qui, come nella Russia di Lenin ieri, se non capisci che quell’idea deve nutrirsi della cultura e delle civiltà antiche che in quel popolo sono depositate, se non ti lasci permeare dalla convinzione che devi inebriarti della bellezza che da quel popolo emana, pur nascosta e magari vituperata, se non sei disposto a vivere secondo i tempi della natura ed in sintonia con essi, qualsiasi lotta è destinata a perdersi nel nulla e qualsiasi entusiasmo a evaporare nel breve spazio che intercorre tra la notte ed il giorno. La voglia di riscatto non può essere usata come un escamotage per ritagliarti un po’ di spazio nel caravanserraglio. La devi brandire come clava per uscirtene, dal caravanserraglio, rovesciando il mondo se necessario.
E mi rendo conto che la chiave di tutto è ancora e sempre la bellezza.
Per una cosa sono tuttavia sinceramente grato al profeta di Fiumedinisi: avermi fatto intravedere comunque lo spaccato di un popolo pronto a sognare anche se per lo spazio di una notte. E sono certo che quest’angolo di Sicilia custodirà quel sogno in attesa che il Mediterraneo torni ad essere l’onfalos, ombelico, del mondo. Perché così sarà. Non possono esservi dubbi. È la bellezza del Mediterraneo, la sua dimensione di continente che da Taormina si può immaginare in tutta la sua grandezza che ci salverà. Ovviamente a condizione che gli uomini sappiano entrare in simbiosi con la natura e restare in sintonia con la compassione dell’universo. Aveva ben ragione il principe Miskin, l’ eroe idiota dostojevskiano che subì il contrappasso della violenza sempre pronta ad abbattere la bellezza se questa non viene declinata da un’umanità compassionevole.
Tengo per me questi pensieri, ma intuisco che essi non devono essere troppo lontani da quelli di Francesco Saverio, di Pietro, di Andrea che con aria perplessa sostano in piedi ad ascoltare freddi discorsi di strategie, di alleanze, di programmi rivolti ad assaltare il forte che rimane ben saldo di là, alle prossime consultazioni elettorali.
La Calabria, inseguendo il Mediterraneo
“Finalmente sei arrivato.” Mi dicono, quando mi vedono apparire quanti mi avevano dato per disperso. Io faccio cenno di sì con la testa e intanto strizzo l’occhio al ventenne rimasto a godersi il desiderio struggente di Eros che si nutre della bellezza disseminata ovunque, in questo posto. La mia scelta è ormai fatta ed è irreversibile. È accanto a quel ragazzo, i capelli arruffati, le tasche vuote, la testa piena di idee. É con lui che finalmente ho trovato la risposta giusta. Non sarà l’economia a salvare il mondo e tanto meno il Mezzogiorno, il Sud spopolato ed abbandonato. Bisognerà riportare la fantasia al potere, riprendere confidenza con la poesia e recuperare la forza redentrice della letteratura. Non è semplice e non sarà facile ma è l’unica strada, almeno per me.
La straordinaria grazia di Taormina è una potente leva, come immagino lo fu l’incanto di Capri per Lenin. E mi conforto dicendomi che il mondo di questi tempi ha un disperato bisogno di poesia. Perché deve tornare a sognare più che continuare a correre dietro ad idoli blasfemi ammanniti da potenti miscredenti ed idolatri. Ci ho impiegato molto tempo, decenni addirittura, per rendermene conto e mi sento in pace mentre avanza, a grandi passi, la fantasia che quel ragazzo ha ben custodito e che ora è pronta ad esplodere. E argomento tra me che questa storia è l’esatta metafora del Mezzogiorno e del Mediterraneo tutto quanto.
Non serve inseguire il falso benessere di quanti hanno spostato lungo le coste, a nord dei Mari e degli Oceani, gli equilibri del mondo imprigionandolo in un villaggio globale divenuto Caravanserraglio violento e privo di amore, di desiderio, di passione e compassione. È recuperando quei sentimenti, vivificandoli con il senso del limite e della misura sancito dai Greci come lascito sempiterno del Mediterraneo, che il Sud ritroverà se stesso. Il Sud ed il mondo intero.
Andrea ci riaccompagna, a me e Francesco Saverio, a Messina. Pietro se ne torna a Palermo, Ninni è già in viaggio per Catania e tutti han preso la strada di casa, salvo il fustigatore del potere costituito che qui continuerà ad elaborare i suoi piani nel tentativo di eroderne qualche spicchio. Noi Abbiamo un treno che ci attende a Villa San Giovanni. Arriveremo per sera a Napoli ed il pensiero di riattraversare la Calabria mi riempie di buon umore.
Lasciata la Sicilia, la percorreremo in salita e questa volta intendo gustarmela pienamente avendola trascurata in discesa. Eravamo troppo presi dall’idea di capire cosa bolliva tra Messina e Fiumedinisi, Roccalumera e Taormina, Siracusa, Catania, Palermo e tutta intera la Sicilia.
La Calabria ci viene incontro mansueta e nel contempo riottosa ed io mi lascio sopraffare da questa terra dove, come in Sicilia ed in tutto il Sud, approdarono i Greci e prosperò la civiltà romana, gli dei si compiacquero di benedirla, la cultura mediterranea vi trovò casa, i bizantini vi crearono le loro abbazie e i barbari conobbero il calore del sole. Artisti ed intellettuali la cercarono. Herman Esse, Paul Klee e Kandinsky vi scoprirono la luce meridiana ed il colore mediterraneo nel loro viaggio alla scoperta della Fata Morgana nel deserto del Sahara.
Più sù, nel punto in cui si chiude ad istmo tra lo Ionio ed il Tirreno emulando la dimensione insulare, i Feaci crearono il regno della prosperità e della concordia, Nausicaa cullò il suo virginale anelito d’amore e Odisseo vide concretizzarsi, per la generosità di Alcinoo e la benevolenza di Athena, l’approdo ad Itaca.
In fondo, dalla parte opposta si stende la Costa Viola che a Reggio Calabria anima il più struggente spettacolo del Mediterraneo e Scilla sulla sponda calabra con Cariddi su quella siciliana, si osservano evocando il mito antico dei mostri che ai naviganti procuravano morte terribile tra i marosi che ingoiavano le navi contese con rabbia furiosa.
Tra Scilla e Cariddi quel mito antico si sarebbe rinnovato a distanza di alcuni millenni ad opera della blasfema guerra nazi-fascista che come l’orca assassina immaginata da Stefano d’Arrigo nel suo monumentale “Horcinus Orca”, avrebbe preso a seminare morte e distruzione dove pescatori, tessitori di palamite e maestri d’ascia avevano costruito un’oasi di pace.
Più su ancora c’è Bagnara. Dalla piccola insenatura, con un gozzo armato di remi e vela, i fratelli Florio, partirono per raggiungere Palermo. Avevano perso tutto. Il terremoto aveva distrutto la loro casa. Era rimasta loro solo quella barca. La riempirono con quel che avevano, vi salirono con le loro famiglie e orientarono la vela verso la Sicilia inseguendo un sogno, come tutti coloro che partono, d’altronde.
La terra calabra intanto continua a scivolare lenta e sonnacchiosa, malinconica e muta, deserta, indifferente addirittura, si direbbe.
Siamo saliti sul treno a Villa San Giovanni, direzione Napoli, che erano le tre pomeridiane. Corriamo incontro al sole che andrà a tramontare tra i promontori che si inseguono là fuori al di là del mare davanti a noi. Il finestrino sarà il nostro palcoscenico.
E mentre il treno scorre lasciamo sedimentare i pensieri mediterranei di cui è impastato il Sud.
Ci siamo portati in Sicilia sulla scia delle notizie che da quella parte montavano come marea con la luna piena. E come fecero i Savoia sicuri di mietervi facili successi, anche noi ci siamo messi sulle tracce di un personaggio improbabile, un emulo di condottieri d’altri tempi che magari avrebbe trasformato in vento impetuoso i flebili fermenti dell’isola. Impresa rivelatasi più ardua di quella di Garibaldi, anzi impossibile e fuori dalle corde del nostro eroe ma anche del popolo dei fedeli che si stringevano intorno a lui, ahimè. La liberazione del Sud, che speravamo cominciasse anche questa volta dalla Sicilia, è rinviata a data da destinarsi.
E intanto attraversiamo la Calabria a ritroso.
Bellissima e dolente, in essa i fremiti d’orgoglio si sono rintanati nell’anima individuale di quanti sono partiti, perché per il resto domina l’ignavia istituzionale e collettiva, espressione o frutto del potere che tiene in ostaggio questa terra.
Il treno corre lungo la costa tirrenica e si incunea tra il mare ed i monti, aprendo visioni, suscitando emozioni e regalando suggestioni di forte intensità.
Solo due giorni or sono ci siamo lasciati alle spalle Napoli e le terre del Cilento, e ancor prima, per quanto mi riguarda, la Messapia e la Puglia, diretti verso sud. Non è l’alta velocità, quella che tocca i trecento chilometri e passa e che ti impedisce di guardare e di vivere il territorio. Qui siamo ad un picco che non supera i 140 km orari ma che di norma si attesta ad una velocità di crociera assai più bassa che, grazie a Dio, ti invita a spingere lo sguardo oltre il finestrino.
Il Tirreno è generoso ed accarezza il profilo irregolare, tutto anse, golfi e promontori della costa calabra occidentale. Sono rari gli spazi pianeggianti. Bisognerà attendere la piana di Gioia Tauro, un tempo dominata da infinite distese di agrumeti, per incontrarne. Adesso prevalgono le propaggini dei monti che più in là, verso l’interno, danno forma al tormentato dispiegarsi delle cime dell’Aspromonte dove, un tempo, mi recai sulle orme di Corrado Alvaro, più su si dispiega maestosa la Sila ricca di acqua, di castagni ed abeti giganteschi ed ancora il brullo massiccio del Pollino tempestato qua e là dagli ultimi pini loricati giunti direttamente dai tempi delle glaciazioni.
Ci siamo da poco lasciati alle spalle Reggio Calabria e Messina custodi dello stretto in cui la faglia italica e quella sicula si muovono l’una contro l’altra e dove i terremoti han fatto da sempre danni irreparabili. Ignazio Silone descrisse in toni apocalittici il drammatico terremoto del 1907. Rimasi stupito, ammutolito a leggere, ancora fanciullo, in “ Uscita di Sicurezza” il racconto di un piccolo prete che aveva lasciato il Nord e si era precipitato a portare conforto e sollievo a quanti disperati si muovevano in cerca dei loro morti non essendo rimasto nulla in piedi delle loro case. Don Luigi Orione era il nome di quel Prete e arrivava da Tortona, profondo nord sabaudo.
Il treno intanto avanza. Immagino sui cocuzzoli quel che resta degli antichi paesi. Borghi fantasma, case sventrate e strade abbandonate. È lungo il litorale che si concentra la residua antropizzazione ed è qui che si alternano le località balneari con pezzi di natura ancora incontaminati.
Saliamo verso nord. Più avanti incroceremo Maratea, avamposto mediterraneo dell’irta, difficile, Basilicata. Ci viene incontro abbarbicata sui monti che precipitano a mare. Prima sfileranno Paola, Pizzo, Lamezia Terme, Diamante, Capo Vaticano…
Dal lato opposto si dipana la costa ionica, con Metaponto, Sibari, Crotone e la gloria di un passato che attende di tornare a vivere.
Il treno procede con una buona velocità di crociera. Niente a che fare con le interminabili avventure dei decenni andati.
…
L’Odissea Mediterranea tra sogno e realtà.
Siamo arrivati a Villa San Giovanni che era ancora l’una post meridiem. Andrea ci ha riaccompagnati a Messina questa volta via autostrada. I commenti sull’avventura di poveri cristi in cerca di un capo o di un capo in cerca di truppe sono finiti. Non c’è salvezza fuori dal Mediterraneo dico. Il guaio è che i destini del Mediterraneo sono in mano a quanti il Mediterraneo voglion tenere in uno stato di minorità se non di sudditanza. Non è più il Mare Nostrum. Eppure è da lì che bisogna ricominciare, non ho dubbi.
Andrea è ripartito, diretto a Catania. A Messina noi abbiamo preso il traghetto per Villa San Giovanni. Da qui tra un paio di ore prenderemo il treno per Napoli. Abbiamo tempo per rilassarci davanti ad una bibita ben fresca mentre proviamo ad immaginare un futuro senza traghetti e senza soste con un grande ponte a scavalcare lo stretto e legare in un unico indissolubile destino, come all’epoca del terremoto ai primi del secolo passato, Reggio Calabria e Messina.
Ragioniamo sul sogno coltivato da molti siciliani e da qualche calabrese. È una costante. A sud si va avanti a forza di sogni più o meno realizzabili, più o meno tranquilli, più o meno suscettibili di trasformarsi in incubi.
Il sogno di una Sicilia unita alla Calabria, con il Mezzogiorno e l’intera penisola italica inserite a pieno titolo nel corridoio europeo che inizia a Stoccolma, passa da Berlino e finisce nel Mediterraneo dalle parti di Augusta è uno di questi.
E Rotterdam, Anversa ed Amburgo? Resteranno immobili e, senza colpo ferire, accoglieranno il tramonto del loro destino in favore delle meravigliose sorti e progressive della Sicilia, della Calabria, del Mezzogiorno? E il Mediterraneo? Finalmente diventerà esso pure Continente e, nella geografia del mondo, si proporrà come luogo di pace e di sviluppo, mentre l’Oceano Atlantico ed il Mare del Nord, il Pacifico ed il resto del mondo riconosceranno, generosamente, i buoni diritti dei popoli e delle terre che in esso si bagnano?
Gli operai dei traghetti ci guardano preoccupati come a dire “e noi? Che faremo senza i nostri traghetti?” Già, cosa faranno. Resteranno ritti a guardare il mare? Come i vecchi pescatori compaesani di ‘Ndria che avevano perso le barche a causa della maledetta guerra e pure il mare divorato dall’orca assassina e infestato dalle fere che avevano tolto loro non solo il lavoro ma anche la dignità costringendoli a nascondersi, raccattando lungo le spiagge le carcasse dei delfini dilaniati dall’orca, per sopravvivere? Loro che avevano dominato il mare dove il mare è profondo ed imperscrutabile e che mai avrebbero pensato di toccare e addirittura mangiare quella carne immonda?
Sarebbe toccato alla gente superstite ristabilire le cose, come a Ciccina Circè, unica sopravvissuta sulla costa calabrese, era toccato il compito di traghettare verso casa, da Scilla a Cariddi, ‘Ndria, al termine della sua odissea, in un mare buio come la pece attraversato a memoria sull’abbrivio dello scampanellio di una piccola campana issata a poppa e che, agitata dalle onde, ammaliava con il suo sin-din le fere che lasciavano così navigare quell’unico, piccolo scafo.
E sarebbe toccato a ‘Ndria finalmente approdato a Cariddi, scendere a Messina con i suoi compagni ritrovati uno ad uno, accettando la sfida per una regata con l’equipaggio inglese del Maltese. C’erano in palio un mucchio di soldi con cui avrebbero ricostruito le barche e le reti di tutto il paese per far tornare il mondo come era prima di quell’immonda guerra, come di certo sarebbe successo perché nessuno sapeva vogare come loro… se non fosse stato per quella pallottola sparata a tradimento da qualcuno su una nave alla fonda incapace di accettare la fine della guerra mentre ‘Ndria a prua dava il ritmo e comandava i tempi.
Già, esattamente allo stesso modo in cui Anversa, Amburgo e Rotterdam, l’Oceano Atlantico ed il Mare del Nord ed anche il Pacifico ed il resto del mondo spareranno al Mediterraneo per impedirgli di divenire Continente, Continente di pace, di progresso. E penso che han ragione i marittimi dei traghetti, tralasciando i tristi pensieri sulle faglie che possono scontrarsi …
…Impiegheremo quattro ore e mezza/cinque per raggiungere Napoli. Roba da record per terre abituate a giorni ed a notti passate negli asfittici scompartimenti dei convogli ferroviari ansimanti e sbuffanti in attesa di agganciare un secondo binario e le linee elettriche che si fermavano da qualche parte più su lungo la penisola.
Dagli altoparlanti una voce metallica annuncia, monotona e ripetitiva, l’arrivo nelle diverse stazioni ed invita a prepararsi per tempo a scendere. Il treno si fermerà solo per il tempo necessario e ripartirà immediatamente, efficiente e rassicurante o angosciante a seconda della prospettiva di chi scende e di chi sale.
Ci predisponiamo ad intercettare le poderose gru del porto di Gioia Tauro. Un gigantesco delta che si distende per un vasto territorio disegnato da un golfo che tutto lo racchiude protettivo, tra moli, lunghissime banchine, piazzali immensi, silos e depositi, palazzine e attrezzature gigantesche per la movimentazione delle merci. Qui approdano le navi porta container. Piattaforme galleggianti che ormai raggiungono i quattrocento/cinquecento metri di lunghezza, provenienti dall’estremo Oriente con merci destinate al vorace mercato europeo.
Gioia Tauro è una scommessa il cui esito è ancora in bilico. Grande porta d’ingresso in Europa o porto residuo buono per le emergenze e le merci complicate se non proprio difficili che gli altri non vogliono?
È una sorta di allegoria della Calabria e del Sud questo porto. Enormi potenzialità di sviluppo frenate da troppi interessi di chi, a nord, non vuole perdere i propri vantaggi o privilegi. Possibilità vanificate dalle assurde, irresponsabili ignavie di chi ha in mano il destino del Mezzogiorno. Prospettive compromesse dal malaffare della Ndrangheta che da Sud a Nord si diffonde come un cancro in metastasi.
È per questo che abbiamo preso, speranzosi, questo treno due giorni fa. Estirpare blocchi, rimuovere freni, scardinare pusillanimità e annullare ogni tipo di cancro che impedisce al Sud di diventare padrone del suo destino e fare i conti finalmente con quanti quel destino vogliono mantenere fermo ed immodificabile.
Il treno ha lasciato già da un po’ il fondo della penisola calabra. La Sicilia è ormai lontana. Eppure non riesco a staccarmi da Scilla e Cariddi. Ho chiuso gli occhi per seguire la lancia che da Messina, nella notte di una guerra ormai finita, conduce a casa ‘Ndria, sotto la spinta disperata dei remi affondati nel mare-mare dai suoi compagni.
Aveva concluso la sua Odissea ‘Ndria. Era giunto finalmente a casa, ma a differenza di Odisseo nessun dio o dea gli aveva assicurato il compenso di una vita felice o almeno tranquilla. Ed i suoi compagni di voga, ingoiando le lacrime, lo riportavano a Cariddi. E mi dico che non può essere questo il destino del Mezzogiorno e che in assenza di un dio benevolo e misericordioso dovranno essere i meridionali a trasformarsi in dei di sé stessi per rivendicare le loro sorti e finalmente concludere la loro odissea vivendo e non morendo. Rimanendo e non partendo. Godendo della bellezza delle loro terre e non rassegnandosi alla nostalgia. E tutto questo riscoprendo, il loro pensiero meridiano e la loro dimensione mediterranea. Perché il Mediterraneo è, e sarà sempre, il loro continente, il loro nume, padre e protettore.
…
Il treno corre lungo il binario. Incombe la sera ed ormai è prossimo l’imbrunire.
Il sole sta calando. Il cielo è striato di rosso. È uno spettacolo pieno di magia. Lungo la costa un promontorio sembra infiammarsi nei bagliori del tramonto. Anche il mare è arrossato.
C’è pace tutto intorno ed incanto. Sembra che l’universo si sia fermato in un soprassalto di meraviglia. È silenzio là fuori. Anche la voce metallica tace.
Il sole ormai sta scendendo. Il disco, sempre più incandescente, scivola dietro il promontorio. La sera avanza rapida e annuncia la notte.
A Cariddi tutti aspettano l’arrivo della lancia che riporta a casa ‘Ndria Cambria vincitore.
Ma ‘Ndria non si leverà in piedi dal fondo in cui riposa. Saranno i suoi compagni, giunti al porto, ad alzare i remi per affidare alla notte il loro compagno e promettergli che la sua Odissea non sarà stata invano perché essi la faranno vivere e la completeranno per lui e per tutti.
E mentre il sole scompare dal mio finestrino mi auguro che il Mezzogiorno tutto intero voglia alzare i remi per rendere omaggio a quanti sono rimasti sconfitti al termine della loro Odissea e promettere che non saranno state invano tutte quelle Odissee.
Fine
Epilogo
Il primo agosto del 2023 la luna non era ancora al plenilunio, ma era comunque prossima al suo punto di massimo splendore.
Ero appena tornato dalla Sicilia avendo attraversato per intero la Calabria sulla sponda tirrenica sino a raggiungere Napoli da dove ero tornato nella mia campagna, sulla costa adriatica della Messapia .
Nel viaggio di andata, mentre il treno correva verso Villa San Giovanni un gruppo di ragazze avevano preso ad evocare, entusiaste, l’approssimarsi di Bagnara. “Ecco, ecco Bagnara” si ripetevano l’una con l’altra addossandosi eccotate al finestrino mentre la costa scivolava via.
Anch’io mi sporsi…
…un gozzo era appena partito dal porticciolo di Bagnara Calabra con due fratelli che avevano messo la prua verso Palermo.
L’intera famiglia Florio era su quella barca. Vi era stato un tremendo terremoto da quelle parti. Avevano perso la casa ed ogni altra cosa. Era rimasta solo quella barca e, nella primavera del 1783, fecero rotta verso la Sicilia in cerca di fortuna e, magari, di una nuova vita, a dio piacendo.
In breve tempo divennero la più grande potenza economica dell’Isola. Tutta la nobiltà palermitana aveva dovuto inchinarsi, riverire e cercare i due fratelli Florio dopo averli per anni ignorati e addirittura ricoperti di velenoso sarcasmo.
Avevano conquistato l’Europa ed il Mediterraneo ed oscurato l’intera aristocrazia del Regno sopravvissuta a Garibaldi.
I potenti ed i regnanti di tutta Europa, Italia e Russia comprese, venivano ad omaggiare i Florio e sedevano alla loro mensa, ospiti nelle loro dimore principesche. Donna Franca, musa sempiterna e già ossessionante oggetto del giovanile desiderio di Ignazio, divenne la regina incontrastata, la prima e l’ultima regina dei Florio e della Sicilia recente. Ignazio le aveva regalato il suo regno, il regno dei Florio, per far dimenticare le origini della sua famiglia… Bagnara, il terremoto, il gozzo dalla vela quadrata, la fatica del remare…il piccolo negozio di spezie da cui tutto era partito.
L’ambizione li travolse. Il Teatro Massimo, la targa Florio, il Senato del Regno, le Tonnare di Favignana, la flotta mercantile più potente del Mediterraneo, mentre il baricentro dello sviluppo e del potere si spostava inesorabilmente a Nord, a dispetto delle frequenti visite dei reali sabaudi in quel di Palermo e la rovina prese ad incombere come un amaro destino, un macigno inarrestabile.
La stella fiat già brillava e gli armatori genovesi chiedevano spazio.
L’arroganza di Mussolini, come se non bastasse, inflisse inutili, interminabili e umilianti attese ad Ignazio che, ormai consapevole del crollo del suo impero, si industriava per nascondere a donna Franca il baratro in cui erano precipitati. Attendeva la fine, tenendola lontana da lei che era stata l’amore, la passione, l’ossessione della sua vita.
Intanto a Villa San Giovanni, quelle ragazze erano scese per raggiungere Bagnara. Noi, dal nostro canto, avevamo raggiunto Messina e da lì ci eravamo portati sui monti Peloritani, a Fiumedinisi, il piccolo borgo dove un profeta dalla voce tonante e lo sguardo spiritato, spronava la gente a ritrovare l’orgoglio passato, se non la potenza, ed incitava al riscatto, promettendo di far divampare un incendio che avrebbe incenerito i potentati non solo dell’ isola ma anche dell’intero Mezzogiorno. Egli sembrava credere in un futuro dal sapore antico per la Sicilia ed anche, perché no, del Mezzogiorno tutto intero.
Da Fiumedinisi, incuriositi, ci portammo, seguendo i suoi spostamenti come un rinato messia, a Roccalumera e quindi a Taormina, la perla della costa ionica siciliana.
Qui, inopinatamente, mi ritrovai sommerso dai sogni di un ragazzo dalla corvina zazzera e riccioluta che nel teatro antico, sospeso sulla costa tra mare e monti, aveva lasciato, struggente, la nostalgia per il mito e che ora, con i capelli brizzolati se non proprio canuti, avvertiva prepotente il richiamo della poesia abbandonata, anche quella, per coltivare l’idea della rinascita del Mezzogiorno, la stessa evocata dal profeta di Fiumedinisi che, così, lasciai andare per la sua strada, senza di me.
Una volta salpati dalla Sicilia cancellai in fretta il profeta. Non avevo riconosciuto in lui il fuoco della passata gloria Mediterranea ma solo i riverberi di un labile sogno di potere baluginato tra la rabbia di un popolo disperso nella diaspora.
Sul traghetto poderoso e fiero, forte del suo passato e sicuro del suo futuro, presi ad osservare le due sponde tra cui quello faceva la spola, instancabilmente, furiosamente, in continuità con le altre unità della flotta ricostruita alla fine dell’ultima guerra e da allora tornata incontrastata dominatrice dello stretto… altro che ponte.
Sui traghetti le donne calabresi si erano nascoste, nei tempi andati, come furtive amanti, tra le stive e le sale macchine, i fumi e le sirene, per trasportare tra mille complicità, desideri segreti, ansie e minacce il sale alimentando in tale maniera quel poco di mercato nero che le teneva vive, loro, i figli e le figlie rimaste, ché, gli uomini fatti erano stati, tutti, ingoiati dalla maledetta guerra.
Sbarcato dal traghetto, sul treno del ritorno attraverso la Calabria ho trattenuto negli occhi il mare di Scilla, correndo verso nord e cercando Cariddi.
Il sole si preparava a tramontare dietro i promontori che cesellavano le coste calabre mentre quelle sicule si erano inesorabilmente eclissate. Era diventato un disco rosso che spandeva i suoi riflessi sul mare e sui cocuzzoli che lo stavano rapidamente nascondendo al mio sguardo che lo rincorreva oltre il finestrino.
Al largo avevo appena fatto in tempo a vedere Stromboli avvolta dal buio ormai imminente.
Dall’altra parte, nel tratto di mare davanti a Messina, volava verso Cariddi la silhouette di una lancia spinta dai remi dei vogatori che riportavano a casa ‘Ndria.
‘Ndria Cambria.
La fine della sua Odissea, intensa da sembrare infinita, ne aveva sancito il ritorno dopo essersi lasciato alle spalle la sciagurata guerra.
Era bello e forte ‘Ndria e inseguiva il sogno di veder Cariddi ripopolata, con nuove barche, palamite e reti di tutte le specie per tornare al largo dove avrebbero incontrato i pescatori di Scilla come un tempo, quando regnava la pace, come gli aveva ricordato Ciccina Circé nella notte in cui lo aveva traghettato da Scilla a Cariddi.
Così, appena tornato, ancor prima di riassaporare la sua casa, quel che era rimasto della sua famiglia, ovverosia il vecchio padre, il paese, la fidanzata che lo attendeva da quando erano bambini, si decise, suo malgrado, a salire su quella lancia per sfidare nel porto di Messina i vogatori inglesi che avevano individuato in lui l’avversario da sfidare.
In palio un mucchio di soldi alleati quanti, da quelle parti, non ne avevano mai visti.
Poi, sul più bello, quella maledetta pallottola, sparata da qualcuno da una nave alla fonda, non si capiva se per gioco o per errore, per stupida invidia o vigliacca vendetta.
‘Ndria la accolse in fronte quella pallottola, mentre a prua, splendente come un dio, alla luce della luna, dettava, con i suoi colpi possenti, il ritmo dei compagni.
Stefano d’Arrico aveva narrato nel suo monumentale Horcynus Orca quell’immensa epopea che adesso il sole al tramonto mi aveva rimandato con i remi dei suoi compagni che raddoppiavano le energie per riportarlo a casa, perché la sua Odissea non fosse vana.
E quei vogatori mi apparivano adesso una straordinaria metafora di quei coraggiosi che tra Fiumedinisi, Roccalumera, Taormina, Messina, Catania, Palermo, la Sicilia, la Calabria, e tutto intero il Sud pensavano, ingenuamente, di issare i loro pensieri come altrettante bandiere per riportare a casa quanti erano partiti e riscattare quanti erano risultati sin lì sconfitti.
Così una volta rientrato nella solitudine della mia campagna, osservando la luna, ormai vicina al plenilunio, attesi che essa fosse al massimo del suo splendore e la sera del primo di agosto mi recai sulla falesia. Mi issai sugli scogli, le gambe penzoloni nel vuoto e aspettai che essa sorgesse ad oriente come il sole, tingesse di rosso il mare e si incamminasse per il cielo illuminando la notte Mediterranea.
‘Ndria era andato incontro a quella stupida, inutile, orrenda pallottola al chiaro di luna ed i suoi compagni avevano vogato, senza tregua, disperatamente, sul mare rischiarato da quella, per ricondurlo a casa.
Ecco quel mio andare verso il mare in attesa che la notte venisse illuminata dalla stessa luna lo dovevo a ‘Ndria.
Glielo dovevo per completare, come i suoi compagni, il mio viaggio e ribadire, come avevano fatto quelli, che l’Odissea di quanti erano risultati sconfitti a Sud non sarebbe stata invano e non lo sarebbe stata per sempre.
Così mi sedetti sulla falesia e attesi che la luna sorgesse, incendiasse il quieto mare e se ne andasse quindi per il cielo ad illuminare di candida luce le contrade del mondo compreso il Mezzogiorno ed il tratto di mare tra Messina, Scilla e Cariddi mentre nella mia mente prendeva forma una invocazione.
Invocazione alla sempiterna luna
Ti levi
Cresci
e inconsapevole tramonti
sempiterna luna
Regali emozioni
che non ti appartengono
Registri storie
che non son tue
Illumini mari deserti
e continenti a te sconosciuti
Ignara governi le maree
ed anche i desideri di molti umani
Attraversi le celesti costellazioni
e muta te ne vai
senza ad alcuno rispondere
lungo la tua traiettoria
prigioniera del tuo immutabile vagare
Non ti illudi come fanno i mortali
che in te si rispecchiano
cercando consolazioni
che non puoi dare
Ignori le loro Odissee
che pure di vivida luce illumini
Ma è bello il tuo volto
avvolto nel virginale rossore
che mi regali
all’imbrunire
su questo mare
È invitante il tuo peregrinare
e struggente la nostalgia
del tuo andare
e la dolcezza del tuo muto parlare
conforta il mio solitario stare
Antonio Corvino

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